sabato 31 dicembre 2011

L'Anno Nuovo


Indovinami, indovino,

tu che leggi nel destino:

l’anno nuovo come sarà?

Bello, brutto o metà e metà?

"Trovo stampato nei miei libroni

che avrà di certo quattro stagioni,

dodici mesi, ciascuno al suo posto,

un carnevale e un ferragosto,

e il giorno dopo il lunedì

sarà sempre un martedì.

Di più per ora scritto non trovo

nel destino dell’anno nuovo:

per il resto anche quest’anno

sarà come gli uomini lo faranno"

Gianni Rodari

giovedì 22 dicembre 2011

Un amore felice


Un amore felice. E' normale?
è serio? è utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo?

Innalzati l'uno verso l'altro senza alcun merito,
i primi qualunque tra un milione, ma convinti
che doveva andare così - in premio di che? Di nulla;
la luce giunge da nessun luogo -
perchè proprio su questi e non su altri?
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò infrange i princìpi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.

Guardate i due felici:
se almeno dissimulassero un po',
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono - è un insulto.
In che lingua parlano -
comprensibile all'apparenza.

E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che si inventano -
sembra un complotto contro l'umanità!

E' difficile immaginare dove si finerebbe
se il loro esempio fosse imitabile.
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio?

Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d'uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.

Chi non conosce l'amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l'amore felice.

Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

Wislawa Szymborska

Nella foto:Kiki de Montparnasse

lunedì 12 dicembre 2011

Voices of Indian Women



Voices of Indian Women e il Trenta Formiche sono lieti di invitarvi il 20 dicembre 2011 dalle ore 19 all'inaugurazione della mostra "Voices of Indian Women", voci di donne inascoltate.Il progetto nasce da un'idea di Marta Gabrieli e Francesca Zoppi di documentare la difficile condizione di minorità delle donne indiane rispetto ad una società ancora molto maschilista e sciovinista.
In questa occasione,che sarà l'ultima per questo anno,verranno esposte fotografie inedite e testimonianze raccolte nel loro ultimo viaggio.In particolare i temi trattati saranno due: l'infanticidio femminile e la Gulabi Gang,gruppo di donne combattenti dello Stato dell'Uttar Pradesh.

Fino al 10 gennaio 2012.

Per info sul progetto
http://www.facebook.com/pages/Voices-of-Indian-Women/152491834801769?sk=info

Fotografia:Marta Gabrieli
Testi:Francesca Zoppi

Vi aspettiamo

Imparerai,W.Shakespeare

Dopo un certo tempo imparerai la differenza tra dare la mano e soccorrere un’anima.
Imparerai che amare non significa appoggiarsi e che compagnia non sempre significa sicurezza. Inizierai ad imparare che i baci non son contratti, né omaggi, né promesse.Inizierai ad accettare le tue sconfitte a testa eretta, alta, guardando dritto davanti a te, con l’allegria di un adulto e non con la tristezza di un bambino. Scoprirai che molte volte solo sfiori le persone che ti importano di più, e pertanto dobbiamo sempre dir loro che le amiamo, in quanto mai saremo sicuri di quando sarà l’ultima volta che li vedremo. Imparerai che le vere amicizie vanno crescendo nonostante le distanze, che non importa quello che si ha, bensì chi si ha nella vita.Scoprirai che i veri amici sono la famiglia che noi abbiamo scelto. Vedrai che richiede molto tempo il riuscire ad essere la persona che vogliamo essere e che il tempo è breve. Imparerai che non importa dove sei arrivato, ma dove sei diretto e, se non lo sai, qualsiasi posto è utile.Imparerai che se non controlli i tuoi atti questi ti controlleranno e che l’essere flessibile non significa essere debole o non aver responsabilità, perché non importa quanto delicata e fragile sia una situazione, in quanto esistono sempre due lati. Imparerai che gli eroi son le persone che fecero il necessario affrontandone le conseguenze.Imparerai che la pazienza richiede molta pratica.Scoprirai che certe volte la persona che tu ti aspetti ti possa schiacciare quando cadi, forse sia una delle poche che ti aiutano ad alzarti.
Maturare ha più a vedere con quanto imparasti con le esperienze che non con gli anni che hai vissuto. Imparerai che c’è in te del tuo paese molto più di quello che supponi.
Imparerai che mai si deve dire a un bambino che i suoi sogni sono stupidaggini, poiché poche cose sono tanto umilianti e sarebbe una tragedia se ci credessero, perché avresti tolto loro la speranza.Imparerai che con la stessa severità con cui giudichi sarai anche giudicato e, a un dato momento, condannato. Imparerai che non importa in quante parti il tuo cuore fu diviso, il mondo non si arresta perché lo si ripari.Imparerai che il tempo non è qualcosa che può ritornare, pertanto devi coltivare il tuo giardino e decorare la tua anima invece di aspettare che qualcuno ti porti fiori. Imparerai che quando senti rabbia hai il diritto di averla ma ciò non ti dà il diritto di essere crudele. Scoprirai che solo perché qualcuno non ti ama nel modo che vorresti, non significa che non ti ami con tutto ciò che può, in quanto ci sono persone che ci amano ma non sanno come dimostrarlo, né è sempre sufficiente essere perdonato da qualcuno, qualche volta dovrai imparare a perdonar te stesso. Imparerai che non dobbiamo cambiare gli amici se siamo disposti ad accettare che gli amici cambino. Ti renderai conto che potrai passare bei momenti con il tuo miglior amico facendo qualsiasi cosa oppure nulla, solo per il piacere di sfruttare la sua compagnia.Scoprirai che son necessari anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla e che tu pure potrai fare cose di cui ti pentirai per il resto della tua vita. Imparerai che le circostanze e l’ambiente che ci circonda hanno influenza su di noi, ma noi siamo gli unici responsabili di ciò che facciamo. Comincerai ad imparare che non dobbiamo compararci con i più, salvo quando vogliamo imitarli per migliorare. Imparerai a costruire tutti i tuoi cammini, perché il terreno del domani è incerto per i progetti e il futuro ha l’abitudine di cadere nel vuoto.
Dopo un certo tempo imparerai che il sole brucia senza che tu ti esponga troppo.Accetterai, inoltre, che le persone buone qualche volta ti possano ferire e dovrai perdonarle.Imparerai che parlare può alleviare i dolori dell’anima.Allora saprai realmente di poter sopportare, che sei forte e potrai andare molto più lontano di quello che avresti pensato quando credevi di non farcela. È che realmente la vita vale quando si hanno il valore e il coraggio di affrontarla.

