mercoledì 18 agosto 2010

The Estate of Henry Miller

Una volta mollata l'anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del caos. Dal principio non fu mai altro che caos: un fluido che mi avviluppava, ed io vi respiravo per branchie. Nei substrati, dove la luna brillava ferma e opaca, era liscio e fecondo; sopra era frastuono e discordanza. In tutte le cose io vedevo subito l’opposto, la contraddizione, e fra il reale e l’irreale l’ironia, il paradosso. Ero il mio peggior nemico. Nulla c’era che volessi fare e potessi anche non fare. Anche bambino, quando nulla mi mancava, io volevo morire; volevo arrendermi perché non vedevo senso nella lotta. Sentivo che nulla si sarebbe provato, sostanziato, aggiunto o sottratto continuando un’esistenza che io non avevo chiesto. Tutti attorno a me eran dei falliti, e se non falliti ridicoli. Specialmente chi avesse avuto successo. Questi poi mi annoiavano fino alle lacrime. Ero comprensivo per chi sbagliava, ma non era la compassione a muovermi. Era una virtù meramente negativa, una debolezza che fioriva alla sola vista della miseria umana. Non ho mai aiutato nessuno aspettandomi che ciò gli facesse del bene, lo aiutavo perché non ero capace di fare altrimenti. Voler cambiare la condizione delle cose a me pareva futile; nulla sarebbe cambiato – ne ero convinto – se non per un mutamento del cuore, e chi può cambiare il cuore degli uomini? Di tanto in tanto un amico si convertiva; roba da vomitare. Non avevo bisogno di Dio, più di quanto Egli avesse bisogno di me, e se un Dio ci fosse, dicevo spesso fra me, andrei a trovarlo calmo calmo e Gli sputerei in faccia.
Più seccante il fatto che a prima vista la gente mi prendeva per buono, gentile, generoso, leale, fedele. Forse io possedevo queste virtù, ma soltanto perché ero indifferente: potevo permettermi d’essere buono, gentile generoso, leale e così via, perché ero libero da invidia. L’invidia era l’unica cosa di cui io non fossi vittima. Non mai invidiato nulla e nessuno. Al contrario ho solo sentito pietà per tutti e per tutto.
Fin da principio devo essermi addestrato a non desiderare troppo cosa alcuna. Fin da principio sono stato indipendente, ma a modo storto. Non avevo bisogno di nessuno perché volevo essere libero, libero di fare e di dare solo come dettava il mio capriccio. E quando o si voleva o ci si aspettava qualcosa da me, allora io recalcitravo e dicevo di no. Questa la forma che prendeva la mia indipendenza. Ero guasto, in altre parole, guasto in partenza. E’ come se mia madre m’avesse nutrito di veleno, e anche se mi svezzarono presto, il veleno non uscì mai dal mio organismo. Anche quando mia madre mi tolse la mammella, pare che io sia rimasto del tutto indifferente; quasi tutti i bambini si ribellano, o fan finta di ribellarsi, ma a me non importò un accidente. Ero filosofo sin dalle fasce. Ero contro la vita, per principio. Ma che principio? Il principio della futilità. Tutti attorno a me lottavano. Io invece non feci mai alcun sforzo. Se facevo mostra di sforzarmi un po’, era solo per compiacere qualcun altro; In fondo me ne infischiavo. Spiegatemi pure il perché io fossi così; io vi dirò che non è vero; perché son nato Bastian contrario, e nulla può eliminarlo. Seppi poi, una volta cresciuto, che se la videro brutta, a tirarmi fuori dall’utero. E lo capisco perfettamente. Perché muoversi? Perché uscire da un bel posticino caldo, quel bel rifugio dove tutto ti si offre gratis? Il mio più lontano ricordo è il freddo, la neve e il ghiaccio del rigagnolo, il gelo sui vetri della finestra, il diaccio dei muri verdi, trasudati, in cucina. Ma perché la gente vive nel clima innaturale della zone che erroneamente si dicono temperate? Perché la gente è per natura idiota, per natura infingarda, per natura vigliacca. Fino ai dieci anni di età io non mi resi conto che esistessero paesi “caldi”, posti dove non c’è da sudarsi la vita, né tremare né far finta che questo sia tonico, inebriante. Dovunque c’è freddo, lì c’è gente che sgobba a morte e quando mettono al mondo un bambino, insegnano al bambino il vangelo del lavoro; che, in fondo, non è altro che la dottrina dell’inerzia. I miei eran completamente nordici, cioè a dire idioti. Ogni idea sbagliata che mai sia stata espressa, l’avevano loro. La dottrina della pulizia, per non dire della rettitudine: Eran penosamente puliti. Ma dentro puzzavano. Mai avevano aperto la porta che mena all’anima; mai si sognarono di fare un salto nel buoi. Dopo pranzo subito lavavano i piatti e li mettevano nella credenza; dopo letto, il giornale veniva piegato con cura e riposto su uno scaffale; dopo lavati i panni li stiravano e li ripiegavano e poi li riponevano nei cassetti. Ogni cosa per il domani, ma il domani non veniva mai. Il presente era solo un ponte e su questo ponte essi ancora gemono, come geme il mondo, e non c’è un idiota, mai, che pensi di far saltare il ponte.
