mercoledì 30 giugno 2010

Lina Scheynius

Lina Scheynius è una giovane fotografa autodidatta svedese, che cattura istanti intimi della sua quotidianità con uno stile intrigante e poetico. Le sue fotografie scattate in giro per il mondo, fissano quegli istanti preziosi ed emozionanti, che generalmente perdiamo perché troppo concentrati a sentirli.
In un gioco sottile fatto di ombre che sovrastano la luce, di contorni sfumati e trasparenze, emerge il suo immaginario oscuro e delicato, romantico e audace, con il quale riesce a restituire la tenerezza sprigionata da un abbraccio, l’energia che trasmette un bacio, l’ebbrezza di un momento d’estasi, così come coglie l’intensità di un pensiero da un volto assorto o trae ispirazione dal silenzio.










Ah, tu pensavi che anch’io fossi una (da Anno Domini)

Ah, tu pensavi che anch’io fossi una
che si possa dimenticare
e che si butti, pregando e piangendo,
sotto gli zoccoli di un baio.

O prenda a chiedere alle maghe
radichette nell’acqua incantata,
e ti invii il regalo terribile
di un fazzoletto odoroso e fatale.

Sii maledetto. Non sfiorerò con gemiti
o sguardi l’anima dannata,
ma ti giuro sul paradiso,
sull’icona miracolosa
e sull’ebbrezza delle nostre notti ardenti:
mai più tornerò da te.


Anna Achmatova


lunedì 28 giugno 2010

Omaggio ad Alda Merini

(...) Riottosa a ogni tipo di amore
sei entrato tu a invadere il mio silenzio
e non so dove tu abbia visto le mie carni
per desiderarle tanto.
E non so perché tu abbia avuto il mio corpo
per poi andartene
con il grido dell'ultima morte.
Se mi avessi strappato il cuore
o tolto l'unico arto che mi fa male
o scollato le mie giunture
non avrei sofferto tanto
come quando tu un giorno insperato
mi hai tolto la pelle dell'anima.


venerdì 25 giugno 2010

Betty Broadbent,the Tattooed Venus

"I decided to get tattooed. I wanted to be independent and to take care of myself."
Betty Broadbent, born 1909, was the most famous tattooed attraction of all time. Nicknamed the Tattooed Venus, in 1923 she moved from Orlando, Florida to Atlantic City to take on a baby-sitting job.
Her interest in tattoos piqued when she met a tattooed man being exhibited on the Broadwalk. During her era, tattoos were not popular at all among women but were more associated with sailors and gangsters.
Originally, she wanted to become a tattoo artist but decided to become a work of art instead because she needed money fast. With that in mind, she convinced herself to get tattooed. Riding on horses in the rodeo, she saved up enough money and ventured to New York for her tattoos.
Over a two-year period, Charlie Wagner and Joe Van Hart labored to pattern her body with an estimated 365 tattoos. At that time, they were among the first tattooists in the world to use electric tattooing machines.
Finally, in 1927, she joined the Ringling Brothers and Barnum and Bailey Circus as the youngest tattooed woman in the world at just 18 years old.
For her performance, she would first appear on stage covered with a robe. Then the Master of Ceremony would announce," And now, Ladies and Gentlemen, the lady's who's different!" I know, it sounds tacky.
She would then unzip her robe and underneath, she had a long bathing suit on that ended four inches above her knees. Unknown to many, Broadbent actually detested the "unethical" tactics her employers used to attract patrons as much as her nickname, the Tattoo Venus.
For those who are curious, Broadbent wore Pancho Villa on her left leg, Charles Lindbergh on her right leg, and had a Madonna and child portrait on her back. Despite her tattoos, she took pains to project a feminine and refined image of herself.
Broadbent was one of the last working tattooed ladies in the United States, retiring only in 1967 from the Clyde Beatty Circus after spending 40 years in show business. In 1981, she became the first person to be honored in the Tattoo Hall of Fame. Sadly, she died peacefully in her sleep in 1983.

giovedì 24 giugno 2010

Morirò di cancro alla colonna vertebrale

Morirò di cancro alla colonna vertebrale
Accadrà una sera orribile
Chiara, calda, profumata, sensuale,
Morirò della putrefazione
Di certe cellule poco conosciute
Morirò per una gamba amputata
Da un topo gigante sbucato da una fogna gigante
Morirò di cento tagli
Il cielo mi sarà caduto addosso
Fracassandosi come una vetrata pesante
Che farà scoppiare le mie orecchie
Morirò di ferite segrete
Inflitte alle due del mattino
Da assassini vaghi e calvi
Morirò senza accorgermi
Di morire, morirò
Sepolto sotto le rovine secche
Di mille metri di cotone sprofondato
Morirò annegato nell'olio di spurgo
Calpestato da bestie indifferenti
E, subito dopo, da bestie differenti
Morirò nudo, o vestito di tela rossa
O cucito in un sacco con delle lame di rasoio
Morirò forse senza preoccuparmi
Di verniciare le unghie delle dita dei piedi
E di lacrime piene le mani
E di lacrime piene le mani
Morirò quando scolleranno
Le mie palpebre sotto il sole arrabbiato
Quando mi diranno lentamente
Delle cattiverie all'orecchio
Morirò nel vedere torturare bambini
E uomini sbigottiti e lividi
Morirò mangiato vivo
Dai vermi, morirò
Con le mani attaccate sotto una cascata
Morirò bruciato in un incendio triste
Morirò un poco, molto,
Senza passione, ma con interesse
E poi quando tutto sarà finito
Morirò.

-Boris Vian-


Buster Keaton

mercoledì 23 giugno 2010

Evtushenko - Sfogliando le margherite


Senza guardare
con la lente
questa o quella sciocchezza
vado nella vita
come sul prato estivo.
Il colletto della camicia
aperto sul torace
e tra le mani inquiete,
tutte le settimane,
margherite
con sette petali.
Il vento m’inaridisce le labbra.
Sono spietato con le margherite:
spegnendosi
T’ama,
dice un petalo.
Uomini,
ascoltate, uomini:
sono felice!
Ma serenamente :
Non t’ama,
obietta un altro petalo

martedì 22 giugno 2010

Tratto da "Mimì Bluette,fiore del mio giardino",Guido da Verona

(...)Bluette non rispose: alzò le braccia, sperduta, l'avvolse nel tepore del suo corpo, e lo baciò. Nella grande foresta bianca gli scheletri giganteschi degli alberi sopportavano valanghe di neve; l'iride lontana dei fari accendeva stelle bianchissime sui ghiaccioli delle fontane. Soltanto la fatica del motore interrompeva l'assiderato silenzio del Bosco; passavano, come scenarii d'una fiaba nordica, i laghi pieni di nuvole, gli ippodromi vuoti come steppe, le fattorie chiuse, le cascate immobili, divenute un solo ghiaccio, e pareva che, frammezzo a tanto inverno, mai più non dovesse rinascere la primavera. La primavera del Bosco indimenticabile, odorosa di mammole, di resina e d'acacie, ove ogni filo d'erba diventa quasi un fiore, quando, nelle sere di Maggio, in larghi frastagli di serenità il cielo vi scende a profumarsi e il Bosco turgido si gonfia di voluttà primaverile, sopraffacendo la Parigi dorata, su cui lancia in fontane di musica il fiume del suo grande respiro... E questa era poesia. Poesia fortuita, che nasceva dal vizio notturno di una grande metropoli, poesia libera da tutte le falsità, nuda come l'amore, assurda e semplice com'è l'amore. Un uomo ed una donna : due vere anime, due vere lussurie, che andavano in cerca d'un letto nella Parigi bianca, addormentata. Non avevano altra storia che un sorriso nascosto dietro l'orlo del bicchiere di Sciampagna. Questa era poesia. Poiché, fra le mille creature che ci passano davanti agli occhi nelle avventure della vita, è sempre una sola, ed è sempre una sconosciuta, quella che al nostro desiderio innamoratamente piace. Quando noi traversiamo una strada, quando i nostri occhi disattenti vagano su la moltitudine, i sensi protesi come una vedetta cercano la donna che il nostro amore ama. Quando si arriva in una città forestiera, quando si entra in una cosa sconosciuta, quando si passa lungo la muraglia d'un monastero, quando ci si addentra in un quartiere di prostituzione, i sensi protesi come una vedetta cercano la donna che il nostro amore ama. Così nei cimiteri e nei teatri, su le prore dei navigli che partono e dietro le finestre chiuse. Ma non credete all'amore logico, all'amore che manca di follìa, ne a quello che osserva nascere i propri germogli come fili d'erba tenera dalle zolle d'un seminato. Questo è un fiore di serra calda, perfetto, ma senza profumo. Non credete all'amore lento, all'amore casto, all'amore che si dipana come un gomitolo, che si arruffa come una matassa, che gira intorno a se medesimo come un topolino intorno alla sua coda. Questo è ciò che i letterati si ostinano a chiamare psicologia. Non credete ai romanzi d'amore che impiegano trecento pagine per condurre a letto i loro protagonisti, e nemmeno agli scrittori eucaristici che hanno il buon costume di non condurveli mai. Non credete alle donne straordinarie, che si divertono a parer complicate come il teorema di Pitagora, ne a quelle terribilmente fastidiose che ogni e qualsiasi volta rallentano i loro perfidi ginocchi suppongono di essere diventate una seconda Madame Bovary. Queste certamente son donne cui piace far perdere il tempo. E non credete agli amanti che possiedono teorie su l'amore ne a quelli che in gelosi diarii vanno registrando le intemperie del proprio spirito come oscillazioni barometriche; non credete all'amore paziente, all'amore che resiste, all'amore che non può innamorarsi in una sera; non credete, vi prego, alle analisi chimiche del sentimento né alle fredde ipocrisie degli amanti che adoprano l'ideale come una cintura di castità. Poiché tutto questo ha forse una musica, ma veramente non è poesia. Soltanto ciò che la vita fa nascere in voi come una rosa nella primavera e tutto l'esser naturalmente vi trasmuta in profumo, quando per voi, con voi, turbina di voluttà l'infinito, questo, nell'amore degli uomini, è veramente poesia.


