giovedì 30 settembre 2010

Non ho bisogno di denaro...

Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all' orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.



Alda Merini

lunedì 27 settembre 2010

Cattelan Vs Woodman

Una donna di spalle, la faccia e il corpo costretti contro un lenzuolo bianco del tutto simile a quello di un letto d’ospedale o di morte. È un’immagine di coercizione e di tortura, che la posizione verticale rende simile a una crocefissione, ma senza riprenderne alcuna tradizionale iconografia: la figura non è inchiodata a due pali e non è frontale. Esposta per la prima volta nel 2008 sulla facciata della chiesa di Pulheim (Colonia) per esprimere la lotta dell’uomo contro il potere della morte, quest’installazione basa la propria forza perturbante sul ribaltamento delle coordinate spaziali dal piano alla parete, per rappresentare una condizione femminile di asservimento e prostrazione, di negazione e annullamento dell’identità, dal momento che della figura non è possibile in alcun modo intravedere il volto. E il ricordo corre a Ipazia d’Alessandria, fatta a pezzi nel 415 d.C., e ai roghi delle cacce alle streghe. La particolare iconografia è mutuata da un ritratto di Francesca Woodman, l’artista italo-americana morta suicida nel 1981 a soli 22 anni, in cui l’autrice si raffigura attaccata allo stipite superiore di una porta. Fotografia che Cattelan traduce nel 2007 in resina per esporla alla Kunsthaus di Bregenz. La morte è il tema attorno al quale ruota la riflessione dell’artista - da Bidibibodibiboo, il piccolo scoiattolo suicida, a Piumino, la tomba per un cagnolino - ma ora è affrontato in modo più diretto e sconcertante e, soprattutto, senza la solita ironia. “Noi siamo forse le uniche creature – spiega Cattelan - intimamente consapevoli del fatto che dovranno morire, anche quando la morte non è imminente.”


Cattelan's installation, untitled, from 2007.

domenica 26 settembre 2010

La Morte Araba

«Era una giornata afosissima. Stavamo morendo di caldo men­tre aspettavamo l’apparizione della diva. Qualcuno comincia­va a insinuare che Theda si fos­se liquefatta con il bistrò che le impastava le ciglia. Si aprì una porta e ap­parve ai nostri occhi la regina delle sirene bardata di pellicce fino ai denti. “Miss Bara — disse l’agente con una voce da im­bonitore da circo — è nata all’ombra della Sfinge. Laggiù fa molto, molto caldo e lei qui ha freddo». Theda Bara fu la prima vamp ufficiale del cinema americano. Solo quindici anni prima, nel 1903, una figura di donna piccolina e bionda si era mossa su uno schermo tremolante. Si ve­deva appena: la pellicola era breve e con­fusa. Il suo nome Mae Murray, la prima attrice cinematografica del mondo. Pochi anni dopo gli schermi erano pieni di don­ne che sbarravano gli occhi paurosamen­te o che si aggrappavano con lunghe dita tremanti ai tendaggi. Di Theda Bara si raccontava fosse nata in pieno deserto sahariano dagli amori di un ufficiale francese con una donna ara­ba, dalla quale Theda avrebbe ereditato poteri magici. Il suo nome era un ana­gramma di Arab Death, morte araba. Le immagini tratte da un suo film Sin (Peccato), la ritraggono fasciata fino ai piedi da un abito scuro con gli occhi cu­pi rivolti fissi verso lo spettatore, mentre le braccia erette reggevano un’incredibile selva di capelli neri che ricadevano sulle spalle bianche, quasi fino alla cintola. Theda diventerà famosissima girando film come Cleopatra, La donna tigre, Salomè, Saffo eterna. In realtà si chiamava Theodosia Goodman ed era na­ta nell’Ohio.

Lo Stormo Bianco


Non so se sei vivo
o sei perduto per sempre,
se posso ancora cercarti nel mondo
o ti debbo piangere mestamente
come morto nei pensieri della sera.
Ti ho dato tutto: la quotidiana preghiera
e la struggente febbre dell'insonnia,
lo stormo bianco dei miei versi
e l'azzurro incendio degli occhi.
Nessuno mi è stato più intimo di te,
nessuno mi ha reso più triste,
nemmeno chi mi ha tradita fino al tormento,
nemmeno chi mi ha lusingata e poi dimenticata.

Anna Achmatova (Slepnevo,estate 1915)

Uccellini,Anain Nin (Prefazione dell'autrice)

"E' interessante osservare come pochissimi scrittori si siano accinti di loro iniziativa a scrivere racconti o confessioni erotiche. Persino in Francia, dove c'è la convinzione che l'erotismo abbia un ruolo molto importante nella vita, gli scrittori che l'hanno fatto erano spinti dalla necessità, dal bisogno di denaro.
Una cosa è includere l'erotismo in un romanzo o in un racconto, e un'altra e concentrarvi tutta l'attenzione. La prima è come la vita stessa. E, per così dire, naturale, sincera, come nelle pagine sensuali di Zola o di Lawrence.
Ma concentrarsi interamente sulla vita sessuale non è naturale. Diventa qualcosa come la vita della prostituta, un'attività anormale che finisce con l'allontanare la prostituta dal sesso. Gli scrittori forse lo sanno. Per questo hanno scritto soltanto una confessione o pochi racconti sull'argomento, per soddisfare la loro onestà nei confronti della vita, come fece Mark Twain. (...)
Quanto a me, il mio vero lavoro di scrittura fu messo da parte quando mi misi alla ricerca dell'erotico. Queste sono le mie avventure in quel mondo di prostituzione. Metterle in luce sulle prime fu difficile. La vita sessuale di solito è avvolta in molti strati, per tutti noi - poeti, scrittori, artisti. E' una donna velata, mezzo sognata."


giovedì 23 settembre 2010

Non t’amo più (E.Evtusenko)

Non t’amo più…E’ un finale banale

Banale come la vita, banale come la morte
Spezzerò la corda di questa crudele romanza

farò a pezzi la chitarra: ancora la commedia perchè recitare!

