martedì 19 ottobre 2010

Casati Stampa,la donna che volle essere opera d' arte

Chissà cosa pensavano gli occasionali spettatori davanti alle strabilianti apparizioni della marchesa Casati: il mantello di seta Fortuny spalancato sul corpo lungo e magro da ragazzo, la faccia resa cadaverica dalla cipria, la capigliatura arruffata da medusa fiammeggiante, gli occhi immensi e bui per le striscioline di velluto incollate intorno alle palpebre, in mano una sfera di cristallo o gigli cimiteriali, al guinzaglio ghepardi o levrieri con collari di turchesi e come accompagnatori un gigantesco servo nero e alcuni disgraziati giovanotti dipinti con una polvere d' oro che spesso li intossicava e li spediva all' ospedale. E chissà quale fantastica ossessione indusse questa leggendaria femme fatale del Novecento a immolare la propria esistenza a un progetto assurdo, forse disperato ma grandioso: fare di sé un' opera d' arte, un autentico capolavoro vivente. Ogni sua comparsa era una sontuosa performance tra luci ed effetti speciali. Povera marchesa. Così abbagliante, spavalda, unica. E patetica. Ha vissuto per stupire. Ci è riuscita e ci riesce ancora. Leggere la biografia che le hanno dedicato Scot D. Ryersson e Michael O. Yaccarino, pubblicata in Italia in questi giorni, provoca un misto di sorpresa e di incredulità. Musa di artisti, pittori, scultori, fotografi che pagava generosamente per farsi ritrarre al meglio, questa protagonista della Belle Epoque, amante di Gabriele D' Annunzio, ispiratrice di Alberto Martini, Augustus John, Balla, Depero, Cocteau, Cecil Beaton, Man Ray, monumento femminile alla stravaganza più sofisticata e al lusso più sontuoso, appare davvero irresistibile soltanto nel ritratto dalle pennellate scure e inquiete che le fece Boldini. Cornice delle sue sfrenate esibizioni furono Roma, Venezia, Parigi, Capri, Saint Moritz e, nei suoi ultimi rovinosi anni, Londra dove, ridotta in miseria, vestiva magnifici stracci di leopardo. Ma la marchesa era soprattutto un personaggio lombardo nato in quella Milano fine Ottocento resa vitalissima da un' imprenditoria pionieristica e molto internazionale. Suo padre, Alberto Amman, ambizioso industriale del cotone e magnate della finanza, morì ancora giovane trasformando la ragazzina Luisa in una delle massime ereditiere del mondo. Incerta tra timidezza e infatuazioni per personaggi decadenti e avventurosi come la principessa Trivulzio e la contessa di Castiglione, alternando attività sportive e interesse per l' occultismo, a vent' anni Luisa sposò un coetaneo di aristocratico lignaggio: Camillo Casati Stampa di Soncino. Dal matrimonio nacque una figlia, Cristina. La metamorfosi clamorosa della marchesa coincise con l' inizio della sua relazione, esibita senza ipocrisie, con D' Annunzio del quale restò a lungo amorosa amica. Lui la chiamava Korè, lei Ariel. La giovane dama cominciò a infatuarsi di travestimenti, costumi, maschere e ad apparire una grande eccentrica. L' estetismo languido e perfezionista contagiò anche le sue numerose residenze trasformate in regge fiabesche dove Luisa compariva seminuda, idolatrata da una corte di omosessuali, giocando alla dea del Sole e alla reincarnazione della regina di Saba. Sintesi dell' eleganza più sofisticata ed esagerata, la marchesa adattò al proprio gusto teatrale il palazzo veneziano Venier dei Leoni, poi acquistato da Peggy Guggenheim, e ne fece lo scenario incantato per le sue celeberrime feste popolate dalle celebrità dell' epoca e da un caravanserraglio di artisti, levrieri, pavoni, chiromanti, medium. Marinetti, entusiasta, la proclamò «la più grande futurista del mondo». Nel 1927 la divina marchesa ottenne il divorzio dal marito. Con le sue parrucche colorate, il trucco da teatro kabuki, i serpenti vivi al collo e ai polsi con i quali seminava il terrore nei saloni dell' hotel Ritz di Parigi, in uno sperpero di energie e di denari, volle nascondersi dentro i costumi che per lei inventarono lo scenografo Léon Bakst dei Ballets russes, e Poiret e Fortuny ed Erté, finché, nel 1957, morì, sola e povera. La meravigliosa gentildonna lombarda che per tre decenni affascinò il bel mondo internazionale sbuca fuori ora dalla documentata biografia di Ryersson e Yaccarino curiosamente priva d' anima, di sentimenti, di affetti: un magnifico involucro di farfalla alla ricerca di un' ammirazione stupefatta. Il suo narcisismo è senza parole e interpreta uno spettacolo muto. Anche per questo, forse, è stata dimenticata in fretta. Sebbene lo stilista John Galliano pochi anni fa le abbia intitolato una sfilata di Christian Dior. Sebbene il marchese Casati Stampa, figlio del marito di Luisa, abbia fatto ricordare gli antichi scandali quando nel 1970 venne trovato morto insieme alla moglie Anna Fallarino e a uno studente venticinquenne. Sebbene siano sopravvissute alla magnifica signora molte sue dimore, tra cui la villa di Arcore oggi proprietà Berlusconi. La nipote lady Moorea Black nel libro la ricorda così: «Per lei l' arte era solo visiva, contava l' immagine, nient' altro». Crudele ma condivisibile l' epitaffio di Jean Cocteau: «Alla marchesa Casati venivano tributati gli applausi dovuti a un' attrice quando entra in scena. Ma lei non aveva alcun testo da recitare. Questo il suo dramma».


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