lunedì 28 febbraio 2011

"Un giorno esisterà"


Un giorno esisterà la fanciulla e la donna,
il cui nome non significherà più soltanto un contrapposto al maschile,
ma qualcosa per sé,
qualcosa per cui non si penserà a completamento e confine,
ma solo a vita reale: l'umanità femminile.
Questo progresso trasformerà l'esperienza dell'amore,
che ora è piena d'errore, la muterà dal fondo,
la riplasmerà in una relazione da essere umano a essere umano,
non più da maschio a femmina.
E questo più umano amore somiglierà
a quello che noi faticosamente prepariamo,
all'amore che in questo consiste,
che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda

(Rainer Maria Rilke)

Cindy Ray


Cindy Ray (Real name Bev Robinson) was Australia's first homegrown tattooed (and tattooist) pin-up girl, but until 1959, Ray was just your average model. She had no tattoos and no interest in tattooing, until Harry Bartram, a photographer, offered to pay for her coverage.
By the end of her career, she was considered to be a confident tattooist and colleague. She tirelessly corresponded with her fan base and posed for hundreds of pictures, many more than she would have before she was tattooed. Her name was on books, tattoo machines, and jewelry kits. Sadly, Cindy had little to no input in the endorsement of these products, or even the promotion of her image.




giovedì 24 febbraio 2011

Sempre si troverà una donna


Sempre si troverà una donna,
che, fredda e lieve,
compatendo e un poco amando,
ti plachi come un fratello.
Sempre si troverà la spalla di una donna
dove, abbandonata la testa scapestrata,
tu possa respirare con ardore
e a cui possa affidare il tuo ribelle sonno.
Sempre si troveranno gli occhi di una donna
che, smorzando il tuo dolore,
in parte almeno, se non proprio tutto,
vedano la tua sofferenza.
Ma c'è una mano
che ha particolare dolcezza
quando la fronte tormentata sfiora,
come l'eternità e il destino.
Ma c'è una spalla
che, un mistero il perché,
in eterno ti è data, non per una notte sola,
e questo tu da tanto l'hai capito.
Ma ci sono occhi
che appaiono sempre tristi,
e sono gli occhi del tuo amore e della tua coscienza,
fino ai tuoi ultimi giorni.
Ma tu vivi malgrado te stesso,
e quella mano, quella spalla,
quegli occhi tristi non ti bastano...
Quante volte in vita li hai traditi!
Ma eccolo, arriva, il castigo.
"Traditore!" , ti schiaffeggia la pioggia.
"Traditore!", i rami ti sferzano il viso.
"Traditore!" , rimbalza l'eco nel bosco.
Ti rattristi, ti agiti, ti tormenti.
Non saprai perdonare tutto questo a te stesso.
E solo quella mano diafana perdona,
anche se grave l'offesa,
e solo quella spalla stanca
perdona adesso e perdonerà ancora,
e solo quegli occhi tristi
perdonano quello che non si può perdonare.
(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko)