Paris,1958

Reading Time

"Il libero,inafferrabile avventuriero,che saltava da un ramo d'oro all'altro,per poco non cadde in una trappola,una trappola di amore umano,quando una sera incontrò la ballerina brasiliana Anita al teatro Peruviano.I suoi occhi allungati non si chiudevano come quelli delle altre donne,ma come gli occhi delle tigri,dei puma e dei leopardi,con le palpebre che si socchiudevano pigre e lente,e verso il naso sembravano quasi uniti da una sottile sutura,che li faceva sembrare piccoli,e con uno sguardo lascivo e obliquo simile a quello che lascia cadere una donna che non vuol vedere cosa vien fatto al suo corpo."

da "Il Delta di Venere",Anais Nin
pic:Henry Cartier Bresson

lunedì 21 giugno 2010

Ex Libris


Il Collezionista

Negli anni quaranta, Anais Nin ed Henry Miller
camparono per un certo periodo scrivendo
racconti erotici per un uomo che li pagava a
pagina. Il cliente, che si faceva chiamare
"il collezionista", mantenne sempre l'anonimato,
scatenando l'indignata curiosità dei due grandi
autori che prestavano il loro talento e la loro
penna per soddisfare i suoi capricci. Questo
collezionista non apprezzava il loro stile e in
ripetute occasioni pretese che "lasciassero
perdere la poesia" e si concentrassero solo
sul sesso, perchè il resto non lo interessava.
Anais Nin gli scrisse questa lettera a firma
propria e di Henry Miller.


Caro collezionista, noi la odiamo.
Il sesso perde ogni potere quando diventa
esplicito, meccanico, ripetuto, quando diventa
un'ossessione meccanicistica. Diventa una noia.
Lei ci ha insegnato più di qualunque altro quanto
sia sbagliato non mescolarlo all'emozione, all'appetito,
al desiderio, alla lussuria, al caso, ai capricci, ai
legami personali, a relazioni più profonde che ne
cambiano il colore, il sapore, i ritmi, l'intensità.
Lei non sa cosa si perde con il suo esame al
microscopio dell'attività sessuale, con l'esclusione
degli aspetti che sono il carburante che la infiamma.
Componenti intellettuali, fantasiose emotive.
Questo è quel che conferisce al sesso la sua
struttura sorprendente, le sue trasformazioni
sottili, i suoi elementi afrodisiaci.
Lei sta rimpicciolendo il mondo delle sue sensazioni.
Lo sta facendo appassire, morir di fame, ne sta
prosciugando il sangue.
Se lei nutrisse la sua vita sessuale con tutte le
emozioni e le avventure che la passione inietta nella
sessualità, sarebbe l'uomo più potente del mondo.
La fonte del potere sessuale è la curiosità, la
passione. Lei sta lì a guardare questa fiammella
morire di asfissia. Il sesso non prospera nella
monotonia. Senza emozioni, invenzioni, stati
d'animo, non ci sono sorprese a letto.
Il sesso deve essere innaffiato di lacrime,
di risate, di parole, di promesse, di scenate,
di tutte le spezie della paura, di viaggi all'estero,
di facce nuove, di romanzi, di racconti, di sogni, di
fantasia, di musica, di danza, di oppio, di vino.
Quanto perde con questo suo periscopio sulla
punta del pisello, quando invece potrebbe
godersi un harem di meraviglie tutte diverse e
mai ripetute! Non due peli uguali. Ma lei non
ci permetterà di sprecare parole sui peli;
neanche sugli odori, ma se ci dilunghiamo su
questo argomento lei si mette a gridare:
"Lasciate perdere la poesia!"
Neanche due pelli con lo stesso incarnato,
e mai la stessa luce, la stessa temperatura,
le stesse ombre , mai gli stessi gesti; perché
un'amante quando è infiammato veramente, può
esprimere i toni più sottili di secoli d'arte amorosa.
Quante sfumature, quanti cambiamenti d'età,
quante variazioni di maturità e di innocenza,
di perversità ed arte.
Siamo rimasti seduti per ore a chiederci
che aspetto lei abbia. Se ha reso i suoi
sensi indifferenti alla seta, alla luce, al
colore, all'odore, al carattere, al temperamento.
Ci sono tanti sensi minori, che buttano come
tanti affluenti nel fiume del sesso, arricchendolo.
Solo il battito unito del sesso e dell'animo può
creare l'estasi.


Anaïs Nin

domenica 20 giugno 2010

A proposito Di Sarah Bernhardt

Sarah in un disegno di
Toulouse Lautrec del 1893


"Rappresenta tutte le passioni primordiali della donna,ed è estremamente affascinante. Una donna simile io potrei amarla, amarla alla follia, anche solo di una pura passione sfrenata. […] Quando penso a lei, sento ancora nel petto il peso che vi ha gravato per giorni e giorni dopo che l’ho vista."


Era il 1908 quando il ventitreenne David Herbert Lawrence, dopo aver visto Sarah Bernhardt recitare nella Signora delle camelie, scrisse tali parole che bene testimoniano del suo turbamento di giovane maschio di fronte alla sensualità prorompente della Divina. Se non si tiene ben conto della data, il 1908, appunto, l’affermazione dell’autore de L’amante di Lady Chatterley potrebbe essere recepita come un bell’apprezzamento con un pizzico di esagerazione quando egli afferma di essere rimasto sconvolto per giorni a causa di quel turbamento. Partendo, invece, proprio dalla data, si rimane sbalorditi di fronte alla dichiarazione di Lawrence, in quanto nel 1908 la Bernhardt aveva 64 anni (essendo nata a Parigi nel 1844).Ecco, allora, che si disegna davanti agli occhi l’immagine di una donna che, nonostante l’età, al di là ,si vorrebbe dire, dell’età, era in grado di indossare le vesti della donna fatale, del fascino femminile, della quintessenza della sensualità.

A ciò si aggiunga che la Bernhardt non affascinava gli spettatori soltanto con la forza della propria bellezza, ma anche con il suo personale modo di stare in scena che – contrariamente ai canoni recitativi dell’epoca, basati soprattutto sulla perfetta dizione – coinvolgeva tutto il corpo; da voce si faceva gesto:«[…]le sue lusinghe, le implorazioni, gli abbracci: è incredibile quali pose sa assumere e in quale modo ogni arto, ogni giuntura del suo corpo recita con lei.»aveva scritto nel 1885 un ventinovenne Sigmund Freud di una quarantunenne Sarah Bernhardt.