domenica 11 dicembre 2011

Tu verrai comunque



Tu verrai comunque
perché dunque non ora?
Ti attendo
sono sfinita
Ho spento il lume e aperto l’uscio
a te, così semplice e prodigiosa.
Prendi per questo l’aspetto che più ti aggrada
irrompi come una palla avvelenata
o insinuati furtiva come un freddo bandito
o intossicami col delirio del tifo
o con una storiella da te inventata
e nota a tutti fino alla nausea
che io veda la punta di un berretto turchino
e il capopalazzo pallido di paura.
Ora per me tutto è uguale
turbina lo Enisej
risplende la stella polare
e annebbia un ultimo terrore
l’azzurro bagliore di occhi addolorati



Anna Achmatova

REGOLE DEL GIOCO PER GLI UOMINI CHE VOGLIANO AMARE DONNE


L'uomo che mi ami
dovrà saper aprire il velo della pelle,
scoprire la profondità dei miei occhi
e conoscere quello che si annida in me,
la rondine trasparente della tenerezza.

L'uomo che mi ami
non vorrà possedermi come una mercanzia,
né esibirmi come un trofeo di caccia,
saprà stare al mio fianco
con lo stesso amore
con il quale io starò al suo.

L'amore dell'uomo che mi ami
sarà forte come gli alberi di ceibo,
protettivo e sicuro come quelli,
limpido come una mattina di dicembre.

L'uomo che mi ami
non dubiterà del mio sorriso
né temerà l'abbondanza dei miei capelli,
rispetterà la tristezza, il silenzio
e con carezze toccherà il mio ventre come chitarra
perché sgorghi musica ed allegria
dal profondo del mio corpo.

L'uomo che mi ami
potrà trovare in me
l'amaca dove riposare
il pesante fardello delle sue preoccupazioni,
l'amica con cui dividere i suoi segreti più intimi,
il lago dove nuotare
senza paura a che l'ancora del compromesso
gli impedisca di volare quando gli succeda d'essere uccello.

L'uomo che mi ami
farà poesia con la sua vita,
costruendo ogni giorno
con lo sguardo posto al futuro.

L'amore del mio uomo
non conoscerà la paura del darsi,
né temerà scoprirsi alla magia dell'innamoramento
in una piazza piena di gente.
Potrà gridare -ti amo-
o mettere striscioni dall'alto delle case
proclamando il suo diritto a sentire
il più bello e umano dei sentimenti.

L'amore del mio uomo
non fuggirà dalle cucine,
né dai panni del figlio,
sarà come un vento fresco
portando via tra le nubi del sogno e del passato,
le debolezze che, per secoli, ci hanno tenuti separati
come esseri di distinta statura.

L'amore del mio uomo
non vorrà definirmi o etichettarmi,
mi darà aria, spazio,
alimento per crescere ed essere migliore,
come una rivoluzione
che faccia di ogni giorno
l'inizio di una nuova vittoria.

Gioconda Belli

lunedì 21 novembre 2011

Solitudine


Che vergogna andare al cinema da solo
senza un amico, senza un’amica, senza moglie,
là dove tutti gli spettacoli sembrano tanto brevi
e tanto lunga la loro attesa.

Che vergogna
in questa interiore guerra dei nervi
davanti alle coppiette beffarde del foyer
in un angoletto, tutto rosso, masticare un pasticcino,
come se ci fosse di che restar confusi…
Noi,
fuggendo la solitudine
e l’angoscia
ci buttiamo in qualsiasi compagnia,
e così degli obblighi che fanno schiavi di amicizie senza senso
ti perseguiteranno fino alla tomba.

Le amicizie si formano in modo assurdo:
gli uni si danno al bere senza una ragione,
gli altri non sono interessati che ai fronzoli e alle donnacce,
e c’è pure chi
sembra occupare il tempo in discussioni astratte,
ma di fatto
si somigliano tutti tra di loro…
Molte son le forme della vanità!
O l’una,
o l’altra chiassosa compagnia…
Non saprei a quante di queste
io sia riuscito a sfuggire!

E come caduto in un nuovo tranello,
sono riuscito a sfuggire,
lasciandovi il pelo,
sono sfuggito!
Mi sei dinanzi, vuota libertà…
Perche’ diavolo mi sei necessaria! Mi sei cara
e insieme odiosa,
come una moglie non amata e fedele.
E tu, amata mia,
come stai tu?
Ti sei liberata delle tue vane preoccupazioni?
A chi adesso appartengono i tuoi occhi strabici
e le tue bianche, splendide spalle?
Pensi certo che io mi vendichi,
che in qualche parte mi precipiti in taxi,
ma se anche lo facessi
dove scenderei?
Eppure non potrei liberarmi di te!
Con me le donne si rinchiudono in sé,
perché sentono
d’essermi ora del tutto estranee.
Abbandono la testa sulle loro ginocchia, ma non a loro,
a te appartengo…
Or non è molto sono stato da una
in una brutta casupola di via Sennàja.
Ho appeso il paltò a un misero attaccapanni.
Sotto un abete spoglio da un lato, con le lampadine fioche,
rilucendo con le sue pantofoline bianche,
sedeva una donna, severa come una bambina.
Avevo così facilmente ottenuto il permesso
di venire,
che ero sicuro di me
e troppo inebriato, come oggi si usa
e le avevo portato non fiori, ma vino.
Ma tutto apparve molto più complicato…
Ella taceva
e modestamente due goccette trasparenti,
due orecchini,
brillavano sui suoi lobi rosati.
E, come sofferente, guardandomi confusa,
sollevando il suo corpo di fanciulla, mi disse con voce smorzata:
“Vattene…
E’ meglio di no… Lo vedo,
non sei mio, ma suo…”
Mi amava una ragazzetta
dalle maniere rudi, da maschiaccio,
con un ciuffetto sbarazzino
e gli occhi trasparenti,
pallida di paura e tenerezza.
Eravamo in Crimea.
C’era di notte un temporale
e la ragazzina
al bagliore dei lampi
mi sussurrava:
“Mio piccolo!
Mio piccolo!”
e mi copriva gli occhi col palmo della mano.
Intorno tutto era spaventosamente solenne,
il tuono
e il gemito sordo del mare, quando all’improvviso ella,
con una lucidità tutta femminile, mi gridò:
“Non sei mio!
Non sei mio! »
Addio, mia amata!
Io sono tuo, cupo
e fedele,
e la solitudine
è la più fedele di tutte le fedeltà.
E non importa se sulle mie labbra non fonde più
la neve d’addio del tuo monchino.
Grazie alle donne
belle e infedeli
per tutto ciò che è durato un istante, per quell’addio!
che non è un “arrivederci!”,
perché, fiere come regine nella loro menzogna,
ci regalano delle dolci sofferenze
e i magnifici frutti della solitudine.