Al cucciolo soltanto, a questo mostriciattolo peloso, non è dato capire
perchè ti dai tanta pena e perchè io faccio altrettanto.
Lo lascio entrare da me, e raschia la tua porta,
lo lasci passare tu, e raschia la mia porta.

C’è da impazzire, con questo dimenio continuo…
O cane sentimentalone, non sei che un giovanotto.
Ma io non cederò al sentimentalismo.
Prolungar la fine equivale a continuare una tortura.

Il sentimentalismo non è una debolezza, ma un crimine
quando di nuovo ti impietosisci, di nuovo prometti
e provi, con sforzo, a mettere in scena un dramma
dal titolo ottuso “Un amore salvato”.

E’ fin dall’inizio che bisogna difendere l’amore
dai “mai” ardenti e dagli ingenui “per sempre!”.
E i treni ci gridavano: “Non si deve promettere!”.
E i fili fischiavano: “Non si deve promettere!”.

I rami che si incrinavano e il cielo annerito dal fumo
ci avvertivano, ignoranti presuntuosi,
che è ignoranza l’ottimismo totale,
che per la speranza c’è più posto senza grandi speranze.

E’ meno crudele agire con sensatezza e giudiziosamente soppesare gli anelli
prima di infilarseli, secondo il principio dei penitenti incatenati.
E’ meglio non promettere il cielo e dare almeno la terra,
non impegnarsi fino alla morte, ma offrire almeno l’amore di un momento.

E’ meno crudele non ripetere “ti amo”, quando tu ami.
E’ terribile dopo, da quelle stesse labbra
sentire un suono vuoto, la menzogna, la beffa, la volgarità
quando il mondo falsamente pieno, apparirà falsamente vuoto.

Non bisogna promettere…L’amore è inattuabile.
Perchè condurre all’inganno, come a nozze?
La visione è bella finchè non svanisce.
E’ meno crudele non amare, quando dopo viene la fine.
Guaisce come impazzito il nostro povero cane,
raspando con la zampa ora la mia, ora la tua porta.
Non ti chiedo perdono per non amarti più.
Perdonami d’averti amato.

mercoledì 22 settembre 2010

Il Piacere di Matilde (tratto da "Il Delta di Venere",Anais Nin)

Il piacere di Matilde nell'accarezzare gli uomini era così immenso, e le loro mani che passavano sul suo corpo la accarezzavano così completamente, così continuamente, che non riusciva quasi mai a raggiungere l'orgasmo.Se ne rendeva conto solo dopo che gli uomini se n'erano andati e si risvegliava dai suoi sogni d'oppio con il corpo ancora inquieto.Rimaneva sdraiata a limarsi le unghie e a dipingerle con lo smalto, si dedicava alla sua raffinata toilette per future occasioni, si spazzolava i capelli biondi. Seduta al sole, si schiariva i peli del pube con batuffoli di acqua ossigenata per armonizzarli coi capelli. Abbandonata a se stessa, era tormentata dal ricordo delle mani sul suo corpo. Ora ne sentì una sotto il braccio, che le scivolava verso la vita. Le venne in mente Martinez, il suo modo di aprirle il sesso come un bocciolo, i colpetti della sua lingua veloce che copriva la distanza dal pelo pubico alle natiche, fermandosi nella fossetta alla fine della colonna vertebrale. Come gli piaceva questa fossetta, che portava le sue mani e la sua lingua a seguire la curva all'ingiù e svanire tra le due morbide rotondità carnose.Pensando a Martinez, Matilde si sentì invadere dalla passione.E non riuscì ad aspettare il suo ritorno.Si guardò le gambe che a furia di vivere in casa erano diventate bianche, molto allettanti, di un bianco gesso simile alla carnagione delle donne cinesi, di un morboso pallore da serra che gli uomini, e in particolare i peruviani di pelle scura, amavano molto.Si guardò il ventre, senza un difetto, senza una sola piega che non avrebbe dovuto esserci. I peli pubici erano rosso dorati, brillavano al sole."Com'è che mi vede lui?" si chiese.Si alzò e portò un lungo specchio vicino alla finestra e lo appoggiò al pavimento, contro una sedia. Poi vi si mise di fronte, seduta sul tappeto, e lentamente aprì le gambe.La vista era incantevole.La pelle era immacolata, la vulva rosata e piena. Pensò che era come la foglia dell'albero della gomma con il suo latte segreto che la pressione delle dita poteva far uscire, la mistura odorosa che assomigliava a quelle delle conchiglie marine. Così era Venere, nata dal mare, con dentro questo piccolo chicco di miele salato, che solo le carezze potevano far uscire dai recessi nascosti del suo corpo.Matilde si chiese se sarebbe riuscita a farlo uscire dal suo misterioso nocciolo.Aprì con le dita le piccole labbra della vulva e incominciò ad accarezzarla con la dolcezza di un gatto. Avanti e indietro, si accarezzò come faceva Martinez con le sue dita scure più nervose.Le vennero in mente quelle dita scure sulla sua pelle, così in contrasto col suo pallore, così grosse che sembravano più adatte a far male che a suscitare piacere con il loro tocco. Con quanta delicatezza la toccava, pensò, tenendo la vulva tra le dita come se stesse toccando del velluto.Anche lei la prese come faceva lui, tra il pollice e l'indice. Con l'altra mano libera continuò ad accarezzarsi.Provò Io stesso scioglimento che sentiva sotto le dita di Martinez. Da qualche luogo oscuro stava arrivando un liquido salmastro, a coprire le ali del suo sesso, e tra esse ora brillava.Poi Matilde volle sapere che aspetto aveva quando Martinez le diceva di girarsi. Si sdraiò sul fianco sinistro offrendo il culo allo specchio. Ora poteva vedere il suo sesso da un'altra prospettiva. Si mosse come si muoveva per Martinez. Vide la sua mano apparire sulla collinetta formata dalle natiche, che prese ad accarezzare. L'altra mano si spostò tra le gambe e comparve nello specchio da dietro. Questa mano le accarezzava il sesso avanti e indietro. Poi venne inserito un indice e Matilde incominciò a strofinarvisi contro. Ora era in preda al desideriodi essere presa da entrambe le parti, e affondò l' altro indice nel buco tra le natiche. Ora, spostandosi in avanti, sentiva il dito nella vagina, e, sporgendosi indietro,sentiva l'altro dito, come le capitava a volte quando Martinez e un amico la accarezzavano insieme.L'avvicinarsi dell'orgasmo la eccitò e i suoi gesti divennero convulsi, gesti che volevano staccare l'ultimo frutto da un ramo, tirando e strappando per far precipitare tutto in un orgasmo selvaggio, che venne mentre si guardava allo specchio, vedendo le sue mani muoversi, il miele brillare, tutto il sesso e il culo umidi di un umore lucente tra le gambe.[...]