Sarah Bernhardt (Parigi,22 ottobre 1844-Parigi,26 marzo 1923) è stata una celebre attrice teatrale francese , il suo vero nome era Rosine Bernardt ed era di origine ebraica..Soprannominata La voix d'or ("La voce d'oro") e La divina, Sarah Bernhardt è ad oggi considerata come la più grande attrice del XIX secolo

http://it.wikipedia.org/wiki/Sarah_Bernhardt



venerdì 18 giugno 2010

José Saramago,16 novembre 1922 - 18 giugno 2010

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito. (da Viaggio in Portogallo)

giovedì 17 giugno 2010

Niki De Saint-Phalle,La Hon

"Nel 1966, Pontus Hulten, direttore del Moderna Museet di Stoccolma, invita Jean Tinguely, Claes Oldenburg, Martial Raysse, Per Olof Ultvedt e me a realizzare, in collaborazione, delle sculture nella grande sala del museo. Oldenburg e Raysse declinano l’invito all’ultimo momento, Jean non appare troppo entusiasta, ma io sono decisa ad andare, e così partiamo. Durante i primi tre giorni facciamo lunghe discussioni, prove, ma tutto a vuoto, finchè ad un certo punto Pontus suggerisce di costruire un enorme Nana, simile alle mie sculture. Ultvedt non è d’accordo e preferirebbe realizzare una forma maschile per distinguerla dalle mie opere. Votiamo e la Nana vince. Iniziamo a lavorare entusiasticamente all’enorme scultura. Jean assume la direzione del team tecnico di volontari trovati da Pontus. Uno di loro è un giovane artista svizzero, Rico Weber, cuoco allo snack bar del Moderna Museet, rimasto poi per lunghi e fruttuosi anni nostro collaboratore e amico. Abbiamo a disposizione sei settimane per creare e completare l’enorme gigantessa. Un compito certamente non facile.

Preparo il modellino in scala ridotta e lo dipingo. Jean le inserisce un planetario nel seno sinistro, un milk bar e una macchina per distruggere le bottiglie in quello destro. La HON (così decidemmo di chiamarla, significa Lei in svedese) giace sul dorso con le gambe piegate, per entrare si deve passare attraverso il sesso, e all’interno il visitatore puo trovare svaghi di vario genere. In una gamba una galleria di falsi Paul Klee, Matisse ecc., tutti eseguiti per l’occasione dal critico d’arte svedese Ulf Linde. In una delle ginocchia Jean colloca la panchina degli innamorati, un vecchio divano di velluto piuttosto comodo, trovato al mercato delle pulci sotto il cui sedile colloca alcuni microfoni per registrare le conversazioni e trasmetterle in altre parti della scultura. Realizza anche una radio-scultura molto divertente. Pontus vuole proiettare nel braccio sinistro il primo film di Greta Garbo, della durata di quindici minuti; i posti a sedere sono dodici, dentro la testa Per Olof Ultvedt costruisce un cervello in legno animato da motori.


La Nana è sdraiata e incinta e, per una serie di scale e gradini, si può giungere alla terrazza sopra il pancione da dove si gode una vista panoramica dei visitatori pronti ad entrare e delle gambe vistosamente dipinte. Nulla di pornografico, la HON è dipinta come un uovo di Pasqua, con quegli stessi colori squillanti che ho sempre usato e amato. E’ come una grande dea della fertilità comodamente adagiata nella sua immensità, pronta ad accogliere generosamente migliaia di visitatori che assorbe, divora e ripartorisce. Giunge quasi al soffitto e occupa gran parte dell’enorme sala.


Crearla è un’incredibile esperienza. Siamo tutti assolutamente galvanizzati, pressochè morti di lavoro, almeno diciotto ore al giorno. Pontus Hulten decide di tenere rigorosamente segreto l’intero progetto, temendo il veto delle autorità.

Costruiamo pertanto un enorme schermo, al riparo del quale lavoriamo senza mostrare quanto stiamo facendo.

Hulten, uomo di straordinario coraggio, rischia il posto di direttore del museo, non soltanto autorizzando la realizzazione di un progetto tanto pazzesco e controverso, ma anche partecipandovi. Ricordo di aver riso molte volte con lui dicendogli di approfittare delle sue ultime ore al Museo, prima che il Ministro della cultura, indignato, gli imponga di rassegnare le dimissioni. Pontus è deciso a prendere il rischio, come sempre del resto quando crede davvero in qualcosa.

Jean crea, all’ingresso del seno della HON, una grande, misteriosa scultura nera.

Lo shock e la sorpresa prodotti dalla HON sono enormi, ma nessuno osa protestare; bisogna ricordare che si era in Svezia, dove regnava una libertà sessuale sconosciuta altrove.

Quella gioiosa, enorme creatura per molte persone è il sogno del ritorno alla grande Dea Madre. Intere famiglie vengono a vederla con i loro bambini. Uno psichiatra di Stoccolma scrive sui giornali che i sogni della gente saranno cambiati dalla HON, cui viene attribuito l’aumento del tasso di natalità registrato proprio in quell’anno.

La HON ha vita breve, solo tre mesi, poi viene distrutta. I maligni la definiscono la più grande puttana del mondo, avendo accolto centomila visitatori in tre mesi.

Ai miei occhi non è così, al contrario essa è l’incarnazione dell’antico culto della Dea Madre, ha qualcosa di magico. Fa sentire felici e chiunque, al vederla, sorride."

Il dramma di Lulu

Lulu è un' opera composta da Alban Berg tra il 1928 ed il 1935 ed eseguita per la prima volta il 2 giugno 1937
È un'opera contro l'ipocrisia della società borghese, piena di pregiudizi sessuali che fa solo del moralismo legato alla religione e che vede il sesso soltanto come atto demoniaco. In Lulu il sesso è vivo e palese, non ha bisogno di nascondersi, esso è la forza primaria, dominante, che dà il potere sull'uomo ancora preso dalle sue paure e dalle sue debolezze.
Lulu è lo strumento del male e del destino ed è la causa principale delle morti di tutte le persone con cui, nel bene o nel male, viene a contatto. La rappresentazione delle scene sono crude, i personaggi vivi e violenti, anche lei è violenta nel suo drammaticità erotica che attrae e che avvinghia a sé i presenti: essi riescono a liberarsi solo morendo.
Anche lei, comunque, non è solo il carnefice, essa è anche e soprattutto vittima, perché anche con lei il destino le è stato fatale prendendole tutta la vita sin dall'inizio. Lei è la prima e l'ultima vittima del dramma.

Lulu è una ragazzina sedicenne proveniente dagli strati più bassi della società londinese. Trovata in una strada malfamata viene sottratta dal Dr. Schon che la adotta per sedurla e ne fa la sua amante. Col tempo le procura un ricco matrimonio gettandola nelle braccia del consigliere Goll, così da sistemarla per poi continuare la sua precedente relazione.
Un giorno, posando per il Pittore, lasciata sola con lui dal dr. Schon, viene trovata abbracciata da Goll ch'era entrato d'improvviso nello studio. Alla vista il suo cuore non regge e muore all'istante. Lulu non si dispera affatto per il suo defunto marito, si ritrova così ricca e con un nuovo marito, il Pittore.
Il dr. Schon, a sua volta, di nascosto compra i quadri del Pittore per far vivere nel lusso Lulu, ma si stanca di doverla mantenere e l'avverte che presto si sposerà con un'altra. Lulu che nel frattempo è diventata una ballerina famosa del varietà su raccomandazioni del dottore trova anche il tempo di avviare una relazione con un principe arabo che la vorrebbe portare con se; si confida con Alwa, figlio del dottore, altro personaggio che è attratto amorosamente da Lulu. Intanto compare nella sua vita un uomo viscido, Schigolg, che vive di espedienti; facendosi passare per il suo padre adottivo la ricatta chiedendole dei soldi.
Ad una ennesima lite con il dr. Schon assiste anche il Pittore che d'improvviso perde la testa, per l'annuncio dello scoppio della guerra, in un atto di estrema pazzia si taglia la gola in una stanza attigua. Trovato dal dr. Schon, imbrattatosi di sangue del suicida, e da Lulu che sente ormai il suo pieno dominio sul dottore, lo attrae sempre di più a sè. Compaiono a questo punto altri personaggi nella vita di Lulu, la contessa Geshwitz che ne è innamorata, l'atleta Rodrigo ,un trapezista che la vorrebbe per un suo numero sul trapezio, e un giovane studente di ginnasio pazzo per lei. Invitata dalla contessa ad un ballo mascherato per sole donne, il dottore chiede di partecipare ma ottiene soltanto un rifiuto e per questo si accendono ulteriormente gli animi tra i due amanti.
Il dr. Schon cerca di convincere Lulu a suicidarsi ma malauguratamente per lui, nella confusione che avviene con l'atleta Rodrigo, l'altro pretendente, viene ucciso dalla rivoltella che aveva in mano con ben cinque colpi alle spalle. Vedendolo morto davanti capisce che il dr. Schon era l'unico uomo che aveva amato nella sua vita . Forse per un senso di colpa, si attacca successivamente morbosamente al figlio di Schon attirandolo nella sua orbita possessiva.
Anche l'atleta, ormai, per essere stato testimone del delitto commesso da Lulu, fa parte di quel mondo e si presenta come il suo fidanzato. Ci sarà un'epidemia di colera , la contessa uscirà abbastanza debole dalla malattia, Lulu si ritrova prigioniera in un lazzaretto e lo studente in seguito alla morte di Schon viene rinchiuso in un riformatorio da dove evade per aiutarla a fuggire dal luogo ove ella è rinchiusa.
Nella fuga incontra l'atleta che lo dissuade riferendo che Lulu è morta per aver contratto la malattia. Lulu si rifiuta di andare con Rodrigo, questi non avendo potuto averela come sua compagna va a denunciarla ma è seguito dal ricattatore Schigolgh che lo elimina. Lo studente ritrova Lulu, non avendo creduto a Rodrigo. Lulu riesce comunque a fuggire insieme ad Alwa ed alla contessa e si ritrova in una soffitta disgustosa in cui è costretta a fare la prostituta di basso rango. Alla fine, insieme ad Alwa e a Geschwitz, viene uccisa la notte di Natale in una strada di Londra.