Evgenij Evtusenko

-Nella foto Man Ray e Meret Oppenheim-


lunedì 14 novembre 2011

In una Scatola di Cemento - Achtung!


IN UNA SCATOLA DI CEMENTO
versi poetici di uomini e donne

Nel 2092 il margine fra legalità e illegalità è ridotto ai minimi termini.
Nel 2092 il carcere è luogo pubblico come la posta, il dentista e il medico della mutua.
Si attrezza di una comoda sala d'attesa con riviste di moda e gossip mentre il tempo da trascorrere in cella varia dalle 2 alle 16 ore al giorno.
I crimini imputati sono: trovarsi senza biglietto sull'autobus, non fare lo scontrino, non farsi fare lo scontrino, guidare dopo aver bevuto un bicchiere di vino rosso, parcheggiare in doppia fila.
Non esistono multe solo una più efficace e correttiva forma di reclusione temporanea e giornaliera.
Immaginando una fantascienza storica si procede così per grottesche esperienze di attesa e tortura.
Necessarie al corretto e sicuro andamento quotidiano del vivere.

regia: Mariagrazia Pompei

con:Edoardo Andreani, Mariangela Calia, Daniele Anzalone , Deborah Di Giacomo, Laura Giannatiempo,Valerio Marini, Gabriele Culurgioni.

testi: Giuseppe Garofalo

scenografia: Francesco De Summa e Michela Pierlorenzi
musiche originali: Cosimo Saracino
Tecnico luci e suono: Giacomo Cursi
Riprese: NAFFINTUSI Cinema And Audiovisual Art

ingresso dalle ore 20:00
euro 10

Nel foyer esposizione fotografica
ACHTUNG!
a cura di Marta Gabrieli

Una gabbia rinchiude sempre.Non salvaguarda mai.
Una tortura non raddrizza.Spezza.
"Bisogna fare attenzione".



Grafiche: Massimo Leonardi e Michela Pierlorenzi

sabato 12 novembre 2011

Vali Myers

Artista poliedrica ed eccentrica, Vali Myers nasce a Canterbury (Sidney)nel 1930.


Artista, ballerina, giramondo e occultista improvvisata. Di questa poliedrica ed eccentrica figura oggi permangono soltanto poche tracce. Indizi dispersi qua e là, cenni biografici, dipinti, ritratti e persino alcuni documentari. Eppure è sempre difficile parlarne in modo esaustivo o incasellarne il lavoro e le opere in un sistema categorico, in un’ipotetica disposizione di comodo.
Apolide per natura e necessità, la Myers nasce nel 1930 a Sidney da un marinaio e da una violinista neozelandese. A diciannove anni si trasferisce in una Parigi dilaniata dalla guerra dove, coltivando sogni di danzatrice, mena invece vita di strada: tra artisti, zingari e ladruncoli, la giovane entra in contatto con il fervido clima culturale di quegli anni, stringendo amicizia con nomi del calibro di Salvador Dalì, Jean Cocteau e Jean Genet. Parigi è però soltanto la prima tappa di un viaggio che di fatto non avrà mai fine: tra Europa e America, di nuovo in Australia. Una ricerca ossessiva di un’identità, un’esigenza incontrollabile che la condurrà insieme al marito persino in Italia, nella cittadina di Positano.
Qui, la donna porterà alle estreme conseguenze l’utopia di un’esistenza frugale, fatta soltanto dell’essenzialità: vivendo in una casa priva di acqua corrente, elettricità e riscaldamento, circondata in compenso da animali scorrazzanti e da una natura prosperosa, rinuncerà ad ogni simbolo di modernità e progresso.


Vali Myers by Ed van der Elsken

Disse di lei Gianni Menichetti,suo compagno per la vita:"Vali always hated lavatories. She liked to go like a wild animal and she could pee standing up…when she she would piss out in the garden, Fanny the donkey would come and piss nearby. We all pissed together".
Vali visse in una cascina abbandonata a Vallone Porto (nel comune di Positano) dal 1958 al 2002 conducendo una vita allo stato brado.Dal 1971 condusse questa vita assieme a Gianni Menichetti il quale (anche dopo la morte di Vali nel 2003) vive ancora lì,senza telefono,senza luce,senza gas.


Francesca Woodman's Notebook

In Italia,intorno al 1970, Francesca Woodman acquista vecchi quaderni,presumibilmente al mercato di Porta Portese a Roma.
Ne fa dei quaderni fotografici aggiungendo alle pagine piccole stampe su carta trasparente così da permettere al testo di non essere coperto.
Il sig.George Woodman (padre di Francesca) insieme alla casa editrice SivanaEditore ci da,dallo scorso ottobre,la possibilità di ammirarne il contenuto,del tutto inedito.
Lo possiedo e,non nella sua interezza,lo condivido con voi.






giovedì 10 novembre 2011

Messaggio Promozionale


Box 32 chiude e al tempo stesso inaugura il 17 novembre 2011
Il Caffè Bohemien ospiterà per un mese questa piccola personale,che di personale ha molto.
Box 32 ha custodito dei segreti che non vi verranno svelati.
Al Box 32 si poteva fare anche la pipì ma non ci si poteva lavare le mani.
Ci si spogliava facilmente e non solo dei vestiti.
Faceva freddo ma c'era sempre qualche luce che,continua,scaldava.
D'estate si stava freschi e ci si spogliava con più facilità.
Vicino al Box 32 c'era un faro,forse anni fa c'era pure il mare.
Si vocifera a volte siano apparsi degli zombie ma io non ci credo.
La polvere c'era sempre e spazzarla via era inutile.
Oggi del Box 32 sono rimaste delle immagini e un baule.
Le immagini ve le regalo,anzi,ve le vendo.Tutto ha un prezzo.
Anche il Box 32 costava.



Esposizione molto foto e poco grafica di Marta Gabrieli
Dal 17 novembre al Caffè Bohemien,Via degli zingari,36
Vi aspetto
E non sarò da sola.