mercoledì 23 febbraio 2011

Eros su tela

Tamara Rosalia Gurwik-Gorska, in arte De Lempicka (dal cognome del marito Lempicki), famosa ai suoi tempi più per la sua mondanità che per la sua pittura, nasce il 16 maggio 1898, forse a Varsavia, come dichiarava, oppure più probabilmente a Mosca. Nel 1911 compie un importante viaggio in Italia insieme alla nonna materna, durante il quale scopre la sua passione per l'arte. Nel 1914, disobbedendo alla volontà dei genitori, interrompe gli studi e si trasferisce a San Pietroburgo, presso la zia Stefa Jansen. Durante una festa conosce il giovane avvocato Tadeusz Lempicki e se ne innamora. I due si sposano nel 1916, poco prima dello scoppio della rivoluzione russa. L'anno seguente il marito è arrestato per la sua militanza nelle file controrivoluzionarie ma, grazie alle relazioni della moglie, viene presto liberato. I due si trasferiscono a Copenaghen, dove già si trovano i genitori di Tamara, e da lì giungono a Parigi. Nel 1920, poco dopo la nascita della figlia Kizette, Tamara decide di dedicarsi alla pittura e inizia a frequentare l'Académie de la Grande Chaumière, poi prende lezioni da Maurice Denis e André Lhote. Nel 1922 partecipa al Salon d'Automne. Dopo questa sua prima apparizione, la pittrice continua a esporre a Parigi fino alla seconda metà degli anni Trenta. Nel 1925 Tamara parte con la madre e la figlia per l'Italia per studiare i classici. A Milano conosce il conte Emanuele Castelbarco, proprietario della galleria d'arte Bottega di poesia, che le organizza la sua prima mostra personale. Durante la sua permanenza in Italia conosce Gabriele D'Annunzio, del quale desidera fare un ritratto. Negli anni seguenti, divenuta pittrice di successo, intensifica la sua partecipazione a mostre ed esposizioni parigine. Nel 1928 divorzia dal marito e ben presto si lega al barone Kuffner, che sposerà nel 1933. In seguito a una profonda crisi esistenziale, l'artista comincia a dipingere soggetti di contenuto pietistico e umanitario. Amò però anche molto ritrarre se stessa, come nel celebre "Autoritratto" del 1925 in cui si rappresentò, bella, seducente, ricca e annoiata, a bordo di una lussuosa Bugatti verde, in perfetto stile ruggenti anni Venti, simile al personaggio di Daisy creato dalla fantasia dello scrittore americano F. S. Fitzgerald nel "Grande Gatsby".

Nell'estate del 1939 i coniugi Kuffner partono per New York, dove Tamara organizza una personale alla galleria di Paul Reinhardt. Nonostante i suoi numerosi impegni umanitari, la pittrice continua ad allestire mostre a New York, Los Angeles e San Francisco. Dopo un lungo periodo di silenzio, nel 1957 presenta le sue nuove opere a Roma alla Galleria Sagittarius. L'artista realizza in questi anni una serie di composizioni astratte, cui fanno seguito dei dipinti a spatola che non incontrano il consenso della critica. La mostra, allestita nel 1962, alla Galleria Jolas di New York è un fallimento. Dopo la morte del marito, avvenuta nel novembre di quell'anno, Tamara lascia New York e si trasferisce a Houston, dove vive la figlia Kizette. Nel 1969 torna a Parigi e riprende a dipingere. Una grande mostra antologica, organizzata presso la Galerie du Luxembourg (1972), riporta al successo l'anziana pittrice. Nel 1978 Tamara De Lempicka si trasferisce in Messico, a Cuernavaca, dove muore il 18 marzo 1980.

Secondo le sue volontà testamentarie le sue ceneri vengono sparse sul cratere del vulcano Popocatépetl.

martedì 22 febbraio 2011

Una bestia nera

Lon Chaney, nome d'arte di Leonidas Frank Chaney (Colorado Springs, 1 aprile 1883 – Hollywood, 26 agosto 1930), è stato un attore statunitense. Fu tra i più grandi interpreti di film dell'orrore dell'epoca del cinema muto statunitense (prese parte a circa 150 pellicole).






I genitori di Lon Chaney erano sordomuti e il ragazzo divenne bravissimo a comunicare con loro attraverso i gesti e la mimica facciale, un'abilità che gli rimase e che sarebbe stata una delle componenti del suo successo. Egli abbandonò presto la scuola per occuparsi dei genitori e fece svariati lavori prima di approdare al teatro, dove si occupò di tutto (fu trovarobe, attore, autore, impresario) e acquisì una eccezionale abilità nel trucco, al punto da sostenere, per carenza di personale, fino a cinque parti in una stessa commedia senza che il pubblico se ne accorgesse.
Entrò nel mondo del cinema verso il 1912 come comparsa, interpretando filmetti comici e western, di alcuni dei quali fu anche regista.
Nel 1919, con Una bestia nera, imboccò la strada che gli era più congeniale: per dieci anni interpretò una serie di personaggi deformi, mostruosi, mutilati, raccapriccianti. Per rappresentarli nel modo più realistico, non esitò a sottoporsi a trattamenti dolorosi e pericolosi, ma soprattutto perfezionò l'arte del trucco cinematografico, servendosi anche di un notevole acume psicologico e di grande sensibilità.
Ma l'aspetto orripilante non era tutto: i suoi personaggi erano realistici e per la sua versatilità Lon Chaney si guadagnò il soprannome di "uomo dalle cento facce".
Chaney ebbe un successo straordinario in tutte le platee d'America e d'Europa. Fra i suoi film più celebri si ricordano The Penalty (1920), Nostra Signora di Parigi (1923), dal romanzo di Victor Hugo, Il fantasma dell'opera (1925), Il capitano di Singapore (1926), e Il fantasma del castello (1927).
Diresse anche una serie di film per la Universal, e affrontò - pur con una certa riluttanza, ma con buon successo - il passaggio al cinema sonoro. Morì per un cancro alla gola subito dopo aver terminato il suo primo film sonoro.
La vita di Chaney fu rievocata sullo schermo da James Cagney in L'uomo dai mille volti (1957).
L'eccezionale professionalità di Chaney avrebbe certamente fatto di lui l'interprete ideale di molti ruoli nei film dell'orrore che durante gli anni trenta andarono poi a Boris Karloff e a Bela Lugosi. La sua eredità artistica venne raccolta dal figlio Creighton che prese il nome d'arte di Lon Chaney Jr., ma non con lo stesso successo. Alla memoria di Chaney è dedicata una stella sulla Hollywood Walk of Fame.