Niki de Saint Phalle

Niki de Saint Phalle, al secolo Catherine Marie-Agnès de Saint Phalle nasce a Neuilly-sur-Seine, in Francia, nel 1930, seconda figlia di Jeanne Jacqueline Harper e André Marie Fal de Saint Phalle. L'attività bancaria di famiglia subisce il crack finanziario del 1929 e porterà Niki e i fratelli a trasferirsi negli Stati Uniti. La famiglia si stabilirà nel 1937 a New York dove Niki studia presso scuole cattoliche e pubbliche, alternando la vita negli Stati Uniti con le vacanze estive presso i nonni al castello Filerval in Francia. La doppia nazionalità contribuirà a farne una cittadina del mondo, poliglotta e legata ad amicizie internazionali.
La prima tappa della sua carriera artistica si esprime nella letteratura. Scrive poesie, studia teatro e sogna di diventare attrice. In questo periodo posa come fotomodella per Vogue e Life, quindi intraprende, incoraggiata da Hugh Weiss, una carriera artistica.
Si sposa con lo scrittore Harry Mathews con cui avrà due figli, Laura e Philip. Mathews studia musica e Niki comincia a dipingere. Nel 1952 si trasferiscono a Parigi, dove Niki si dedica al teatro e Mathews alla musica. A seguito di una grave crisi nervosa viene ricoverata in ospedale a Nizza e scopre nella pittura la sua terapia e da qui decide di dedicarvisi completamente.

Diviene celebre grazie ai Tiri: una serie di azioni durante le quali il pubblico o l'artista stessa spara con la carabina su dei rilievi di gesso dove si trovano dei sacchetti di pittura che esplodono al momento dell'impatto. Grazie a questi spettacoli-arte comincia a diventare nota ed entra a far parte dei gruppi dei Nouveaux réalistes. Partecipa con Robert Rauschenberg, Jasper Johns e Jean Tinguely al concerto Variations Il di John Cage che si tiene all'ambasciata degli Stati Uniti a Parigi.
Niki esplora poi la rappresentazione artistica femminile e realizza delle figure a grandezza naturale. Queste opere prendono progressivamente consistenza diventando le Nanas.
Tra giugno e settembre 1966, per il Moderna Museet di Stoccolma, con il supporto di Jean Tinguely e di Per Olof Ultvedt, realizza Hon/Elle, una gigantesca Nana incinta di 28 metri di lunghezza, 6 metri di altezza e 9 metri di larghezza, stesa di torso come in procinto di partorire tutti quei visitatori che la visitano entrando dal suo sesso.
Le Nanas conquistano la città è un'installazione permanente di tre Nanà monumentali nel centro della città di Hannover (Germania).

Divorziata dallo scrittore Harry Mathews, si sposa in seconde nozze, il 13 luglio 1971, con l'artista svizzero Jean Tinguely, lui stesso divorziato dalla sua consorte Eva Aeppli.
Dalla loro unione anche artistica scaturirono opere eccezionali ed originali come il Ciclope di Milly-la-Forêt, la fontana Stravinsky di Parigi, la fontana di Château-Chinon ed il Giardino dei Tarocchi di Garavicchio, grazie alla concessione di un terreno da parte di Carlo e Nicola Carracciolo.
Successivamente realizza Il Paradiso Fantastico, un gruppo di nove sculture con il contributo di Jean Tinguely per l'Expo del 1967 di Montreal. Collabora poi, sempre con Tinguely alla realizzazione di una scultura monumentale a Milly-Ia-Forêt che si intitola Il Ciclope.

Niki, con l'aiuto del marito, realizza a Garavicchio, presso Capalbio (GR) in Toscana, a partire dal 1979, il Giardino dei Tarocchi, opera ispirata al Parco Güell di Gaudi di Barcellona. Si tratta di un gruppo di ventidue sculture monumentali alcune delle quali sono abitabili, ispirate agli arcani maggiori dei Tarocchi, costruite in cemento armato e ricoperte da un mosaico di specchi, vetri e ceramiche colorate.
Per finanziare il Giardino dei Tarocchi lancia una linea di profumi.
Tra le sue opere più tardive la Fontana Igor Stravinski (o Fontaine des automates) eseguita nella piazza del Centre Pompidou a Parigi.
Partecipa attivamente alla campagna contro l'AIDS, in collaborazione con il Professor Silvio Barandun scrisse ed illustrò un libro, AlDS: You Can't Catch it Holding Hands, tradotto in cinque lingue.
L'artista si trasferisce in California, dove realizza un gruppo di otto serigrafie intitolato Diario Californiano. Lavora con l'architetto Botta sul progetto della costruzione di un'Arca di Noè monumentale per la città di Gerusalemme.
Scrive e realizza il suo primo film, Daddy, in collaborazione con Peter Whitehead e successivamente Camelia e il Drago e Un sogno più lungo della notte.
Muore nel 2002 per una malattia respiratoria.

mercoledì 16 giugno 2010

da "Diario di Rondine",Amélie Nothomb

Ti svegli al buio nella più assoluta incoscienza. Dove sono, che cosa è successo? Per un istante la memoria è cancellata. Non capisci più se sei un bambino o un adulto, un uomo o una donna, colpevole o innocente. Le tenebre sono quelle della notte o di una prigione?Capisci solo una cosa, e tanto più intensamente dal momento che è il tuo unico bagaglio: sei vivo. Più di così non lo sei mai stato: sei vivo e basta. In che consiste la vita all’interno di questa frazione di secondo in cui hai il raro privilegio di non avere identità?In questo: hai paura.Non c’è libertà più grande di questa breve amnesia del risveglio. Sei un neonato che conosce il linguaggio. Puoi assegnare un vocabolo alla scoperta senza nome della nostra nascita: sei scaraventato nel terrore della vita.Durante questo intervallo di pura angoscia, non ti ricordi nemmeno che al risveglio è possibile che si verifichino simili fenomeni. Ti alzi, cerchi la porta, ti senti smarrito come in albergo.E poi i ricordi reintegrano il corpo in un baleno restituendogli quanto gli fa da anima. Ti senti rassicurato e deluso: dunque sei questo, dunque sei solo questo.Subito ritrovi la geografia della tua prigione. La mia stanza sfocia nel lavabo, dove mi inondo d'acqua gelata. Cosa cerchi di sfregarti via dal volto, con tutta quell’energia e quel freddo?Poi riparte il tran tran. A ciascuno il suo: caffè-sigaretta, tè-toast o cane-guinzaglio, il percorso di tutti è organizzato in modo che si abbia meno paura possibile.In realtà, passiamo il nostro tempo a lottare contro il terrore della vita. Per sfuggirgli, inventiamo definizioni: mi chiamo tizio, sgobbo per conto di caio, il mio lavoro consiste nel fare questo e quello.Sotterranea, l’angoscia avanza con il suo lavoro di trincea. La sua voce non si può completamente imbavagliare. Credi di chiamarti tizio, che il tuo lavoro consista nel fare questo e quello ma al risveglio niente di tutto ciò esisteva. E può darsi che davvero non esista.

martedì 15 giugno 2010

Tratto da "Lolita",di Vladimir Vladimirovič Nabokov



« Lolita,luce della mia vita,fuoco dei miei lombi.Mio peccato,anima mia.Lo-li-ta:la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere,al terzo,contro i denti.Lo.Li.Ta.Era Lo,semplicemente Lo la mattina,ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo.Era Lola in pantaloni.Era Dolly a scuola.Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti.Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.»