Questa fa parte del "poco grafico"

martedì 8 novembre 2011

Poesie di Patrizia Cavalli

Ma se poi penso veramente alla tua morte

in quale letto d'ospedale o casa o albergo,

in quale strada, magari in aria

o in una galleria; ai tuoi che cedono

sotto l'invasione, all'estrema terribile bugia

con la quale vorrai respingere l'attacco

o l'infiltrazione, al tuo sangue pulsare indeciso

e forsennato nell'ultima immensa visione

di un insetto di passaggio, di una piega di lenzuolo,

di un sasso o di una ruota

che ti sopravviveranno,

allora come faccio a lasciarti andar via?



Mi ero tagliata i capelli, scurite le sopracciglia,

aggiustata la piega destra della bocca, assottigliato

il corpo, alzata la statura. Avevo anche regalato

alle spalle un ammiccamento trionfante. Ecco ragazza

ragazzo

di nuovo, per le strade, il passo del lavoratore,

niente abbellimenti superflui. Ma non avevo dimenticato

il languore della sedia, la nuvola della vista.

E spargevo carezze, senza accorgermene. Il mio corpo

segreto intoccabile. Nelle reni

si condensava l'attesa senza soddisfazione; nei giardini

le passeggiate, la ripetizione dei consigli,

il cielo qualche volta azzurro

e qualche volta no.


Adesso che il tempo sembra tutto mio

e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,

adesso che posso rimanere a guardare

come si scioglie una nuvola e come si scolora,

come cammina un gatto per il tetto

nel lusso immenso di una esplorazione, adesso

che ogni giorno mi aspetta

la sconfinata lunghezza di una notte

dove non c'è richiamo e non c'è più ragione

di spogliarsi in fretta per riposare dentro

l'accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,

adesso che il mattino non ha mai principio

e silenzioso mi lascia ai miei progetti

a tutte le cadenze della voce, adesso

vorrei improvvisamente la prigione.


Nelle Foto:Emmanuel Sougez - Nu à la cigarette, ca. 1955
Emmanuel Sougez,Une porte de l’aube,1947

giovedì 3 novembre 2011

Amor di marinaio dura quanto la marea

Di seguito trascriverò il marinaresco quanto poetico addio tra Teresa e Januario tratto dal libro "Teresa Batista,stanca di guerra" (attualmente in lettura) di Jorge Amado. Non avendo terminato la lettura del libro,non so se trattasi di un addio o di un arrivederci.Ve lo saprò dire o lo scoprirete da voi...

[...] Sulla sabbia dell'ultimo incontro,lei si raccolse sul petto dell'uomo per il quale è nata e che troppo tardi ha incontrato:un possesso violento,furibondo,con l'amaro sapore della separazione;lei lo morde e lo graffia,lui se la stringe al petto come se volesse penetrarle nella pelle. Sulla sabbia dell'ultima notte d'amore singhiozzi soffocati,è proibito piangere:un'onda che viene a colpirli,il mare che viene a portarselo via. Addio,marinaio.
Januario salta giù dal barcone,è sul molo accanto a Teresa e la prende tra le braccia. L'ultimo bacio riaccende le sue labbra fredde; amor di marinaio dura quanto la marea,e con la marea veleggerà in Ventanìa,puntando a sud,verso il porto di Bahia. Teresa aveva tanto desiderato domandargli come era la vita laggiù:ma perchè domandare? Gonfie le vele,levata l'ancora,il barcone si allontana dal molo,al timone il Capitano Gunzà. Lingue assetate,avide: denti,bocche disperate,dove la lontananza arde in un bacio di fuoco e vita e morte confondono - Teresa segna il labbro di Januario con il suo dente d'oro.
Il bacio di fuoco si dissolve,sul labbro di Januario una goccia di sangue,il ricordo di Teresa Batista sulla bocca,tatuato dal dente d'oro: fiume e mare,mare e fiume,un giorno tornerò,anche se pioverà a coltello e il mare si sarà trasformato in un deserto,verrò con le zampe dei granchi che vanno all'indietro,verrò sotto il temporale,naufrago ansioso del porto perduto,del tuo seno di tenera pietra,del tuo ventre come un anfora,della tua conchiglia di madreperla,alghe di rame,ostrica di bronzo,stella d'oro,mare e fiume,fiume e mare,acque dell'addio,onde del mai più. Dal molo,dalle braccia di Teresa il marinaio balza sul ponte del barcone,un gigante in piedi,un gigante che ha sapore di sale e odora di salmastro, un gigante con le manette ai polsi e le catene ai piedi.
Statua di pietra Teresa immobile ha gli occhi asciutti: e il sole gira nel grigio cielo,crepuscolo di livide tristezze,notte vuota di stelle,la luna inutile per sempre,per sempre. Nelle vele la brezza veloce, e in bocca a capitan Januario Gereba il rantolo della tromba a buccina per l'addio più pungente: Addio Tetà, geme quel suono dal grave accento; addio Janù della mia vita,risponde un cuore straziato dall'agonia dell'assenza. Acque dell'addio,addio,fiume e mare,addio; nelle zampe dei granchi, addio, sulla rotta dei naufraghi, addio per sempre.
Il gigante è in piedi,la buccina rompe lo spazio come per dominare la brezza, e il barcone se ne va abbandonando il porto di Aracajù nel Sergipe-del-Rey, al timone il capitano Caetano Gunzà, e accanto all'albero maestro,fuggitivo, il capitano Januario Gereba, uccello dalle ali mozze, chiuso in una gabbia di ferro, con le catene ai piedi. Sulla frontiera d'incontro dell'acqua del fiume con quella del mare, fiume e mare, il braccio del gigante si alza e la grande mano saluta. Addio.
Statua di pietra sul molo fatto di vecchie assi rose dal tempo. Teresa Batista resta piantata lì, con un pugnale confitto nel petto. La notte avvolge e la penetra di tenebre e di vuoto, di saudade e di assenza, ah! amor mio , fiume e mare, mar e rio.

Col suo dente d'oro e il gelo nel cuore, con ancheggiamento da capoeira e de samba-de-roda, Teresa Batista,sfolgorante stella del samba,brillante imperatrice dell'ancheggiamento, fece finalmente il suo ingresso nel programma del Paris Alegre al primo piano dell'edificio Vaticano nella "zona" di Aracajù, di fronte al porto dove era stato all'ancora il barcone Ventanìa del capitano Caetano Gunzà -sul molo echeggia ancora l'eco del suono grave della buccina in cui nell'ora del distacco aveva soffiato capitan Januario Gereba,che era venuto per lavoro,ma anche per spezzare il cuore a chi se ne stava tranquilla coll'anima in pace, occupata a rifarsi una vita. [...]


lunedì 31 ottobre 2011

Vado a fasi,come la luna



Ho fasi, come la luna
fasi per stare nascosta,
fasi per scendere in strada…
Perdizione della mia vita!
Perdizione della vita mia!
Ho fasi per essere tua,
e altre per stare da sola.