lunedì 21 febbraio 2011

Tratto da “LO SPECCHIO” di Andrej Tarkovskij (1975)


Dei nostri incontri
ogni istante festeggiavamo
come un'epifania,
soli nell'universo tutto.
Più ardita e lieve d'un battito d'ali
per le scale correvi
come un capogiro,
precedendomi tra cortine di umido lillà
nel tuo regno dall'altra parte dello specchio.
Quando la notte venne
ebbi da te la grazia.
Si spalancarono le porte dell'altare
e le tenebre illuminò,
chinandosi lenta, la tua nudità.
E io, destandomi, "sii benedetta", dissi,
pur sapendo che oltraggio
era la mia benedizione.
Tu dormivi,
e a sfiorarti le palpebre col suo violetto
a te tendeva, dal tavolo, il lillà.
E le tue palpebre sfiorate di violetto
erano quiete, e calda la tua mano.
E nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumavano le montagne, luceva il mare.
E tu tenevi in mano la sfera di cristallo,
e tu in trono dormivi,
e, Dio !
tu eri mia.
Poi ti destasti,
e trasfigurando il quotidiano vocabolario umano
a piena voce pronunciasti
" Tu ! "
E la parola svelò il suo vero significato,
e zar divenne.
Nel mondo tutto fu trasfigurato,
anche le cose semplici,
- il catino, la brocca, l'acqua
che sta fra noi come una sentinella,
inerte e dura.
Chissà dove fummo spinti...
Dinanzi a noi si stesero, come miraggi,
città nate da un prodigio.
La mente sola si stendeva
sotto i nostri piedi,
e gli uccelli c'eran compagni di viaggio,
e i pesci balzavano dal fiume,
e il cielo si spalancava ai nostri occhi
quando il destino seguiva i nostri passi
come un pazzo con il rasoio in mano.
(foto,Brassaï )

domenica 20 febbraio 2011

Al collo un filo di esili grani (Da Piantaggine)

Al collo un filo di esili grani,
celo le mani nel largo manicotto,
gli occhi guardano distratti
e non piangeranno mai più.

Sembra il volto più pallido
per la seta che tende al lilla,
arriva quasi alle sopracciglia
la mia frangetta non ondulata.

E non somiglia ad un volo
questa lenta andatura, quasi avessi
sotto i piedi una zattera
e non i quadretti del parquet.

La bocca bianca è socchiusa,
ineguale il respiro affannato,
e sul mio petto tremano i fiori
dell’incontro che non c’è stato.

(Anna Achmatova,1913)


(Nella foto,Pola Negri)

venerdì 18 febbraio 2011

La stazione

Il mio arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.
Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.
Hai fatto in tempo a non venire
all'ora prevista.
Il treno è arrivato sul terzo binario.
E' scesa molta gente.
L'assenza della mia persona
si avviava verso l'uscita tra la folla.
Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.
A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.
Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.
La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.
L'insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.
E' avvenuto perfino
l'incontro fissato.
Fuori dalla portata
della nostra presenza.
Nel paradiso perduto
della probabilità.
Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole.