Tratto da "Il Delta di Venere",Anaïs Nin

Egli le toccò la gola e attese. Voleva essere sicuro che dormisse. Poi le toccò i seni e Bijou non si mosse. Con cautela e destrezza Le accarezzò il ventre e con la pressione del dito spinse la seta nera del vestito in modo da sottolineare la forma delle gambe e lo spazio tra di loro. Dopo aver dato forma a questa valle, continuò ad accarezzarle le gambe, senza però toccargliele sotto il vestito. Poi si alzo silenziosamente dalla seggiola, andò ai piedi del divanetto, e si inginocchiò. Bijou sapeva che, in questa posizione, poteva guardarle sotto il vestito e vedere che non portava niente. L'uomo guardò a lungo. Poi sentì che le sollevava leggermente l'orlo della gonna, per poter vedere di più. Bijou si era allungata tutta sul divano con Le gambe leggermente divaricate. E ora si scioglieva sotto il tocco e gli sguardi di lui. Com'era bello sentirsi guardare, mentre fingeva di dormire, e sentire che l'uomo era completamente libero. Sentì che la seta veniva sollevata, le gambe scoperte. E lui le guardava.
Con una mano gliele accarezzava dolcemente, lentamente, godendosele senza problemi, sentendo le linee armoniose, i lunghi passaggi serici che salivano sotto il vestito. Era difficile per Bijou rimanere assolutamente immobile. Avrebbe voluto aprire di più le gambe. Come si muoveva lenta la mano di lui. La sentiva seguire i contorni delle gambe, soffermarsi sulle curve, fermarsi sul ginocchio, poi continuare. Poi si interruppe, proprio prima di toccarle il sesso. L'uomo probabilmente Le aveva guardato il viso per vedere se era profondamente ipnotizzata. Poi, con due dita, incominciò a toccarle il sesso, a palparlo.
Quando sentì il miele che affluiva lentamente, egli nascose la testa sotto la gonna, si nascose tra le sue gambe, e incominciò a baciarla. La sua lingua era lunga e agile, penetrante. Bijou dovette trattenersi dallo spostarsi verso la sua bocca vorace.
La piccola lampada emanava una luce così tenue, che Bijou si azzardò a socchiudere gli occhi. L'uomo aveva ritirato la testa da sotto la gonna e si stava togliendo lentamente i vestiti. Era in piedi accanto a lei, magnifico, alto, simile a un re africano, con gli occhi brillanti, i denti scoperti, la bocca umida.
Non muoverti, non muoverti, se vuoi che faccia tutto quel che vuole. Cos'avrebbe fatto un uomo a una donna ipnotizzata, che non doveva intimorire o compiacere in alcun modo?
Nudo, egli torreggiò su di lei e, circondandola con entrambe le braccia, la rigirò delicatamente. Ora Bijou gli offriva le sue natiche sontuose. Egli le sollevò il vestito e le allargò i due monti. Fece una pausa, per riempirsi gli occhi. Le sue dita erano sicure, calde, mentre le apriva la carne. Si piegò su di lei e incominciò a baciarle la fessura. Poi Le fece scivolare le mani intorno al corpo e la sollevò verso di se, in modo da poterla penetrare da dietro. All'inizio trovò solo l'apertura del culo, troppa piccola e stretta per potervi entrare, poi trovò l'apertura più larga. Ondeggiò dentro e fuori di lei per un momento, poi si interruppe.
La rivoltò di nuovo, in modo da potersi vedere mentre la prendeva da davanti. Le sue mani cercarono i seni sotto il vestito e li schiacciarono con carezze violente. Il suo sesso era grosso e la riempiva completamente. Lo introdusse con tanta violenza che Bijou temette di avere un orgasmo e di tradirsi. Voleva prendersi il suo piacere senza che lui lo sapesse. Lui la eccitò talmente con il suo ritmo sessuale incalzante che, quando scivolò fuori per accarezzarla, lei sentì arrivare l'orgasmo. Ora tutto il suo desiderio era teso a provare un nuovo orgasmo. Egli cercò di spingerle il sesso nella bocca semiaperta e Bijou si trattenne dal reagire e aprì solo un po' di più la bocca. Impedire alle sue mani di toccarlo, impedire a se stessa di muoversi, era per lei un grande sforzo. E tuttavia voleva provare ancora quello strano piacere di un orgasmo rubato, come lui provava il piacere di quelle carezze rubate.
La passività di Bijou lo spinse all'orlo del parossismo. Ormai aveva toccato il suo corpo dappertutto, l’aveva penetrata in tutti i modi possibili, ed ora si sedette sui ventre di lei e le spinse il sesso tra i due seni, stringendoseli intorno mentre si muoveva. Bijou sentiva i suoi peli che strusciavano contro di lei.
E finalmente perse il controllo. Aprì contemporaneamente la bocca e gli occhi. L'uomo grugnì di piacere, le premette la bocca contro la sua e si struscio contro di lei con tutto il corpo. La lingua di Bijou batteva contro la bocca di lui, mentre le morsicava le labbra.
All'improvviso egli si interruppe per chiederle: "Vuoi fare una cosa per me?"Bijou annuì.
"Io mi sdraierò sul pavimento e tu verrai ad accucciarti sopra di me, e mi lascerai guardare sotto il vestito." Egli si allungò sul pavimento e Bijou si accovacciò sopra di lui, reggendo il vestito in modo che poi cadesse coprendogli la testa. Egli le prese le natiche tra le mani come un frutto e le passò la lingua tra i due monti, più volte. Poi le accarezzo il clitoride, il che fece ondeggiare Bijou avanti e indietro. La lingua di lui sentiva ogni reazione, ogni contrazione. Piegandosi su di lui, essa vide il suo pene eretto vibrare a ogni gemito di piacere.

lunedì 14 giugno 2010

Oh, that is me!-Louise Brooks parla dei suoi film-

-The street of forgotten men-
Fu il mio primo film. Avevo diciotto anni e volevo diventare una grande ballerina come Martha Graham. Il cinema non mi diceva nulla, ma come tutte le ragazze di Ziegfeld, mi fecero fare un provino presso lo studio Paramount di Long Island. E così, un bel mattino, mi ritrovai tra la segatura di scena di un bar di marinai, allegramente maltrattata. Herbert Brenon, il regista, si vendicava su tutti gli attori delle umiliazioni che aveva subito a Dublino, quando lui stesso faceva l'attore. Ma nella scena della rissa al bar tollerai poco i lividi e gli insulti prima di fargli sapere che non avevo alcun interesse a diventare un'attrice e che poteva conservare il suo talento per qualche ragazza più ambiziosa. Avrei senza dubbio dovuto sorprendermi quando, dopo questo incidente, mi chiese d'accompagnarlo al Kentucky Derby di Louisville - lui, in tutti i casi, si sorprese che accettassi.


-Die Büchse der Pandora-
Non avendo mai sentito parlare di Wedekind, di Lulu o di Pabst, intrapresi il film con la mia calma abituale. Non sapevo affatto che Pabst aveva fatto fare dei provini a tutte le attrici europeee suscettibili di interpretare Lulu, Marlene Dietrich compresa. E rimasi calma allorché, all'uscita del film, i critici dissero che non valevo niente. Ma, dopo aver lavorato con un grande regista che mi aveva trattato come una persona degna di rispetto, decisi di non ritornare a Hollywood.
Il giorno stesso che arrivai a New York, la Paramount mi richiamò per il remake parlato di The Canary murder case. Non avrei accettato né per delle briciole né per 50.000 dollari. Erano furiosi e solo al prezzo di una fortuna dovettero doppiare la mia voce con quella di Margaret Livingston: dovettero far girare a quest'ultima anche qualche scena di raccordo.