Fasi che vanno e vengono,
nel calendario segreto
che un astrologo arbitrario
ha inventato per me.

E svolge la malinconia
il suo interminabile fuso!
Non mi trovo con nessuno
(ho molte fasi come la luna…)
Se un giorno qualcuno può essere mio
non è il mio giorno di essere sua…
E, quando arriva quel giorno,
un altro è sparito…

CECILIA MEIRELES

Elogio dell' Infanzia



Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?

Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.

Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare.


Peter Handke

Nella foto:The Mother's Hands ,1966 by Antanas

Ordinanza all'esercito delle arti


Cantilenano le brigate dei vecchi
la stessa litania.
Compagni!
Sulle barricate!
Barricate di cuori e anime.
E' vero comunista
solo chi ha bruciato i ponti della ritirata.
Basta con le marce,futuristi,
un balzo nel futuro!
Non basta costruire una locomotiva.
fa girare le ruote e fugge via.
Se un canto non saccheggia una stazione,
a che serve la corrente alternata?
Ammonticchiare un suono sopra l'altro,
e avanti,
cantando e fischiettando.
Ci sono ancora buone consonanti:
erre,
esse,
zeta.
Non basta allineare,
adornare i calzoni con le bande.
Tutti i soviet insieme non muoveranno gli eserciti,
se i musicisti non suoneranno la marcia.
Portate i pianoforti sulla strada,
alla finestra agganciate il tamburo!
Il tamburo
spaccate e il pianoforte,
perchè un fracasso ci sia,
un rimbombo.
Perchè sgobbare in fabbrica,
perchè sporcarsi il muso di fuliggine,
e,la sera,sul lusso altrui
sbattere gli occhi sonnacchiosi?
Basta con le verità da un soldo.
Ripulisci il cuore dal vecchiume.
Le strade sono i nostri pennelli.
Le piazze le nostre tavolozze.
Non sono stati celebrati
dalle mille pagine del libro del tempo
i giorni della rivoluzione!
Nelle strade,futuristi,
tamburi e poeti!

(Tratto da "Per la voce" di Vladimir Majakovskij,raccolta progettata da El Lisitskij)

domenica 23 ottobre 2011

La diva del Grand Guignol

Nei suoi quasi 70 anni di attività, il Grand-Guignol ebbe la sua star: Paula Maxa.Lungo la sua carriera al Grand-Guignol, Maxa, “la donna assassinata più volte al mondo”, subì una serie di torture senza pari nella storia del teatro: le spararono, con il fucile e con la pistola, le fecero lo scalpo. fu strangolata, sventrata, stuprata, ghigliottinata, impiccata, squartata, bruciata, dissezionata, tagliata in 83 pezzi da una spada invisibile spagnola, morsa da uno scorpione, avvelenata con l’arsenico, divorata da un puma, strangolata con una collana di perle, e frustata.
Oltre a questo, fu soggetta ad una spettacolare mutazione che un critico teatrale dell’epoca descrisse così: “Creatura stupenda, dai grandi occhi incantatori, dai tratti fini, è riuscita a darsi sulla scena di rue Chaptal una maschera tragica, il bel volto tormentato dagli orrori da lei vissuti con tanta bravura. La sua più grande forza è l’arte con la quale ha saputo morire. Nella sua carriera di principessa dell’orrore la fatale circostanza le è capitata all’incirca tremila volte, in sessanta modi diversi. L’acqua, il fuoco, il ferro, la corda, lo strangolamento, lo sventramento, la decapitazione, il palo, il soffocamento: tutti i cammini che recano al fatale trapasso, la signorina Maxa li ha percorsi. Così le è capitato, per duecento sere di fila, di decomporsi in scena. L’operazione durava due buoni minuti durante i quali la fanciulla si trasformava lentamente in un cadavere ripugnante. Naturalmente il lavoro era accompagnato da una lunga serie di quei famosi urli di gola di cui la signorina Maxa conservava il segreto e l’esclusiva”.
Cumulerà insieme le ossessioni di Poe e quelle di Freud, passando per gli abomini genetici studiati da Lombroso. Insomma incarnerà per oltre un decennio la femme fatale per eccellenza, fornendo in corpore vili un modello a infinite eroine nere della letteratura coeva e futura



venerdì 21 ottobre 2011

AMY JOHNSON - AVIATRICE (1903 - 1941)


Per Amy Johnson furono la distanza, la velocità ed il mezzo di trasporto a creare interesse piuttosto che non i luoghi dove atterrava. Cresciuta a Hull, dopo la laurea conseguita alla Sheffield University, andò a Londra e lavorò come segretaria. Iniziò a volare con il London Air Club a Edgware. Quando intraprese il suo primo lungo volo nel 1930 non si era mai precedentemente allontanata in volo dall' Inghilterra. Con un velivolo leggero raggiunse Karachi in 6 giorni, battendo il record mondiale per la distanza. Poi volò a Darwin, in Australia, ma la sua impresa doveva terminare a Brisbane con lo schianto del suo aereo.

Il pilota che la seguì in volo fino a Sydney, James Mollison, divenne suo marito, ma si separarono dopo pochi anni. Un'enorme pubblicità le venne tributata per le sue imprese di pilota e, nelle fotografie, sebbene fosse vestita da aviatrice, il make-up e le pose tendevano ad enfatizzarne il fascino. Compì ulteriori viaggi a lunga distanza, sempre in solitaria, verso il Giappone e Cape Town in Sud Africa, battendo ulteriori record e nel 1939, allo scoppiare della seconda guerra mondiale, si arruolò nel trasporto aereo ausiliario della RAF.
Non fece mai ritorno da un volo il primo gennaio 1941.

martedì 18 ottobre 2011

Da Poesie, Einaudi 1999



E cosa credi che io non t'abbia visto

morire dietro un angolo

con il bicchiere che ti cadeva dalle mani

il collo rosso e gonfio

vergognandoti un poco

per essere stata sorpresa

ancora una volta

dopo tanto tempo

nella stessa posizione nella stessa condizione

pallida tremante piena di scuse?