Ex Libris







Non ho chiuso le tendine (Da Piantaggine)

Non ho chiuso le tendine,
guarda dritto nella stanza.
Perché non puoi fuggire
oggi sono così allegra.
Dimmi pure svergognata
scagliami i tuoi sarcasmi:
sono stata la tua insonnia,
la tua angoscia sono stata.

Anna Achmatova,1916


martedì 21 settembre 2010

Ultimo Brindisi (Anna Achmatova)

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.


Photo:Helmut Newton

lunedì 20 settembre 2010

Sulla morte senza esagerare,Wislawa Szymborska

Non si intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più d’un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
nel suo gravoso lavoro.
La cattiva volontà non basta
e anche il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno finora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.
Chi ne afferma l’onnipotenza,
egli stesso è la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia stata immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.
Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.


sabato 18 settembre 2010

Possibilità,Wislawa Szymborska

Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare che l'intelletto ha la colpa di tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlar d’altro coi medici.
Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi,da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti, che non mi promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l'inferno del caos all'inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori che fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari, perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccar ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco considerare persino la possibilità che l’essere abbia una sua ragione.

Tratto da"Mimì Bluette,fiore del mio giardino" (Guido Da Verona)

Oggi, nelle vie di Parigi, solitario ed umile passa il tuo funerale.

Tu, che rappresentavi nella Città Dionisiaca il suo divino e glorioso piacere,
oggi sei ferma, e giaci,
e puoi traversare la Metropoli che ti regalò tanta fiamma,
perchè hai portato nell'anima l'amore di Maria Maddalena.
Sei nata come un fiore selvatico nella dolcissima valle del Po;
hai traversato le bufere di sole che incendiano il terribile Gharb;
hai danzato, sovra un tappeto rosso come il Guébli,
la danza del tuo cuore morto...
Che lunga lunga strada... che infinita malinconia...

Oggi cantano le belle mitragliatrici.

Hai cadenzato la musica di due loquele nel profumo de' tuoi fiordalisi;
hai saputo confondere il sogno nell'armonia de' tuoi movimenti,
come il poeta imprigiona la bellezza nelle musiche della eterna Poesia.

Oggi cantano le belle mitragliatrici.

E Parigi che ha sempre una canzone per la sua camminante bandiera,
Parigi che può sorridere anche nelle ore d'immortalità,
s'incurva su quella che torna dal rosso delirio affricano,
e posa la medaglia di Laire sul feretro azzurro della Transalpina.

Oggi cantano le belle mitragliatrici.