-Das Tagebuch einer Verlorenen-
Stavo per ritirarmi dal mondo del cinema allorché Pabst mi spedì un telegramma per dirmi di andare a Parigi per girare Prix de beauté con René Clair. Al mio arrivo a Parigi Clair mi disse che lasciava perdere tutto per dei problemi finanziari. Mentre i produttori cercavano un altro regista, mi recai a Berlino e interpretai The diary of a lost girl, l'ultimo film muto di Pabst.
La maggior parte dei registi avevano la ferma convinzione che solo gli attori non professionisti potevano girare con naturalezza. Comprendendo che anche gli attori sono degli esseri umani, Pabst indagava i loro cuori per trovare l'essenza dei loro personaggi, poi li liberava delle lor tendenze all'imitazione e delle loro paure (ciò che molti attori chiamano arte drammatica) e otteneva sia la verità fondamentale del suo personaggio e l'efficacia professionale.
*
La vedette, l'attore di secondo piano e il semplice figurante, tutti erano perfettamente a loro agio. Si sentivano a casa loro. Nella sequenza che si svolge nell'istituto di correzione, ero vestita con la medesima uniforme di cotone grigio delle attrici berlinesi mezze morte di fame, e solo la cinepresa mi isolava, mi differenziava dalle altre.

Lettere Appassionate (Frida Kahlo a Diego Rivera)

Nella saliva
nella carta
nell’eclisse.
In tutte le linee
in tutti i colori
in tutti i boccali
nel mio petto
fuori, dentro
nel calamaio – nelle difficoltà a scrivere
nello stupore dei miei occhi
nelle ultime lune del sole
(il sole non ha lune) in tutto.
Dire “in tutto” è stupido e magnifico.
DIEGO nelle mie urine – DIEGO nella mia bocca
nel mio cuore – nella mia follia – nel mio sogno
nella carta assorbente – nella punta della penna
nelle matite – nei paesaggi – nel cibo – nel metallo
nell’immaginazione.
Nelle malattie – nelle rotture – nei suoi pretesti
nei suoi occhi – nella sua bocca
nelle sue menzogne.

"Liliana Castagnola,biografia di una chanteuse"


La Castagnola, il cui vero nome era Eugenia,era nata a San Martino,presso Genova,l' 11 marzo 1895 e iniziò prestissimo una fortunata carriera di chanteuse girando tutta l'Europa.Le cronache di quel tempo la vedevano sempre accompagnata con regnanti,ministri,magnati dell'industria.Fu espulsa dalla Francia perchè a Marsiglia costrinse due marinai a battersi in duello per avere le sue grazie:uno dei due uomini rimase ucciso.In seguito a Montecatini fu gravemente ferita dal suo amante geloso che dopo averle sparato due colpi di pistola si tolse la vita;dilapidò in seguito il patrimonio di un principe veneto che per questo fu interdetto dai suoi familiari.
Giunse a Napoli per lavorare al "Teatro Santa Lucia" e la sera del 12 dicembre 1929 andò a vedere lo spettacolo di Totò al "Teatro Nuovo".Il principe notò la sua presenza e il mattino dopo le mandò un fascio di fiori accompagnato da un biglietto:

"E' col profumo di queste rose che vi esprimo tutta la mia ammirazione"

A questo seguirono nei giorni seguenti altri fiori,lettere,telefonate e quindi il primo appuntamento.Il loro amore fu travolgente e la donna che aveva avuto ai suoi piedi gli uomini più ricchi d'Europa si diede completamente al giovane attore napoletano.Ma la loro relazione fin dall'inizio fu caratterizzata da contrattempi e avversità.Totò riceveva telefonate e biglietti anonimi che lo mettevano in guardia da quella donna dal carattere strano.

Liliana pur di restare a Napoli accanto a Totò gli propose di farsi scritturare al Teatro Nuovo.Ma Totò forse stanco della relazione con quella donna possessiva e opprimente, decide di accettare un contratto con la compagnia Cabiria che lo avrebbe portato a lavorare a Padova.
Liliana lo supplicò di non abbandonarla ma Totò aveva ormai deciso,così nella sua camera della "Pensione degli Artisti" la donna ingerì un intero tubetto di sonniferi:fu trovata morta il mattino dopo dalla cameriera.
Totò ne rimase sconvolto e volle che Liliana fosse inumata nella tomba di famiglia dei De Curtis a Napoli.

Alcune lettere che Liliana scrisse al suo Antonio

Antonio
Dopo mezz'ora da quando te ne sei andato,mi hanno chiesta al telefono e mi hanno detto cosi':"Voi credete che Toto' si sia recato a casa sua?Vi illudete!" ed hanno troncato la comunicazione, senza che io abbia avuto il tempo di chiedere altre informazioni.
Che debbo fare?Come vivere cosi'? Perche' dici che mi ami, quando invece non mi sei che nemico?
Io ti voglio bene Antonio e non sai come il cuore e la mia mente soffrano.Debbo credere alla telefonata?Vivo in orgasmo.
Lilia

*

Lavoriamo insieme.Tu sarai il mio maestro e direttore del nostro lavoro.A te il "montare il numero".A te il diritto di vedetta.Io non ti lascero' mai, perche' ti voglio bene, perche' tu sei un uomo di ardimento, pieno di entusiasmo per il bello e per il lavoro.
Io mi sento come te, saro' la tua compagna e la tua artista devota e ti saro' grata del bene che mi farai.
[...]Puoi darmi una risposta?Puoi darmi qualche speranza?Puoi incominciare a darmi la felicita'?
Questi due mesi saro' vicina a te per studiare, per eseguire i tuoi ordini e per aiutarti a "montare" il numero.A poi
Ti amo
Lilia

*

Antonio,
potrai servire a mia sorella Gina tutta la roba che lascio in questa pensione.Meglio che se la goda Gina, anziche' chi mai m'ha voluto bene.
Perche' non sei voluto venire a salutarmi per l'ultima volta?Scortese omaccio! Mi hai fatto felice o infelice?Non so.In questo momento mi trema la mano...Ah, se mi fossi vicino!Mi salveresti, e' vero?
Lilia tua
Antonio, sono calma come non mai.Grazie del sorriso che hai saputo dare alla mia vita grigia e disgraziata.
Non guardero' piu' nessuno...Te lo avevo giurato e mantengo.Stasera, rientrando, un gattaccio nero mi e' passato dinnanzi.E, ora mentre scrivo, un altro gatto nero,giu' nella strada,miagola in continuazione.
Che stupida coincidenza e' vero?..

(Si narra che Liliana Castagnola fu da ispirazione per Guido da Verona nella creazione di Mimì Bluette,personaggio principale di uno dei suoi romanzi).

Alcune disordinate geometrie interiori


« Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate »

L'Amore sorveglia la Follia con immutabile aspetto



" Rimbombo di acque! Dalla scoscesa altura il Velino fende il baratro consunto dai flutti. Caduta di acque! Veloce come la luce, la lampeggiante massa spumeggia, scuotendo l'abisso. Inferno di acque! là dove queste urlano e sibilano e ribollono nell'eterna tor­tura; mentre il sudore della loro immane agonia, spremuto da questo loro Flegetonte, abbraccia le nere rocce che circondano l'a­bisso, disposte con dispietato orrore,e sale in spuma verso il cielo, per ricaderne in un incessante scroscio, che, con la sua inesausta nube di mite pioggia, reca un eterno aprile al terreno attorno, rendendolo tutto uno smeraldo: - quanto profondo è l'abisso! E come di roccia in roccia il gigantesco Elemento balza con delirante salto, abbat­tendo le rupi che, consunte e squarciate dai suoi feroci passi, concedono in abissi uno spaventoso sfogo alla poderosa colonna d'acqua che continua a fluire e sembra piuttosto la sorgente di un giovane mare, divelto dal grembo di montagne dalle doglie di un nuovo mondo, che non soltanto la fonte di fiumi che scorrono fluenti in numerosi meandri attraverso la valle! Volgiti indietro! Vedi, dove esso si avanza simile ad una Eternità, quasi che dovesse spazzar via tutto ciò che trova sul suo cam­mino, affascinando l'occhio col Terrore - impareggiabile cateratta,orribilmente bella! ma sul margine, da una parte all'altra, sotto lo scintillante mattino, posa un'iride tra gli infernali gorghi, simile alla Speranza presso un letto di morte, e, inconsunta nelle sue fisse tinte, mentre tutto là attorno è dilaniato dalle acque infuriate, innalza serenamente i suoi fulgidi colori con tutti i loro raggi intatti, e sembra, tra l'orrore della scena, l'Amore che sorveglia la Follia con immutabile aspetto."
(Lord Byron)

Non ero mai stata
alla Cascata delle Marmore,prima di ieri.Stupore e Meraviglia

Sulle origini della cascata c'è una leggenda: una ninfa di nome Nera si innamorò di un bel pastore: Velino. Ma Giunone, gelosa di questo amore, trasformò la ninfa in un fiume, che prese appunto il nome di Nera. Allora Velino, per non perdere la sua amata, si gettò a capofitto dalla rupe di Marmore. Questo salto, destinato a ripetersi per l'eternità, si replica ora nella Cascata delle Marmore.