(Patrizia Cavalli)

martedì 11 ottobre 2011

Contributo alla statistica



Su cento persone:

che ne sanno sempre piu’ degli altri
- cinquantadue;

insicuri a ogni passo
- quasi tutti gli altri;

pronti ad aiutare,
purche’ la cosa non duri molto
- ben quarantanove;

buoni sempre,
perche’ non sanno fare altrimenti
- quattro, be’, forse cinque;

propensi ad ammirare senza invidia
- diciotto;

viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
- settantasette;

dotati per la felicita’
- al massimo poco piu’ di venti;

innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
- di sicuro piu’ della meta’;

crudeli,
se costretti dalle circostanze
- e’ meglio non saperlo
neppure approssimativamente;

quelli col senno di poi
- non molti di piu’
di quelli col senno di prima;

che dalla vita prendono solo cose
- quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;

ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
- ottantatre’
prima o poi;

degni di compassione
- novantanove;

mortali
- cento su cento.
Numero al momento invariato.

(Wislawa Szymborska)

Ad alcuni piace la poesia


Ad alcuni -
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.

Piace -
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.

La poesia -
ma cos'è mai la poesia?
Più d'una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
Come alla salvezza di un corrimano.


Wislawa Szymborska

sabato 8 ottobre 2011

Senza Titolo,Patrizia Cavalli


Chi potrà più dire
che non ho coraggio, che non vado
fra gli altri e che non mi appassiono?
Ho fatto una fila di quasi
mezz'ora oggi alla posta;
ho percorso tutta la fila passetto
per passetto, ho annusato
gli odori atroci di maschi
di vecchi e anche di donne, ho sentito
mani toccarmi il culo spingermi
il fianco. Ho riconosciutola nausea e l'ho lasciata là
dov'era, il mio corpo
si è riempito di sudore, ho sfiorato
una polmonite. Non d'amor di me
si tratta, ma orrore degli altri
dove io mi riconosco.

Tratto da Poesie (1974-1992)


Se ora tu bussassi alla mia porta
e ti togliessi gli occhiali
e io togliessi i miei che sono uguali
e poi tu entrassi dentro la mia bocca
senza temere baci diseguali
e mi dicessi “Amore mio,
ma che è successo?”, sarebbe un pezzo
di teatro di successo.

Patrizia Cavalli

Da "Caligola",A.Camus


Elicone: Buon giorno Caligola.
Caligola: Buon giorno Elicone.
Elicone: Sembri affaticato.
Caligola: Ho camminato molto.
Elicone: Sì, la tua assenza è durata a lungo.
Caligola: Era difficile da trovare.
Elicone: Che cosa?
Caligola: Ciò che volevo.
Elicone: E che volevi?
Caligola: La luna.
Elicone: Che?
Caligola: La luna. Sì, volevo la luna.
Elicone: Ah, e per fare cosa?
Caligola: E’ una delle cose che non ho.
Elicone: Sicuramente. E adesso È tutto a posto?
Caligola: No, non ho potuto averla. Sì, ed è per questo che sono stanco. Tu pensi che io sia pazzo.
Elicone: Sai bene che io non penso mai. Sono troppo intelligente per pensare.
Caligola: Sì, d’accordo. Ma non sono pazzo e posso dire perfino di non essere mai stato così ragionevole come ora. Semplicemente mi sono sentito all’improvviso un bisogno di impossibile. Le cose così come sono non mi sembrano soddisfacenti.
Elicone: E’ un opinione abbastanza diffusa.
Caligola: E’ vero, ma non lo sapevo prima. Adesso lo so. Questo mondo così com’è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell’immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo.
Elicone: E’ un ragionamento che sta in piedi. Ma, in generale, non lo si può sostenere fino in fondo, non lo sai?
Caligola: E’ perchè non lo si sostiene mai fino in fondo che non lo si sostiene fino in fondo. E non si ottiene nulla. Ma basta forse restare logici fino alla fine.
Elicone: Io so ciò che pensi. Quante storie, per esempio per la morte di una donna.
Caligola: No, Elicone, non È questo. Mi sembra di ricordare, È vero, che alcuni giorni fa È morta una donna che io amavo. Ma cos’è l’amore? Poca cosa. Questa morte non è niente, te lo giuro. Essa è solo il segno di una verità che mi rende la luna necessaria. E’ una verità molto semplice e perfettamente chiara, un po’ stupida forse, ma difficile da scoprire e pesante da portare.
Elicone: Ma, in fin dei conti, qual è la verità , Gaio?
Caligola: Gli uomini muoiono e non sono felici.
Elicone: Andiamo, Gaio, questa è una verità con la quale ci si può benissimo arrangiare! Guardati attorno; non è questa una verità che impedisca loro di mangiare, per esempio.
Caligola: Allora è che tutto attorno a me è menzogna. E uno che mangia carne così è un mentitore. E io voglio che si viva nella verità . Da imperatore voglio che si viva nella verità, e io ho proprio i mezzi per farli vivere nella verità , poichè io so ciò che manca loro, Elicone. Sono privi di conoscenza e manca loro un professore che sappia ciò di cui si parla.
Elicone: Non offenderti, Gaio, di ciò che ti sto per dire, ma dovresti prima riposarti un po’..
Caligola: Non È possibile. Non sarà mai più possibile: dopo aver viste queste cose non è più possibile.
Elicone: Perché dunque?
Caligola: Ascolta, Elicone, sento dei passi e un rumore di voci. Non parlare e dimentica di avermi appena visto.
Elicone: Ho capito.
Caligola: E, ti prego, aiutami ormai.
Elicone: Non ho ragioni per non farlo, Gaio, ma non so molte cose e poche mi interessano. In che cosa ti posso aiutare?
Caligola: Nell’ impossibile.
Elicone: Farò del mio meglio.”

A. Camus, Caligola, Atto I, sc. IV
Photo:Frantisek Drtikol

giovedì 6 ottobre 2011

All'Amato Me Stesso




"A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio".

Ma uno come me dove potrà ficcarsi?
Dove mi si è apprestata una tana?

S'io fossi piccolo come il grande oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l'alta marea,
accarezzando la luna.

Dove trovare un'amata uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!

O s'io fossi povero come un miliardario.. Che cos'è il denaro per l'anima?
Un ladro insaziabile s'annida in essa:
all'orda sfrenata di tutti i miei desideri
non basta l'oro di tutte le Californie!

S'io fossi balbuziente come Dante o Petrarca...
Accendere l'anima per una sola, ordinarle coi versi...
Struggersi in cenere.
E le parole e il mio amore sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente senza lasciar traccia vi passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.

O s'io fossi silenzioso, umil tuono... Gemerei stringendo
con un brivido l'intrepido eremo della terra...
Seguiterò a squarciagola con la mia voce immensa.