Bluette, porterai qualche musica nella trincea che non dorme,
dai giogo bianco dello Stelvio all'onda calma
che rispecchia le tragiche finestre di Miramare.
Vedrai quelli che assaltarono la rupe del Carso formidabile;
quelli che, guadato il fiume,
terribilmente vissero nell'inferno di Doberdò.
Vedrai quelli che salivano, di notte, senza luna,
in gran silenzio,
per scolpire nel granito inaccessibile la
storia degli Alpini di Monte Nero.
Forse nei bivacchi di linea, su la piegata erba dei nomadi accampamenti, la notte,
al lume delle torce, scioglierai, danzatrice, la tua meravigliosa treccia bionda.
Porterai, d'inverno, su la neve dell'Altissimo,
l'azzurro profumo che trabocca da' tuoi semplici fiordalisi...
E ti sia perdonato, fra tanta guerra, quel tenue rumore di sciarpe
che produce la tua lievità.
Questo è ancora ciò che rimane per ultima cosa negli
occhi dell'uomo che non torna :
la trasparenza d'un velo sul colore indimenticabile d'una treccia,
gli occhi di un'amante lontana,
che innamorata si addormenta nella musica di una lontana città...
Questo è ancora ciò che rimane, dietro le finestre chiuse,
dopo i grandi cimiteri :
un profumo di grembo femminile che farà continuare la vita,
che piegherà l'ideale dei popoli verso le necessarie cune...

Affinchè possa il mondo ricominciare ad uccidersi.

Oggi cantano le belle mitragliatrici.

...dove, negli uragani di sole, con l'iracondo nomade vento il sepolcro cammina...







venerdì 17 settembre 2010

Arielle by Helmut Newton
















http://www.rfimusic.com/artist/chanson/arielle/biography

http://www.youtube.com/watch?v=EMaSw14RhB0

mercoledì 15 settembre 2010

Leonarda Cianciulli,La Saponificatrice

Nata a Montella di Avellino nel 1893, Leonarda Cianciulli, segnata da un'infanzia infelice, nel 1914 sposò Raffaele Pansardi, impiegato dell'ufficio del registro, e va a vivere a Lariano, nell'Alta Irpinia. Nel 1930 il terremoto del Vulture distrusse la loro casa e gli sposi si trasferirono a Correggio, in provincia di Reggio Emilia. Leonarda ebbe diciassette gravidanze con tre parti prematuri, dieci figli morirono in tenera età. I quattro figli sopravvissuti erano per Leonarda un bene da difendere a qualsiasi prezzo, angosciata dal ricordo di una zingara che molti anni prima le aveva predetto un amaro destino: "Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi". Più tardi, interrogando un'altra zingara, questa, leggendole la mano, le disse: "Vedo nella tua mano destra il carcere, nella sinistra il manicomio".
Nel 1939, alla notizia che Giuseppe, il figlio maggiore e prediletto, sarebbe partito per il militare con la minaccia sempre più concreta dell'ingresso in guerra dell'Italia, Leonarda decise drasticamente cosa fare: sacrifici umani in cambio della vita del figlio. La Cianciulli frequentava tre amiche, tre donne sole, non giovani, che avrebbero volentieri cambiato vita per sfuggire alla noia e alla solitudine di Correggio. Tutte e tre chiesero aiuto a Leonarda, la quale decise che era giunto il momento di agire.
La prima a cadere nella rete della donna fu Faustina Setti, la più anziana, attirata da Leonarda con la promessa di averle trovato un marito residente a Pola. Leonarda convinse la donna a non parlare con nessuno della novità. Il giorno della partenza, Faustina si recò a salutare l'amica, che la convinse a scrivere alcune lettera e cartoline che avrebbe spedito appena giunta a Pola, in cui annunciava a parenti e amici che tutto andava per il meglio. Ma a Pola Faustina Setti non giungerà mai, perché cade sotto i colpi di scure di Leonarda Cianciulli, che trascina il corpo in uno stanzino e lo seziona in nove parti, raccogliendo il sangue in un catino. Poi, come scriverà nel suo memoriale, «gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comprato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi e che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io».
La seconda vittima si chiamava Francesca Soavi, cui Leonarda aveva promesso un lavoro nel collegio femminile di Piacenza. Francesca la mattina del 5 settembre 1940 si recò a salutare l'amica prima di partire. Il copione si ripeteva, Leonarda convinse la donna a scrivere due cartoline, dicendole che le avrebbe dovute spedire da Correggio per annunciare ai conoscenti la partenza evitando di far conoscere la sua destinazione. La Cianciulli si avventò sulla donna e ripeté il "sacrificio". La terza e ultima vittima si chiamava Virginia Cacioppo, ex cantante lirica, cinquantatreenne, costretta a vivere in miseria e nella nostalgia del proprio passato di artista. Leonarda le propose un impiego a Firenze, come segretaria di un misterioso impresario teatrale, pregandola, come al solito, di non farne parola con nessuno. Virginia, entusiasta della proposta, mantenne il segreto e il 30 settembre 1940 si recò a casa di Leonarda dove: «Finì nel pentolone, come le altre due (.); la sua carne era grassa e bianca, quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose accettabili. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce».
La cognata dell'ultima vittima, insospettita per la sparizione improvvisa della donna, vista entrare in casa della Cianciulli, ne denunciò la scomparsa al questore di Reggio Emilia, il quale, seguendo i numerosi indizi lasciati dall'omicida, arrivò alla "saponificatrice". Sottoposta a interrogatorio la donna confessò senza resistenze i tre omicidi.
La Corte stabilì che Leonarda Cianciulli era l'unica responsabile di quei turpi omicidi e la condannò a trent'anni di carcere e a tre anni di manicomio giudiziario. Morì nel manicomio giudiziario per donne di Pozzuoli, il 15 ottobre 1970, stroncata da apoplessia celebrale.