Ascolta la voce nell’acqua, dell’acqua che canta
Canta la dolce musica d’amore
del pastorello Velino alla ninfa Nerina.

Come ogni giorno Velino
guidava il gregge a pascoli erbosi
Come ogni giorno per passare il tempo
intagliava pifferi e zufoli
cercava un legno adatto
e si sporse ora a guardare giù dalla rupe nella valle
vide in basso una splendida fanciulla
intenta a lavare nelle acque del fiume che di là scorreva
Velino mai aveva conosciuto amore
e corse a nascondersi turbato
Ma un richiamo irresistibile lo riportò da lei
Suonò, suonò con tutto il suo cuore
Nerina la fanciulla ascoltò affascinata
il suo canto d’amore
e come incantata non si accorse di scivolare dentro il fiume
i cui gorghi inghiottirono il suo candido corpo
Velino,piangendo si tuffò dalla rupe nell’acqua
per salvare il suo amore
Venere commossa da tanto amore salvò
la fanciulla mutandola in ninfa, creatura immortale
Velino divenne fiume e le sue acque scroscianti
cantano ancora il canto d’amore alla dolce Nerina
formando la cascata
e nelle calde sere d’estate, quando la luce del tramonto
rifrange in tanti colori le gocce d’acqua
tra le infinite sfumature se aprirai il tuo cuore
potrai vedere i due fanciulli
stringersi in un canto d’amore.

venerdì 11 giugno 2010

“LULÙ - IL VASO DI PANDORA” (Georg Wilhelm Pabst)

Lulù (Louise Brooks), ex fioraia con ambizioni nel varietà, lavora in un cabaret. Passa con facilità da un letto ad un altro. È l’amante del dott. Peter Schön (Fritz Kortner). Il dottore vuole sposare la figlia del ministro degli interni e abbandonare Lulù. Intanto Lulù si fa scritturare come star della commedia musicale scritta dal figlio di Schön, Alwa (Franz Lederer). Lulù affascina Alwa, che lascia la fidanzata e la sposa. Alla festa delle nozze balla in maniera seducente con la contessa Geschwitz (che è innamorata di lei). Poco dopo il dottor Schön sorprende Lulù sulle ginocchia (con suggestioni erotiche) del vecchio Schilgoch (Carl Goetz). Pabst ci rivelerà poi che è suo padre. Lulù uccide accidentalmente il dottor Schön, viene processata ma riesce ad evadere. Fugge a Parigi con Alwa. Finisce in una bisca clandestina a bordo di una nave. Alwa perde al gioco. Il marchese Casti-Piani (Michael von Newlinsky) vuole vendere Lulù a un mercante di puttane, per un bordello egiziano. Lulù fugge di nuovo con Alwa, con il vecchio e laido Schigolch e con l’acrobata Quast. È la notte di Natale. I fuggitivi trovano in una misera soffitta di Londra. Non hanno niente da mangiare ne da bere. Lulù scende nella strada per rimorchiare qualche cliente. L’uomo che sale nella sua stanza è Jack lo Squartatore (Gustav Diessl). Quando Lulù lo abbraccia, teneramente, lui le pianta il pugnale nel ventre. Giù nella strada, intanto, una processione natalizia si allontana nella notte, seguita dal vecchio Schilgoch (barcollante) e da Alwa (infreddolito e ignaro della morte di Lulù).
Ispirato al dittico di Frank Wedekind (“Lo spirito e la terra” e “Il vaso di Pandora”) sceneggiato con notevoli intuizioni e straordinarie metafore da Laszlo Wajda e fotografato con grande sapienza tragica e capacità di creare momenti di alta tensione epica/figurativa da Günther Krampf, il film ribalta l’interpretazione del personaggio femminile: nella pièce, Lulù, incarnazione della forza primitiva degli istinti, smascherava la corruzione del mondo borghese; nel film di Pabst, la donna che pure si lascia dietro una scia di cadaveri, è meno demoniaca e diventa una vittima della sua sensualità gioiosa, liberata dal giogo dei divieti e delle censure. Anche Jack lo Squartatore acquista uno spessore e un pathos assenti nel testo di Wedeking.
All’epoca circondato da un alone di scandalo e poco apprezzato, è stato in seguito riconosciuto come uno dei più lucidi film di Pabst, dove la deformazione espressionista non assume mai toni predicatori. Ma Lulù è soprattutto il trionfo della bellezza di Louise Brooke, che Pabst preferì, contro il parere di tutti, alla giovane Dietrich. Un viso bianco, perfetto (fotografato con luci radenti, a tratti violente) e una recitazione capace di farla passare attraverso le prove più umilianti con una sconvolgente capacità di rimanere “pulita”, scatenarono la fantasia del pubblico: «incarnazione libertaria e anarchica dell’amour fou e della rivolta senza compromessi contro la società, femminista ante litteram e insieme eroina di un melodramma incandescente, vittima degli uomini e di una morale in putrefazione. Lulù/Brooks, divenne l’indimenticabile protagonista di una danza letteraria e metafisica insieme, tra l’amore e la morte» - e ancora: «Nel tetro e vischioso magma pabstiano, la mobilità ‘fisica’ di Lulu fa lampeggiare agguati, trasalimenti, scocchi. Tutto il film ne riceve come una sollecitazione dinamica, una vibrazione contagiosa»

Omaggio di Henri Langlois

Più della Garbo, il volto, gli occhi, i capelli tagliati alla Giovanna D'Arco di Louise Brooks,e il suo sorriso.
Chi l'ha vista non può dimenticarla. E' l'attrice moderna per eccellenza, poiché, come le statue antiche, è fuori del tempo. Basta vederla per credere alla bellezza, alla vita, alla realtà dei personaggi. Possiede quella naturalezza che soltanto i primitivi conservano davanti all'obiettivo.
Quando è in film, la finzione scompare con l'arte, si ha l'impressione di assistere a un documentario, dove la macchina da presa l'ha colta di sorpresa.
E' l'intelligenza della recitazione cinematografica, è la più perfetta incarnazione della fotogenia, riassume da sola tutto ciò che il cinema muto degli ultimi tempi cercava: l'estrema naturalezza e l'estrema semplicità.
La sua arte è così pura da diventare invisibile.
Pabst fu un grandissimo regista, uno di quelli che maggiormente hanno operato perché il film muto tornasse al classicismo, ma non riesce a liberarsi dal tanfo dell'espressionismo e da una certa pesantezza tranne nei casi in cui ha come attrice Louise Brooks. Senza di lei non avrebbe mai potuto diventare universale, non avrebbe mai potuto arrivare a quello stile diretto, spoglio, oggettivo, non avrebbe mai potuto spingersi così lontano, trattare soggetti così scabrosi con quell'eleganza, quel modo di dire tutto, di analizzare tutto senza nemmeno apparentemente toccarlo.
(Da 60 ans de cinéma, programma della Cinémateque Française, 1955)

Sono Quella Che Sono (J.Prevert)


