venerdì 11 giugno 2010

“LULÙ - IL VASO DI PANDORA” (Georg Wilhelm Pabst)

Lulù (Louise Brooks), ex fioraia con ambizioni nel varietà, lavora in un cabaret. Passa con facilità da un letto ad un altro. È l’amante del dott. Peter Schön (Fritz Kortner). Il dottore vuole sposare la figlia del ministro degli interni e abbandonare Lulù. Intanto Lulù si fa scritturare come star della commedia musicale scritta dal figlio di Schön, Alwa (Franz Lederer). Lulù affascina Alwa, che lascia la fidanzata e la sposa. Alla festa delle nozze balla in maniera seducente con la contessa Geschwitz (che è innamorata di lei). Poco dopo il dottor Schön sorprende Lulù sulle ginocchia (con suggestioni erotiche) del vecchio Schilgoch (Carl Goetz). Pabst ci rivelerà poi che è suo padre. Lulù uccide accidentalmente il dottor Schön, viene processata ma riesce ad evadere. Fugge a Parigi con Alwa. Finisce in una bisca clandestina a bordo di una nave. Alwa perde al gioco. Il marchese Casti-Piani (Michael von Newlinsky) vuole vendere Lulù a un mercante di puttane, per un bordello egiziano. Lulù fugge di nuovo con Alwa, con il vecchio e laido Schigolch e con l’acrobata Quast. È la notte di Natale. I fuggitivi trovano in una misera soffitta di Londra. Non hanno niente da mangiare ne da bere. Lulù scende nella strada per rimorchiare qualche cliente. L’uomo che sale nella sua stanza è Jack lo Squartatore (Gustav Diessl). Quando Lulù lo abbraccia, teneramente, lui le pianta il pugnale nel ventre. Giù nella strada, intanto, una processione natalizia si allontana nella notte, seguita dal vecchio Schilgoch (barcollante) e da Alwa (infreddolito e ignaro della morte di Lulù).
Ispirato al dittico di Frank Wedekind (“Lo spirito e la terra” e “Il vaso di Pandora”) sceneggiato con notevoli intuizioni e straordinarie metafore da Laszlo Wajda e fotografato con grande sapienza tragica e capacità di creare momenti di alta tensione epica/figurativa da Günther Krampf, il film ribalta l’interpretazione del personaggio femminile: nella pièce, Lulù, incarnazione della forza primitiva degli istinti, smascherava la corruzione del mondo borghese; nel film di Pabst, la donna che pure si lascia dietro una scia di cadaveri, è meno demoniaca e diventa una vittima della sua sensualità gioiosa, liberata dal giogo dei divieti e delle censure. Anche Jack lo Squartatore acquista uno spessore e un pathos assenti nel testo di Wedeking.
All’epoca circondato da un alone di scandalo e poco apprezzato, è stato in seguito riconosciuto come uno dei più lucidi film di Pabst, dove la deformazione espressionista non assume mai toni predicatori. Ma Lulù è soprattutto il trionfo della bellezza di Louise Brooke, che Pabst preferì, contro il parere di tutti, alla giovane Dietrich. Un viso bianco, perfetto (fotografato con luci radenti, a tratti violente) e una recitazione capace di farla passare attraverso le prove più umilianti con una sconvolgente capacità di rimanere “pulita”, scatenarono la fantasia del pubblico: «incarnazione libertaria e anarchica dell’amour fou e della rivolta senza compromessi contro la società, femminista ante litteram e insieme eroina di un melodramma incandescente, vittima degli uomini e di una morale in putrefazione. Lulù/Brooks, divenne l’indimenticabile protagonista di una danza letteraria e metafisica insieme, tra l’amore e la morte» - e ancora: «Nel tetro e vischioso magma pabstiano, la mobilità ‘fisica’ di Lulu fa lampeggiare agguati, trasalimenti, scocchi. Tutto il film ne riceve come una sollecitazione dinamica, una vibrazione contagiosa»

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