"Vedo nella tua mano destra il carcere, nella sinistra il manicomio"

martedì 7 settembre 2010

Hannah Wilke








Hannah Wilke è nata a New York nel 1940. Ha sempre vissuto nella città nordamericana, fino alla morte per linfoma nel 1993. Il suo lavoro è presente nei più grandi musei di Arte Americana Contemporanea, a partire dal Guggenheim, Moma e Whitney Museum di NewYork, a quelli di Los Angeles e Minneapolis. Una grande retrospettiva del suo lavoro è stata organizzata l’anno scorso dall’ Artrium-Centro Museo Vasco de Arte Contemporaneo di Vitoria, in Spagna, e più recentemente nella mostra WACK! Art and the Feminist Revolution al Museum of Contemporary Art di Los Angeles, che ha riscosso un enorme successo di critica e di pubblico.



venerdì 3 settembre 2010

Мириам Эдес Аделаида Левентон

Alla Nazimova, nome d'arte di Mariam Edez Adelaida Leventon (Мириам Эдес Аделаида Левентон) (22 maggio 1879 – 13 luglio 1945), è stata un'attrice teatrale e attrice cinematografica russa naturalizzata statunitense. Nata da una famiglia ebraica ucraina, negli anni dieci e venti è stata una delle più celebri dive di Broadway e di Hollywood. (...) lla Nazimova era lesbica e non ne fece mai un mistero. Verso la fine degli anni dieci comprò un grande casa sul Sunset Boulevard ad Hollywood, conosciuta come "Il Giardino di Alla", in cui dava stravaganti feste a base di alcol, droga e sesso, a cui prendevano parte esclusivamente donne, tra cui molte note attrici del tempo. Lo Studio per cui lavorava dovette mettere a tacere le voci sulla sua omosessualità e i legami con altre donne della Hollywood del tempo, come quello con la scrittrice Mercedes de Acosta e, secondo le voci che correvano, di un rapporto instabile e fugace con l'attrice Eva Le Gallienne, verso la quale si dice che la Nazimova fosse estremamente gelosa e possessiva. A quei tempi (tra il 1917 ed il 1921), la Nazimova esercitò una notevole influenza a Hollywood. Era molto generosa nei confronti di giovani attrici nelle quali scorgesse talento; di alcune di loro fu anche l'amante. Aiutò l'inizio delle carriere delle mogli di Rodolfo Valentino, l'attrice Jean Acker e la scenografa Natacha Rambova; fu certamente l'amante della Acker e probabilmente anche della Rambova. Fu molto impressionata dalle capacità di scenografa della Rambova, tanto da assegnarle le innovative scenografie dei film Camille (La signora delle camelie) interpretato insieme a un Valentino quasi agli esordi e Salomè. Aiutò il lancio della carriera di una giovane Patsy Ruth Miller dopo averla conosciuta ad una festa ad Hollywood.
La Nazimova fu amica dell'attrice June Marlowe, che successivamente presentò al produttore e regista Lloyd Hamilton. Aiutò infine gli esordi della giovane attrice Tallulah Bankhead, dopo una breve relazione con lei.Nel 1920 la Nazimova fu poi accusata da Charlie Chaplin di essere l'amante della ex-moglie Mildred Harris, dopo il loro divorzio.La Nazimova non ebbe però relazioni solo con nuovi talenti. Ebbe infatti anche una breve relazione con l'affermata attrice Maude Adams, che secondo i pettegolezzi avrebbe interrotto la relazione a causa dei gusti sessuali estremi della partner.Sebbene fosse principalmente lesbica, la Nazimova ebbe relazioni anche con uomini, tra i quali il cameraman Paul Ivano, conosciuto soprattutto per i suoi lavori con Erich Von Stroheim. Inoltre, per coprire la sua controversa sessualità, per più di un decennio lo Studio sparse la voce che la Nazimova convivesse con Charles Bryant, un attore notoriamente omosessuale cui fece firmare la regia di Salomè.Nonostante tali controversie, nel 1921, l'amica Edith Luckett e suo marito, l'ultra-conservatore Dr. Loyal Davis, chiesero alla Nazimova di essere la madrina della futura first lady Nancy Reagan, figlia di una precedente relazione della Luckett.

"Basta vederla per credere alla bellezza"