Nella mia amarezza spesso io cerco motivi per condannarli, per poter meglio condannarmi. Perché anch’io son come loro, per molti versi. A lungo credetti d’averla scampata, ma col passar del tempo vedo che non son per niente migliore, ma anzi un poco peggiore, perché io vedevo con più chiarezza di quanta mai abbiano avuto loro, eppure non avevo la forza di mutar la mia vita. Se ripenso alla mia vita mi pare di non aver mai fatto nulla di mia volontà, ma sempre sotto la pressione degli altri. Spesso la gente mi considerava un tipo avventuroso; niente di più lontano dal vero. Le mie avventure eran sempre avventizie, sempre imposte, sempre subite anziché intraprese. Io partecipo all’essenza di quel popolo nordico orgoglioso e pieno di sé che non ha mai avuto il minimo senso dell’avventura, ma che tuttavia ha battuto la terra, l’ha messa sottosopra, lasciando relitti e rovine dappertutto. Spiriti inquieti, ma non avventurosi. Spiriti angosciati, incapaci di vivere nel presente. Sciagurati vigliacchi tutti quanti, me compreso. Perché c’è solo una grande avventura, ed è al didentro, verso l’ io, e per questo non contano né il tempo, né lo spazio, e nemmeno le azioni.
Ogni tanto ero sul punto di far questa scoperta ma, in una maniera che era tutta mia, riuscivo sempre a evitare lo scoglio. Se voglio trovare una buona scusa, riesco a pensare solo a com’ eran fatte le strade che conoscevo e la gente che ci abitava. Non riesco a pensare strada americana, o persona che vi abiti, capace di guidarti alla scoperta dell’io. Ho battuto strade di molti paesi del mondo ma mai mi son sentito come in America avvilito e umiliato. Immagino che le strade d’America si uniscono tutte a formare una enorme latrina, una latrina dello spirito in cui tutto è assorbito e ridotto a merda imperitura. Sopra a questa latrina lo spirito del lavoro intesse una magia; palazzi e fabbriche spuntano fianco a fianco, polverifici e stabilimenti chimici e acciaierie e sanatori e prigioni e manicomi. Tutto il continente è un incubo che produce la più gran miseria per la più grande massa. Ero uno, un’entità isolata nel mezzo del più grande carosello di ricchezze e di felicità (ricchezza statistica, felicità statistica) e non ho mai conosciuto un uomo che fosse davvero ricco o davvero felice. Almeno io sapevo d’essere infelice e povero, fuori sesto e fuori passo. Questa era la mia consolazione, la mia sola gioia. Ma non bastava. Sarebbe stato meglio, per la pace del mio spirito,, per l’anima mia, esprimere apertamente la mia ribellione, e finire in galera per questo, marcirci dentro e morire. Sarebbe stato meglio, come il pazzo Czolgosz, sparare a qualche buon presidente McKinley, a un’anima bella, insignificante come lui che non aveva mai fatto male a nessuno. Perché in fondo al mio cuore c’era l’assassinio: volevo veder l’America distrutta, rasa al suolo. Volevo veder questo succedere per mera vendetta, a espiazione dei delitti compiuti contro di me e contro altri come me che non son mai riusciti ad alzar la voce ed esprimere l’odio, la ribellione, la legittima loro sete di sangue.
Io fui il malo frutto di una mala terra. Se l’io non fosse indistruttibile, l’ ”io” di cui scrivo sarebbe andato distrutto molto tempo fa. A qualcuno sembrerà un’invenzione, ma tutto quello che io immagino accaduto, accadde davvero almeno a me. La storia può anche smentirlo, giacché io non ho avuto parte nella storia della mia gente, ma anche se tutto quel che dico è sbagliato, preconcetto, rancoroso, maligno, anche se io sono un bugiardo e un avvelenatore, nondimeno è la verità e bisognerà che la mandiate giù.

Quanto a ciò che accadde…

©1961 The Estate of Henry Miller
Titolo originale dell’opera: Tropic of Capricorn

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