Le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto dalla malinconia.
Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
s'io fossi appannato come il sole...

Che bisogno ho io d'abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra?

Passerò trascinando il mio enorme amore
in quale notte delirante e malaticcia?

Da quali Golia fui concepito
così grande,
e così inutile?




(Vladimir Vladimirovič Majakovskij)


Nella foto:David Scherman-Woman Sitting in a Chair from a Story Concerning Clairvoyants

mercoledì 28 settembre 2011

Un lettore


Vantino altri le pagine ch’ han scritto
l’orgoglio mio è per quelle che ho letto.
Filologo non sarò stato,
non avrò investigato le declinazioni, i modi , il laborioso mutar di lettere,
la d che si indurisce in t
l’equivalenza di g e k,
ma in tutti questi anni ho professato
passione di linguaggio.
Le mie notti son piene di Virgilio;
aver saputo e scordato il latino
è la sua acquisizione, ché l’oblio
forma è della memoria, la sua vaga rimessa,
l’altra segreta faccia di moneta.
Quando si cancellarono nei miei occhi
le vane apparenze amate,
i volti e la pagina,
a studiar presi il linguaggio di ferro
che usarono i miei antichi per cantare
solitudine e spade,
e ora, attraverso ben sette secoli,
da quell’ ultima Thule,
fino a me la tua voce giunge, Snorri Sturloson.
Dinnanzi al libro, chi è giovane s’impone una disciplina precisa
e lo fa al fin d’ un sapere preciso;
alla mia età ogni impresa è un’avventura
cui confine è la notte.
Non finirò di decifrare le antiche lingue del Nord,
Non affonderò le mani ansiose nell’oro del Sigurd;
quest’ opera cui attendo è illimitata
e mi accompagnerà fino alla fine;
dell’universo non men misteriosa
e di me, l’apprendista.

(Jorge Luis Borges, da Elogio dell’ombra)

martedì 27 settembre 2011

Tratto da "Poesia", di Bella Achmadulina.

Un giorno, dondolando sull'orlo
di tutto ciò che è, avvertii nel corpo
la presenza di un'ombra irreparabile
che spingeva altrove la mia vita.

Nessuno lo sapeva, solo il quaderno
bianco si era accorto che avevo spento
le candele, accese per crear parole:
senza di loro non mi dispiaceva morire.

Soffrivo tanto! Tanto m'avvicinai
alla fine dei tormenti! Non dissi una parola.
Era l'anima, ancora debole,
che cercava un'altra età.

Mi misi a vivere, e vivrò a lungo.
Da quel giorno chiamo tormento
terreno solo ciò che non ho cantato;
il resto lo chiamo beatitudine.


lunedì 26 settembre 2011

Self Portrait





Doccia Emozionale
Sunday Morning self Portrait

Ballata delle donne



Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l'umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

Edoardo Sanguineti


(Nella Foto:Les Femmes de l’Avenir – 1902)




giovedì 15 settembre 2011

Lilika di Vladimir Vladimirovic Majakovskij



Il fumo della sigaretta ha mangiato l'aria.
Accanto a questa finestra
per la prima volta
In estasi, carezzai le tue mani.
Oggi ti vedo seduta,
il cuore in un'armatura di ferro.
Ancora un giorno
e mi scaccerai.
Nella buia anticamera la mia mano, scossa dal tremito,
nella manica a lungo tenterà d'infilarsi.
Balzerò fuori,
lancerò per strada il mio corpo.
Selvaggio, diverrò pazzo.
Non si deve giungere a questo:
cara, buona,
diciamoci adesso addio.
Tanto il mio amore,
peso come un macigno,
resta appeso al tuo collo
dovunque tu fugga.
Se lo sfiancano di lavoro, un bue,
andrà
a stendersi in gelide acque.
Ma al di là dell'amore per te,
per me non c'è mare.
Se anela al riposo lo stanco elefante
si sdraierà sulla sabbia infuocata:
ma al di là del mio amore per te,
per me non c'è sole.
E io non so neppure dove sei e con chi.
Non mi butterò dalla tromba delle scale,
non berrò il veleno,
non oserò premere il grilletto contro la tempia.
Lascia almeno
ch'io copra con un'ultima tenerezza
il tuo passo che si allonta


Photo:Jindrich Vanek - Nude Study, 1930

mercoledì 7 settembre 2011

Dal diario intimo di Frida


Niente vale più della risata e del disprezzo.
E’ necessario ridere e abbandonarsi.
essere crudeli e leggeri.
La tragedia è la cosa più ridicola che "l'uomo" ha,
ma sono sicura, che gli animali anche se "soffrono",
non esibiscono la loro "pena"
in "teatri"– "aperti" nè "chiusi" ( i "focolari" ).
e il loro dolore è più vero
di qualunque immagine ogni uomo possa
"rappresentare" o sentire come dolorosa

lunedì 5 settembre 2011

Museo


Ci sono piatti, ma non appetito
Fedi, ma non scambievole amore
da almeno trecento anni.

C’è il ventaglio – e i rossori?
C’è la spada – dov’è l’ira?
E il liuto, non un suono all’imbrunire.

In mancanza di eternità hanno ammassato
diecimila cose vecchie.
Un custode ammuffito dorme beato
con i baffi chini sulla vetrina.

Metalli, creta, una piuma d’uccello
trionfano in silenzio nel tempo.
Ride solo la spilla d’una egiziana ridarella.

La corona è durata più della testa.
La mano ha perso contro il guanto.
La scarpa destra ha sconfitto il piede.

Quanto a me, credete, sono viva.
La gara col vestito non si arresta.
E lui quanta tenacia mi dimostra!
Vorrebbe viver più della mia vita!

- Wislawa Szymborska,1962-

Nella foto : Kiki De Montparnasse

martedì 23 agosto 2011

La Strega


Riporto di seguito parte dell'introduzione de La Strega,opera di Jules Michelet pubblicata il 1 Dicembre del 1862 ed acquistata da me,rovistando qua è là,i primi giorni di agosto a Venezia alla Libreria dell'Acqua Alta,libreria che merita una visita almeno una volta nella vita;la La Mecca dei lettori.

Prima del 1500, Sprenger dice: "Bisogna parlare di eresia delle streghe, non degli stregoni; questi contano poco". E qualcun altro, al tempo di Luigi XIII: "Per ogni stregone, diecimila streghe".