Mary Louise Brooks.
Nata a Cherryvale, Kansas, 14 Novembre 1906, da Leonard Porter Brooks, avvocato, e Myra Rude. Morta a Rochester, New York, 8 Agosto 1985. Causa della morte: complicazioni dovute a enfisema polmonare. La madre Myra sarà determinante nella formazione del carattere di Louise. Donna di una certa cultura, amante della musica, convincerà Louise a dedicarsi alla danza fin dai quindici anni. Entra a far parte della Denishawn Dancers, dalla quale verrà cacciata a causa del suo carattere ribelle. Lavora allora nei George White Scandals, al Café de Paris di Londra e nelle riviste Ziegfiel Follies. Il suo spirito di indipendenza e i suoi atteggiamenti disinibiti le procurano non pochi problemi.
"...feci il mio ingresso nel mondo con una radicale abitudine alla verità che ha automaticamente eliminato dalla mia vita quella piatta monotonia che devono provare i bugiardi ... e così sono rimasta, in una crudele ricerca di verità e perfezione, come il carnefice inumano di ogni ipocrisia , evitata da tutti, tranne da quei pochi che hanno vinto la propria avversione alla verità per poter liberare quanto di buono c'è in loro."
Esordisce nel cinema nel 1925, in "The street of forgotten men". Seguono "A social celebrity", "It's the old Army game" e "Love 'em and leave 'em". Tutti questi film vengono prodotti a New York. Nel luglio del 1926 Louise sposa Eddie Sutherland, regista di "It's the old Army game". Si trasferisce a Hollywood.
"...lo sposai perché era un uomo attraente che mi aveva ricoperta d'oro. Apparteneva anima e corpo a Hollywood, e io, là, mi sentivo un'estranea: lui amava le feste, io la solitudine."
Nel 1928 divorzia. Nello stesso anno è in "Beggars of life" e in "A girl in every port" di Howard Hawks. Il grande regista austriaco G.W.Pabst, preferendola a Marlene Dietrich, la chiama in Europa per interpretare la parte della Lulu di Wedekind in una trasposizione cinematografica ("Lulu o il vaso di pandora"), a cui seguirà "Diario di una ragazza perduta". Entrambi i film sono le migliori prove registiche di Pabst e le migliori interpretazioni drammatiche della Brooks.
"Divertente o no, perché era un uomo brillante, Mr. Pabst era convinto che non sarei tornata a Hollywood dopo aver lavorato con lui. Cercò dapprima di farmi restare mandandomi presso una famiglia tedesca per imparare la lingua e lavorare là. No, io ero un'americana. Allora, l'ultimo giorno di riprese, me lo disse. Era davvero arrabbiato con me. Eravamo fuori, mentre si lavorava a una tomba, davanti a un piccolo caffè. E quando era pronto per me, io ero fuori che giravo su una bicicletta a noleggio, nel mio lutto da vedova, mentre il velo mi fluttuava intorno. Così, quando furono finite le riprese e sedevamo a un piccolo tavolo, da soli, bevendo un caffè, mi disse che i ricchi amici che avevo giocavano con me (si riferiva alla combriccola del Riviera, che detestava) e mi avrebbero portata dritta all'inferno. Che la storia di Lulu era la mia storia. Ed io me ne stavo lì seduta a guardarlo. (Ed era così vicino alla verità che ora, ripensandoci, rabbrividisco un po')."
Nel 1930 è la protagonista di un film dell'italiano Genina, "Prix de beauté", girato a Parigi. Di lei lo stesso Genina disse: "Molto bella, straordinariamente fotogenica, sarebbe stata un'ottima attrice se non avesse avuto il vizio di bere. Non faceva che inghiottire cognac e champagne. La sua ubriachezza cominciava alle quattro del mattino [...] Dormiva sempre [...] si svegliava solo per girare la scena; dopodiché tornava a bere e si rimetteva a dormire. Era l'amante di un barman. Il giorno in cui dovevamo fare l'ultima scena, sparì di scena. Fu necessario affidarsi alla polizia, che la trovò in un castello, naturalmente ubriaca."
E' il periodo in cui Louise Brooks anela all'autodistruzione. Nel 1930 si rifiuterà di doppiare un suo precedente film, "The canary murder case". Hollywood non la perdonerà mai. A ciò si aggiunge il declino dell'ideale di bellezza impersonato da Louise.
"E' un peccato che il materiale autobiografico scritto in quegli anni sia andato perduto, perché fu assolutamente onesta riguardo il suo declino a Hollywood; non incolpò nessuno se non sé stessa. Reduce dall'Europa e dai film di Pabst e Genina, si rese improvvisamente conto delle possibilità del cinema e voleva fare lavori più seri di quelli che le erano toccati in passato. Sfortunatamente, e con qualche giustificazione, la Paramount vedeva in questo come un segno di ingratitudine e ribellione. Si era agli inizi della Depressione e dei più prosaici problemi della conversione al sonoro. L'ultima cosa che si voleva era una dimostrazione di carattere da parte di un'attrice che, sebbene ancora sulla breccia, certamente non era un nome di grido come prima." (Everson)
