venerdì 3 settembre 2010

"Basta vederla per credere alla bellezza"

Mary Louise Brooks.
Nata a Cherryvale, Kansas, 14 Novembre 1906, da Leonard Porter Brooks, avvocato, e Myra Rude. Morta a Rochester, New York, 8 Agosto 1985. Causa della morte: complicazioni dovute a enfisema polmonare. La madre Myra sarà determinante nella formazione del carattere di Louise. Donna di una certa cultura, amante della musica, convincerà Louise a dedicarsi alla danza fin dai quindici anni. Entra a far parte della Denishawn Dancers, dalla quale verrà cacciata a causa del suo carattere ribelle. Lavora allora nei George White Scandals, al Café de Paris di Londra e nelle riviste Ziegfiel Follies. Il suo spirito di indipendenza e i suoi atteggiamenti disinibiti le procurano non pochi problemi.
"...feci il mio ingresso nel mondo con una radicale abitudine alla verità che ha automaticamente eliminato dalla mia vita quella piatta monotonia che devono provare i bugiardi ... e così sono rimasta, in una crudele ricerca di verità e perfezione, come il carnefice inumano di ogni ipocrisia , evitata da tutti, tranne da quei pochi che hanno vinto la propria avversione alla verità per poter liberare quanto di buono c'è in loro."
Esordisce nel cinema nel 1925, in "The street of forgotten men". Seguono "A social celebrity", "It's the old Army game" e "Love 'em and leave 'em". Tutti questi film vengono prodotti a New York. Nel luglio del 1926 Louise sposa Eddie Sutherland, regista di "It's the old Army game". Si trasferisce a Hollywood.
"...lo sposai perché era un uomo attraente che mi aveva ricoperta d'oro. Apparteneva anima e corpo a Hollywood, e io, là, mi sentivo un'estranea: lui amava le feste, io la solitudine."
Nel 1928 divorzia. Nello stesso anno è in "Beggars of life" e in "A girl in every port" di Howard Hawks. Il grande regista austriaco G.W.Pabst, preferendola a Marlene Dietrich, la chiama in Europa per interpretare la parte della Lulu di Wedekind in una trasposizione cinematografica ("Lulu o il vaso di pandora"), a cui seguirà "Diario di una ragazza perduta". Entrambi i film sono le migliori prove registiche di Pabst e le migliori interpretazioni drammatiche della Brooks.
"Divertente o no, perché era un uomo brillante, Mr. Pabst era convinto che non sarei tornata a Hollywood dopo aver lavorato con lui. Cercò dapprima di farmi restare mandandomi presso una famiglia tedesca per imparare la lingua e lavorare là. No, io ero un'americana. Allora, l'ultimo giorno di riprese, me lo disse. Era davvero arrabbiato con me. Eravamo fuori, mentre si lavorava a una tomba, davanti a un piccolo caffè. E quando era pronto per me, io ero fuori che giravo su una bicicletta a noleggio, nel mio lutto da vedova, mentre il velo mi fluttuava intorno. Così, quando furono finite le riprese e sedevamo a un piccolo tavolo, da soli, bevendo un caffè, mi disse che i ricchi amici che avevo giocavano con me (si riferiva alla combriccola del Riviera, che detestava) e mi avrebbero portata dritta all'inferno. Che la storia di Lulu era la mia storia. Ed io me ne stavo lì seduta a guardarlo. (Ed era così vicino alla verità che ora, ripensandoci, rabbrividisco un po')."
Nel 1930 è la protagonista di un film dell'italiano Genina, "Prix de beauté", girato a Parigi. Di lei lo stesso Genina disse: "Molto bella, straordinariamente fotogenica, sarebbe stata un'ottima attrice se non avesse avuto il vizio di bere. Non faceva che inghiottire cognac e champagne. La sua ubriachezza cominciava alle quattro del mattino [...] Dormiva sempre [...] si svegliava solo per girare la scena; dopodiché tornava a bere e si rimetteva a dormire. Era l'amante di un barman. Il giorno in cui dovevamo fare l'ultima scena, sparì di scena. Fu necessario affidarsi alla polizia, che la trovò in un castello, naturalmente ubriaca."
E' il periodo in cui Louise Brooks anela all'autodistruzione. Nel 1930 si rifiuterà di doppiare un suo precedente film, "The canary murder case". Hollywood non la perdonerà mai. A ciò si aggiunge il declino dell'ideale di bellezza impersonato da Louise.
"E' un peccato che il materiale autobiografico scritto in quegli anni sia andato perduto, perché fu assolutamente onesta riguardo il suo declino a Hollywood; non incolpò nessuno se non sé stessa. Reduce dall'Europa e dai film di Pabst e Genina, si rese improvvisamente conto delle possibilità del cinema e voleva fare lavori più seri di quelli che le erano toccati in passato. Sfortunatamente, e con qualche giustificazione, la Paramount vedeva in questo come un segno di ingratitudine e ribellione. Si era agli inizi della Depressione e dei più prosaici problemi della conversione al sonoro. L'ultima cosa che si voleva era una dimostrazione di carattere da parte di un'attrice che, sebbene ancora sulla breccia, certamente non era un nome di grido come prima." (Everson)