"La natura le ha fatte streghe". È la vera indole della donna, il suo temperamento. Nasce fata. In ricorrenti celebrazioni, è sibilla e, in amore, maga. Per scaltrezza e malizia (spesso capricciosa e benefica), è strega che svela il destino e magari placa o evita i malanni.

Viaggiando, vediamo che ogni popolo primitivo ha uguale inizio: l'uomo caccia e combatte, la donna s'ingegna, immagina, crea sogni e divinità. Certi giorni è veggente, padrona delle immense ali del desiderio e della fantasia. Per meglio prevedere il tempo, osserva il cielo. Ma non ha meno a cuore la terra. Volgendo gli occhi sui teneri fiori, anche lei giovane fiore, li conosce intimamente e, come donna, a loro chiede di guarire chi ama.

Semplice, commovente avvio di religioni e scienze. In seguito, ogni cosa si separa e vediamo giungere lo specialista: il giullare, astrologo o profeta, negromante, prete o medico. Tuttavia, in principio la donna è tutto.

Il paganesimo greco, religione potente e vitale, comincia dalla sibilla e finisce con la strega. La prima, vergine bella e luminosa, lo cullò circondandolo d'una magica aureola. Più tardi, deluso, malato, nelle tenebre medievali, per deserti e boschi, la strega lo protesse e, pietosamente, gli diede il nutrimento che lo tenne in vita. Così, per le religioni, la donna è madre, custode amorosa e nutrice fidata. Gli stessi dèi, come gli uomini, nascono e muoiono sul suo grembo.

[...]

Unico medico del popolo fu, per mille anni, la strega. Imperatori, re, papi, i più ricchi baroni avevano qualche dottore di Salerno, qualche moro o ebreo; ma la grande massa, un po' tutti e d'ogni condizione, consultavano solo la Saga o Saggia-donna. Non guarendo, la insultavano e le dicevano strega. Ma di solito, per rispetto e anche timore, la chiamavano Buonadonna o Belladonna: lo stesso nome dato alle fate.

Le capitò quanto ancora capita alla sua pianta preferita, la belladonna, e alle pozioni benefiche da lei usate, rimedi dei grandi flagelli del medioevo. Il ragazzo e l'ignaro passante maledicono queste livide erbe senza conoscerle. I colori indefiniti li terrorizzano. Arretrano, s'allontanano. Eppure si tratta solo di lenitivi (solanacee) che, somministrati con misura, hanno spesso guarito e alleviato molti mali.

Li trovate nei luoghi più sinistri, solitari e pericolosi, tra macerie e ruderi. Anche in questo somigliano a chi li utilizzava. Dove se non in lande selvagge avrebbe potuto vivere quell'infelice così perseguitata, quella maledetta, reproba, avvelenatrice che guariva e salvava? La sposa promessa del diavolo e del Male in persona, colei che ha fatto tanto del bene, come dice il gran dottore del Rinascimento Paracelso: che, nel 1527, fece a Basilea un falò di tutta la medicina, dichiarando di non sapere niente oltre a quanto appreso dalle streghe.

Meritavano un premio. L'ebbero. Le compensarono con torture e roghi. S'escogitarono appositi supplizi, inediti strazi. Venivano giudicate in massa e condannate per una parola. Mai ci fu più spreco di vite umane. Per non dire della Spagna, classica terra di roghi dove non c'è moro né ebreo senza strega, se ne contano settemila a Trèviri e non so quante a Tolosa. A Ginevra, cinquecento in tre mesi (1513); ottocento a Würzburg, quasi in un'infornata; e millecinquecento a Bamberg (due piccolissimi vescovadi). Ferdinando II in persona, il bigotto e crudele imperatore della guerra dei trent'anni, fu costretto a controllare i suoi bravi vescovi: non avrebbero risparmiato un solo suddito. Nella lista di Würzburg trovo uno stregone undicenne, uno scolaro e una strega di quindici anni; a Bayonne due di diciassette, per loro disgrazia graziose.

[...]

Neppure i moderni hanno troppo studiato la cronistoria morale della stregoneria. S'attardano eccessivamente sui rapporti tra medioevo e antichità. Rapporti reali, ma labili e di poco conto. La vecchia maga, la veggente celtica e quella germanica non sono ancora la vera strega. Le innocue Sabasie (da Bacco Sabasio), modesti sabba campestri continuati nel medioevo, niente hanno in comune con la messa nera del XIV secolo, questa grande, solenne sfida a Gesù. Tali terribili concezioni non provengono dalla tradizione. Uscirono dall'orrore del tempo.

A quando risale la strega? Rispondo senza esitare: "Ai tempi della disperazione". Della profonda disperazione causata dal mondo della Chiesa. Senza esitare, dico che "la strega è il suo delitto".

Nemmeno mi soffermo su ipocrite spiegazioni che vorrebbero minimizzare: "Debole, fragile era la creatura, facile alle tentazioni. La concupiscenza l'ha spinta al male". Ma, nell'indigenza e nella carestia dell'epoca, come poteva una passione portarla alla furia diabolica? Se la donna innamorata, trascurata e gelosa, se la ragazza scacciata dalla matrigna o la madre malmenata dal figlio (vecchi temi di leggende), hanno avuto la tentazione d'invocare lo spirito maligno, tutto questo non è la strega. Che queste povere creature invochino Satana, non significa che vengano accettate. Sono ancora lontane, ben lontane, dall'essere pronte per lui. Non hanno l'odio di Dio.

Per capire un po' meglio, leggete gli odiosi registri tramandati dall'Inquisizione non negli estratti di Llorente e Lamothe-Langon, ma in ciò che resta degli originali di Tolosa. Leggeteli nella loro piattezza, nella loro lugubre aridità così spaventosamente feroce. Bastano poche pagine, per sentirsi gelare. Vi assale un freddo crudele. La morte, la morte, la morte: ecco cosa si sente a ogni riga. Siete alfine nella bara, o in una stretta cella di pietra dai muri ammuffiti. I più fortunati vengono messi a morte. La cella, l' in pace, è l'orrore. Tale formula ricorre all'infinito, come una campana d'infamia che suoni e risuoni per avvilire i morti in vita. Sempre la stessa parola: Murati.

Orrifico sistema per annientare e opprimere, spietata pressa per schiacciare l'anima. Un giro di vite dopo l'altro, strozzata, zoppicante, schizzò dal marchingegno cadendo nell'ignoto. La strega, al suo apparire, non ha padre né madre; non ha figli, marito, famiglia. È un mostro, una meteora giunta chissà da dove. Chi, gran Dio, oserebbe avvicinarla?