"Le attrici brune, di piccola taglia si eclissarono o si fecero bionde e si ridisegnarono le loro sopracciglie con archi stretti e con false ciglia. Davanti alla macchina da presa lanciavano in primi piani sguardi misteriosi, gettando la testa indietro ad ogni momento e afflosciandosi su letti o divani, prive di difesa."
L'ultima possibilità per rimanere una stella di prima grandezza gli viene offerta da William Wellman, che le chiede di essere la protagonista di "The public enemy", con James Cagney. Incredibilmente non accetterà la proposta. Il film, un grandissimo capolavoro, verrà poi interpretato da Jean Harlow. In seguito girerà film minori. Un progetto di Pabst, che voleva lei e la Garbo insieme in un film, non si concretizzerà. Nel 1935 si risposa e poi divorzia nel giro di pochi mesi. Nel 1936 è in due western, "Empty Saddles" e "Overland stage raiders", con John Wayne. Saranno i suoi ultimi film.
Nel 1940 apre una scuola di danza a Wichita. La chiuderà nel 1943 per trasferisi a New York.
"[...] mi resi conto che l'unica carriera ben retribuita che mi si offriva era quella della squillo. Cancellai il mio passato, mi rifiutai di vedere i pochi amici che mi legavano ancora al mondo del cinema, e cominciai ad affezionarmi a delle bottigliette piene di piccoli sonniferi gialli."
A New York lavora alla radio in alcune soap operas e per la pubblicità. Per necessità diventa anche commessa, ai grandi magazzini Saks. Lascia l'impiego nel 1948, grazie all'aiuto di alcuni ricchi amici. Nel 1955 Henri Langlois, il direttore della Cineteca Nazionale Francese, la riporta all'attenzione del pubblico dedicando la mostra a lei e a Renée Falconetti. Un altro grande studioso del cinema, James Card, scoprirà in lei delle insospettate doti di scrittrice, levandola dal volontario esilio in un appartamento della periferia newyorkese.
"L'amarezza e la disperazione avevano distrutto la sua bellezza e la mancata consolazione della bottiglia rovinato la sua persona. Nelle poche occasioni in cui lasciava quel nero antro di dimenticanza era solo per affrettarsi al Glennon Bar sulla Third Avenue, paludata in un lungo cappotto nero che non toglieva mai per la vergogna del suo corpo enfiato." (James Card)
Scrive articoli sul cinema per "Positif" e "Sight and sound".
Dal 1956 Louise è a Rochester (New York) dove rimane fino alla morte.
Negli anni '60 Guido Crepax creerà il personaggio di Valentina ispirandosi a lei.
Nel 1979 Kenneth Tynan le dedica un importante articolo sul New Yorker, che la riporta all'attenzione del pubblico.
Nel 1982 pubblica "Lulu in Hollywood", una raccolta di suoi articoli che ha grande successo. Accantonerà invece il progetto di scrivere la sua autobiografia.
"...scrivere la verità per lettori nutriti dalle sciocchezze della pubblicità è un esercizio senza senso."
"Quando il libro di Louise, 'Lulu in Hollywood', fece la sua apparizione qualche anno fa creò una strana situazione. La riscoperta di Louise stava in qualche modo svanendo. Era malata e non si aspettava di vivere a lungo. Molti di noi, contorcendosi per recensire il libro, ritennero (sbagliando del tutto) che avrebbe ricevuto poca attenzione, e che, quindi, toccava a ciascuno di noi dargli un buon viatico con almeno una buona recensione. Di conseguenza tendemmo tutti ad essere gentili e generosi, sebbene non ingiustamente perché il libro era e rimane un buon libro. (Solo Alexander Walker a Londra, distaccato emozionalmente e non coinvolto, si prese la briga di giudicarlo per i suo errori storici). Inaspettatamente il libro fu un successo e ricevette parecchie recensioni entusiastiche, il che fu di enorme aiuto per il morale di Louise a quel tempo. L'attenzione che attirò ebbe un che di irritante per quei pochi che erano sempre stati infastiditi dall'abilità di Louise di dire pane al pane, attaccare gli impostori e i ciarlatani e - come ho detto prima - trattare la verità in essenza sebbene non nel dettaglio." (Everson)
Muore nel 1985. Gravemente malata, rifiuta i farmaci antidolore per poter rimanere lucida fino alla morte.