"Le attrici brune, di piccola taglia si eclissarono o si fecero bionde e si ridisegnarono le loro sopracciglie con archi stretti e con false ciglia. Davanti alla macchina da presa lanciavano in primi piani sguardi misteriosi, gettando la testa indietro ad ogni momento e afflosciandosi su letti o divani, prive di difesa."
L'ultima possibilità per rimanere una stella di prima grandezza gli viene offerta da William Wellman, che le chiede di essere la protagonista di "The public enemy", con James Cagney. Incredibilmente non accetterà la proposta. Il film, un grandissimo capolavoro, verrà poi interpretato da Jean Harlow. In seguito girerà film minori. Un progetto di Pabst, che voleva lei e la Garbo insieme in un film, non si concretizzerà. Nel 1935 si risposa e poi divorzia nel giro di pochi mesi. Nel 1936 è in due western, "Empty Saddles" e "Overland stage raiders", con John Wayne. Saranno i suoi ultimi film.
Nel 1940 apre una scuola di danza a Wichita. La chiuderà nel 1943 per trasferisi a New York.
"[...] mi resi conto che l'unica carriera ben retribuita che mi si offriva era quella della squillo. Cancellai il mio passato, mi rifiutai di vedere i pochi amici che mi legavano ancora al mondo del cinema, e cominciai ad affezionarmi a delle bottigliette piene di piccoli sonniferi gialli."
A New York lavora alla radio in alcune soap operas e per la pubblicità. Per necessità diventa anche commessa, ai grandi magazzini Saks. Lascia l'impiego nel 1948, grazie all'aiuto di alcuni ricchi amici. Nel 1955 Henri Langlois, il direttore della Cineteca Nazionale Francese, la riporta all'attenzione del pubblico dedicando la mostra a lei e a Renée Falconetti. Un altro grande studioso del cinema, James Card, scoprirà in lei delle insospettate doti di scrittrice, levandola dal volontario esilio in un appartamento della periferia newyorkese.
"L'amarezza e la disperazione avevano distrutto la sua bellezza e la mancata consolazione della bottiglia rovinato la sua persona. Nelle poche occasioni in cui lasciava quel nero antro di dimenticanza era solo per affrettarsi al Glennon Bar sulla Third Avenue, paludata in un lungo cappotto nero che non toglieva mai per la vergogna del suo corpo enfiato." (James Card)
Scrive articoli sul cinema per "Positif" e "Sight and sound".
Dal 1956 Louise è a Rochester (New York) dove rimane fino alla morte.
Negli anni '60 Guido Crepax creerà il personaggio di Valentina ispirandosi a lei.
Nel 1979 Kenneth Tynan le dedica un importante articolo sul New Yorker, che la riporta all'attenzione del pubblico.
Nel 1982 pubblica "Lulu in Hollywood", una raccolta di suoi articoli che ha grande successo. Accantonerà invece il progetto di scrivere la sua autobiografia.
"...scrivere la verità per lettori nutriti dalle sciocchezze della pubblicità è un esercizio senza senso."
"Quando il libro di Louise, 'Lulu in Hollywood', fece la sua apparizione qualche anno fa creò una strana situazione. La riscoperta di Louise stava in qualche modo svanendo. Era malata e non si aspettava di vivere a lungo. Molti di noi, contorcendosi per recensire il libro, ritennero (sbagliando del tutto) che avrebbe ricevuto poca attenzione, e che, quindi, toccava a ciascuno di noi dargli un buon viatico con almeno una buona recensione. Di conseguenza tendemmo tutti ad essere gentili e generosi, sebbene non ingiustamente perché il libro era e rimane un buon libro. (Solo Alexander Walker a Londra, distaccato emozionalmente e non coinvolto, si prese la briga di giudicarlo per i suo errori storici). Inaspettatamente il libro fu un successo e ricevette parecchie recensioni entusiastiche, il che fu di enorme aiuto per il morale di Louise a quel tempo. L'attenzione che attirò ebbe un che di irritante per quei pochi che erano sempre stati infastiditi dall'abilità di Louise di dire pane al pane, attaccare gli impostori e i ciarlatani e - come ho detto prima - trattare la verità in essenza sebbene non nel dettaglio." (Everson)
Muore nel 1985. Gravemente malata, rifiuta i farmaci antidolore per poter rimanere lucida fino alla morte.

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