Sono quella che sono,
Sono fatta così
Se ho voglia di ridere
Rido come una matta
Amo colui che m'ama
non è colpa mia
se non e sempre quello
per cui faccio follie.
Sono quella che sono
Sono fatta così
Che volete ancora
Che volete da me
Son fatta per piacere
Non c'e niente da fare
Troppo alti i miei tacchi
Troppo arcuate le reni
Troppo sodi i miei seni
Troppo truccati gli occhi
E poi
Che ve ne importa a voi
Sono fatta così
Chi mi vuole son qui
Che cosa ve ne importa
Del mio proprio passato
Certo qualcuno ho amato
E qualcuno ha amato me
Come i giovani che s'amano
Sanno semplicemente amare
Amare amare...
Che vale interrogarmi
Sono qui per piacervi
E niente può cambiarmi

Phoolan Devi,The Bandit Queen

Una vita da film e una morte arrivata presto,a soli 37 anni.
Phoolan era nata in una comunità poverissima di barcaioli della casta più bassa. A undici anni era sposa di un uomo di vent'anni più vecchio. Scappò per fuggire alle violenze che era costretta a subire. Ancora bambina fu rapita, stuprata e costretta a unirsi ai dacoits, i banditi dello Stato del Madhya Pradesh. Sopravvisse a tutto, alla fame, alle fughe dalla polizia, all'assassinio del suo uomo nel 1980. Sopravvisse e fece di più. Diventò nell'immaginario di migliaia di persone la vendicatrice dei diritti violati dal sistema inumano delle caste indiane.Phoolan era stata accusata dell'assassinio di 22 esponenti delle caste alte di proprietari terrieri (i Thakur), un massacro avvenuto nel 1981 nel villaggio di Behmai. La vendetta, si diceva, per la morte del suo amore e per i ripetuti stupri che aveva subito dagli uomini di quel villaggio quando fu catturata. Ricercata dalla polizia, si era dichiarata innocente ma si consegnata due anni dopo e aveva trascorso quasi dieci anni in carcere mentre la sua leggenda cresceva nel paese.Scarcerata per buona condotta nel 1994 era entrata in politica e nel 1996 era stata eletta al Parlamento federale nelle liste del partito regionale Samjwadi, che rappresenta le caste più basse. Sconfitta nel 1998, era tornata in Parlamento nel 1999.La sua vita è davvero diventata un film, "Regina dei Banditi" - diretto da Shekhar Kapur e basato sulla biografia scritta da Mala Sen. Perché la storia di Phoolan era entrata nella cultura popolare indiana. Nessuno in India dimenticherà mai il giorno in cui la regina dei ladri si è arresa. Avvolta in uno scialle rosso, davanti a migliaia di seguaci urlanti, la giovane donna fiera consegna le sue armi dopo essersi inchinata a mani giunte davanti al ritratto del Mahatma Ghandi e alla statua della dea indù che rappresenta il potere, Durga.E' stata uccisa da un commando di tre uomini mascherati mentre tornava dal Parlamento. Era appena scesa dalla macchina per entrare in casa quando le hanno sparato. Gli assassini sono poi fuggiti con un'auto, abbandonata poco dopo in una strada vicina, e poi su un risciò motorizzato.

"Some Disordered Interior Geometries"










Marina di guerra in amore,Vladimir Majakovskij

Van sui mari scherzando in crociera
il torpediniero e la torpediniera.

E come la vespa s’attacca col miele
così la torpediniera fedele.

E per il torpediniero, infinita
è la felicità della vita.

Ma li scoprì con gli occhiali sul naso
un riflettore pedante, per caso.

Una sirena fece la spia,
denunziandone a tutti la scia.

Fuggì via la torpediniera,
come al vento della bufera.

Ma il torpediniero ormai stanco,
poverino, fu colto nel fianco.

Sull’oceano ora va la preghiera
della vedova torpediniera.

Dava forse agli uomini noia
quella loro semplice gioia?

Francesca Woodman (Denver, 3 aprile 1958 – New York, 19 gennaio 1981)

Francesca Woodman nata a Denver nel 1958 visse nel suo periodo più fecondo a Roma tra il ’77 e il ’78 come borsista della Rhode Island School of Design di Providence. Cresciuta in una famiglia di artisti, Francesca Woodman si interessa alla fotografia e realizza i primi lavori a soli 13 anni. A Roma frequenta la Galleria Maldoror che presenta la sua prima mostra. Tornata in America si trasferisce a New York dove si dedica alla stesura di alcuni libri delle sue fotografie. Some Disordered Interior Geometries è pubblicato nel 1981, anno in cui si toglie la vita. E' stata definita come la prima bambina prodigio della fotografia. Assorbiva ed imparava da fotografi contemporanei come Duane Michaels con il quale ha condiviso l'amore per i corpi offuscati in movimento, surreali attorcigliamenti e l'uso di frasi ambigue per completare l'opera, Ralph Eugene Meatyard, Ralph Gibbons e Deborah Turbeville, dei quali, la carriera di successo nel campo della moda e nella scena dell'arte fu di profonda ispirazione. Ispirata ora al Futurismo ora alla scultura barocca, o alle tendenze neoespressionistiche della Transavanguardia, con gli esponenti della quale entra in contatto nel suo soggiorno a Roma, l'opera della Woodman si discosta alquanto dalle classiche posizioni realistiche della fotografia. Sconosciuto al grande pubblico per molto tempo, il lavoro di Francesca Woodman rivela un mondo di grande forza emozionale. Le sue immagini fotografiche ritraggono una realtà altra, interiore e "fantasmatica", densa di misteriose apparizioni in stanze vuote e fatiscenti. «M’interessa come l’individuo si relaziona allo spazio…ho iniziato a fare le foto fantasma, le persone che svaniscono...», dichiara in uno scritto. E "le persone che svaniscono" sono quasi sempre impersonate da lei stessa, dal proprio corpo nudo. Sono immagini enigmatiche: la figura di Francesca si smaterializza attraverso il movimento rapido del corpo come nella serie House (1975-76) in cui gioca a nascondino con il riverbero di luce di una finestra, e si identifica spesso in quella presenza-assenza che sono gli angeli, come nell’opera Angels del periodo romano. Il suo corpo diventa un mezzo per esprimersi come gli oggetti che lo circondano - guanti, tacchi, lenzuola, specchi, porte - oggetti che si rincorrono l’un con l’altro in spazi vuoti illuminati da una luce che pare dissolverli. Francesca Woodman utilizza lo strumento fotografico per rappresentare ed esprimere l’identità femminile in quella particolare età che va dall’adolescenza alla prima maturità.

Tratto da "Mimì Bluette,fiore del mio giardino",Guido da Verona


Sui muri della immensa Capitale brillava come una bionda frivolità il suo limpido sorriso. Dappertutto ella camminava, co' piedi nudi, sul rosso tappeto che inazzurrava la giuncatura de' suoi fiordalisi. Dietro la sua carne trasparente, dietro i suoi capelli disciolti, si alzava, come la vampa del Gharb, un vortice di fiamme. La Città Stupenda per l'ultima volta s'impadroniva della sua bellezza; l'anima dionisiaca di Parigi per l'ultima volta splendeva nel miracolo della sua danzatrice. Lungo le strade, per ogni quadrivio, nei sobborghi, lungo i moli della Senna, tra un colore di fiamma e di giardino riappariva Mimì Bluette. I milioni d'uomini racchiusi nell'anfiteatro dell'immensa Capitale guardavano con un senso d'amicizia e di piacere il sorriso della divina Bluette. Non tutti sarebbero andati a vederla, ma tutti ricevevan da quel nome un senso di leggera e trasparente poesia. Era per tutti una cosa loro, un nome che aveva danzato le più belle danze di Parigi, una musica lieve in quell'enorme tumulto, — anzi un piccolo fiore da mettere sui cappelli di paglia, nei mesi d'estate. "Mimi Bluette — La Danse du Soleil... " C'era stato un ballo, propagatosi ai quattro angoli della terra, che si chiamava My Blu; c'era stata una maniera d'esser belle che si chiamava la maniera di Mimi Bluette; c'era stato un fiore dell'anno, coltivato nelle vetrine fosforescenti e venduto a mazzi dalle fioraie de la Madeleine, che si chiamava a bleuet , c'era stata la pelliccia, la stoffa, la piuma, il quadro, il libro, lo scandalo, che si chiamavano Mimi Bluette:la mu- sica e la bellezza di questa danzatrice non erano state altro che una bellezza ed una musica della trionfale Parigi.