giovedì 2 settembre 2010

In Memory of Corinne Day




Nahui Olìn,“il moto perpetuo” .

Messico, fine Ottocento. Nel 1893 nasce Maria del Carmen Mondragòn Valseci, ultima di cinque fratelli, figlia del generale Manuel e di dona Mercedes. Fin da bambina il suo carattere ribelle e indisciplinato preoccupò i genitori, ma nonostante la tendenza a contraddire e a disubbidire gli ordini del padre, rimase la preferita di Manuel, tanto che il loro rapporto affettivo rasenterà l’incesto. Figlia della Rivoluzione che sconvolse il Messico tra il primo e il secondo decennio del Novecento, Carmen fa parte di quelle donne che si misero in mostra per promuovere e gettare le basi, assieme ad alcune contemporanee, della rivoluzione sessuale e dell’emancipazione femminile. Nel 1913, dopo il colpo di Stato che destituì il Presidente Madero per portare al potere il golpista Huerta, Manuel Mondragòn fu nominato Ministro della Guerra. Qualche tempo dopo essere stato rivestito di quest’importante incarico, il generale fu scosso (non eccessivamente a dispetto della figlia!) dalla notizia del matrimonio della poco più che adolescente Carmen con l’ambizioso Manuel Rodriguéz Lozano, cadetto del Collegio Militar. Carmen, che aveva deciso di maritarsi per cercare l’ennesimo scontro in famiglia, “avrebbe sposato Manuel per continuare ad amare Manuel”; ma a sua sorpresa i genitori non si opposero in maniera determinata alle nozze anche se cercarono di dissuaderla. Una volta fatti i preparativi Carmen ebbe un ripensamento sull’affrettata decisione: non volle più legarsi a Manuel perchè scoprì la sua bisessualità, ma i genitori si opposero e costrinsero la figlia a coniugarsi con il bel giovanotto, che non aveva altre motivazioni per legarsi a Carmen se non la promessa di una carriera brillante. Qualche tempo dopo il matrimonio la famiglia del generale Mondragòn fu costretta all’esilio e partì per la Francia; solo Carmen e Manuel decisero di restare in Messico. La donna si congedò dalla famiglia impugnando una pistola e, portandosela alla tempia, disse: “Piuttosto che venire con voi ti rovino la tappezzeria con le mie cervella”. La determinazione di Carmen a non lasciare il Messico fu contrastata dagli eventi politici, infatti Huerta dovette lasciare la presidenza e fuggire; il suo posto fu conteso nei mesi successivi da Zapata e Villa. Manuel Lozano, cambiato il governo, restò senza lavoro e la decisione della più giovane del clan Mondragòn di raggiungere la famiglia in Francia fu seguita con tacito consenso dal marito. Fu a Parigi che Carmen si avvicinò alla pittura, trascinando nel vortice della sua nuova passione anche Manuel. Nella città Bohémien, la donna strinse amicizia con Diego Rivera che le dirà: “Ho chiari in mente i colori per dipingere il tuo sguardo di oceano infuriato, screziato di malva e cieli dell’altopiano, di smeraldi e turchesi aztechi. Ti ritroverò nel nostro Messico in fiamme, dove sto per tornare, ti aspetto laggiù, non mancare, hai un appuntamento con l’eternità di un muro affrescato”. E gli occhi descritti dal grande artista sono ciò che colpisce chiunque si fermi a vedere Carmen solo per un istante. Quegli occhi grandi e verdi, oltre che al suo fisico perfetto, saranno il punto di forza della sua bellezza. Così dirà di sé la Mondragòn: “Ho un corpo così bello che non avrei mai potuto negare all’umanità il diritto di contemplare quest’opera”; infatti, il suo corpo sarà immortalato e tramandato alle generazioni dagli scatti del fotografo Edward Weston. Allo scoppio della Grande Guerra la famiglia Mondragòn fu costretta a trasferirsi in Spagna, dove Carmen scoprirà di essere incinta. “Vedevo il ventre dilatarsi, il mio corpo che si trasformava, i seni che si gonfiavano… Come potevo accettare che per dare la vita a uno sconosciuto dovessi assistere a quello scempio?”, queste sono le parole sconvolgenti che la giovane donna esprime sulla sua gravidanza, di quel figlio che nascerà e morirà poco dopo in circostanze misteriose. Negli anni ’20 Carmen rientrò in Messico, Paese capeggiato dal nuovo presidente Obregòn, ma era un posto che stentava a riconoscere. In patria, i coniugi esposero i loro dipinti in una mostra; successivamente, ad una festa, Carmen incontrò l’artista-vulcanologo e rivoluzionario Gerardo Murrillo, conosciuto come “Doctor Actl”, con il quale trascorse anni d’amore intenso misto ad odio. L’uomo descrisse poi così l’incontro con Carmen: “Torno a casa con la testa ardente e l’anima trepidante dalla festa che la signora Almonte ha dato nella sua residenza di San Angel. Nel viale dei saloni affollati, si è spalancato davanti a me un abisso verde come il mare: gli occhi di una donna. Sono precipitato in quell’abisso all’istante, come se scivolassi da un’alta scogliera cadendo nell’oceano”. Fu il Doctor Actl a cambiare il nome di Carmen in Nahui Olìn, per alleggerirglielo da infelici rievocazioni: era lo stesso nome del padre, di colui che aveva partecipato al primo colpo di stato di un governo che non esisteva più e contro il quale il Doctor Actl aveva combattuto. “Nahui Olìn. Il moto perpetuo. L’energia che irradia la luce, riacquista la vita, la diffonde intorno a sé. Nahui Olìn, il Quarto Movimento.” Dopo anni di passione sconvolgente, Nahui e il Doctor Actl si separarono, ma entrambi continuarono a sfogare i momenti di passione con altri uomini e altre donne. Lui con le modelle che posavano per i suoi affreschi, lei con Diego Rivera, ma soprattutto con il capitano Eugenio Agacino, con cui costruì un rapporto d’amore indissolubile fino alla morte di lui, avvenuta prematuramente per aver mangiato un piatto di ostriche avariate. Il dramma per la morte del capitano si abbattè su Carmen, la cui vita da quel momento subì una discesa inarrestabile. Gli ultimi anni li passò per strada, come una mendicante, a vendere le fotografie che Weston le fece in gioventù.

“La storia di Carmen Mondragòn fu pittrice, poetessa, musa di artisti, protagonista della stagione più calda della stagione messicana. Una donna che non si arrende nemmeno davanti alla follia e, prima di cadere nell’oblio, lascia dietro di sé una scia di fuoco, di leggenda, di intelligenza, di disperata vitalità”.

mercoledì 1 settembre 2010

da "Le città Invisibili",Italo Calvino.

A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose l'uno dell'altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s'incrociano per un secondo e poi sfuggono, cercando altri sguardi, non si fermano.Passa una ragazza che fa girare un parasole appoggiato alla spalla, e anche un poco il tondo delle anche. Passa una signora nerovestita che dimostra tutti i suoi anni, con gli occhi inquieti sotto il velo e le labbra tremanti. Passa un gigante tatuato; un uomo giovane coi capelli bianchi; una nana; due gemele vestite di corallo. Qualcosa corre tra loro, uno scambiarsi di sguardi come linee che collegano una figura all'altra e disegnano frecce, stelle, triangoli finché tutte le combinazioni in un attimo sono esaurite, e altri personaggi entrano in scena: un cieco con un ghepardo alla catena, una cortigiana col ventaglio a piume di struzzo, un efebo, una donna-cannone. Così tra chi per caso si trova insieme a ripararsi dalla pioggia sotto il portico, o si accalca sotto un tendone del bazar, o sosta ad ascoltare la banda in piazza, si consumano incontri, seduzioni, amplessi, orge, senza che ci si sfiori con un dito, quasi senza alzare gli occhi.Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la più casta delle città. Se gli uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d'inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d'urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe.

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