(Wislawa Szymborska)


giovedì 17 febbraio 2011

Djuna Barnes

Djuna Barnes nasce a Cornwall-on-Hudson [New York] nel 1892 in una baita sulla Storm King Mountain a New York. La sua nonna paterna, Zadel Turner Bernes,era una scrittrice, suffraggetta,giornalista che aveva un tempo ospitato un influente salone letterario. Suo padre, Wald Barnes, era un compositore fallito, musicista e pittore. Sostenitore della poligamie, sposò Elizabeth, la madre di Djuna, nel 1889

Fin dalle prime opere (poesie, drammi, racconti illustrati da lei stessa) diede prova di una fantasia strana e possente.Nel suo libro più noto, Bosco di notte (Nightwood, 1936), una rappresentazione del notturno, del perverso, del sacro, le storture psichiche dei cinque protagonisti sono narrate in un linguaggio barocco, immaginifico e stilizzato, che crea attorno a essi un alone di sospeso orrore elisabettiano.E'stata una figura mitica dell'avanguardia newyorkese e Parigina, tornò nel 1939 a New York isolandosi nella sua casa al Greenwich Village, in un silenzio rotto solo nel 1958 con la pubblicazione del dramma poetico L'antifona (The antiphon)Profilo misterioso,figura, vien da dire, archetipica,Djuna Barnes portava cappelli a larghe falde per nascondere il volto e per lasciar filtrare le parole. Grazie al serratissimo scambio epistolare con la giornalista Emily Holmes Coleman i lettori che hanno amato Nightwood potranno ritrovare, imbastiti con la cronaca mondana e intellettuale che ha fatto degli anni trenta la "festa permanente" del modernismo nell'arte, nella letteratura, nel cinema, i temi portanti del suo romanzo. Il Village, Parigi e Berlino sono gli scenari da cui partono le lettere di Djuna a quella che oggi potremmo chiamare la sua editor. E sono la testimonianza di un lavoro incessante di controllo, rilettura, riscrittura dovuto all'intrinseca insicurezza di una scrittrice che fino alla fine sembra inconsapevole del suo talento. L'altra risponde, incoraggia, taglia, consiglia. Tra le due donne corre una piena di affetto e sincerità che solo quel particolare timbro della conversazione intesa come occasione di conoscenza sa restituire a chi legge.Tanto l'una è ignorante, tanto l'altra sa ricomporla in un quadro più generale, tanto l'una è stretta dalle maglie di un passato traumatico (il leitmotiv di Nightwood è l'incesto), tanto l'altra è assolutamente libera da qualsiasi cascame psicoanalitico, tanto l'una si fa guidare dall'istinto non riuscendo a "distinguere la verità dalle ciarlatanerie", tanta l'altra la recupera alla realtà.Un duello tra innocenza e compromissione che infine permette di dar vita a un vero capolavoro del Novecento.Lo scontro fatale tra due passioni, tra due voracità dissimili. Sarà infatti Djuna, paradossalmente, a mettere sull'avviso l'amica Emily rispetto ai rischi della passione in una lettera del 19 agosto del 1938 (Nightwood è del 1936):

"La passione tesoro non è necessariamente letame di invettive (...) ma proprio perché vuoi appassionatamente la passione, penso che tu ne abbia accettata una che non potrà mai renderti felice (...)Perché l'amore assoluto non è un buon amore, così come la sofferenza assoluta non purifica - né una passione assoluta è una buona passione, penso che su questi punti tu sia un po' cieca perché li vuoi troppo..."




Djuna Barnes con un'amica,Parigi,1922

Considerazioni su "La Spia"

Pochi giorni fa,nel mio consueto "tram biblioteca ",termino di leggere l'ennesimo libro di Anais Nin,trovato in una bancarella dell'usato che vende voliere,edizioni del corriere dei piccoli e lampade con la testa di cani regali.Mi cade l'occhio.E'un edizione Bompiani finita di stampare nel mese di gennaio 1979.In copertina Giuditta II (Salomè) di Gustav Klimt.
"Una spia nella casa dell'amore".Euro 3.Pagine gialle,odore di muffa.
La protagonista,sembra suo malgrado,è Sabina che a stento si avvincina al meraviglioso servendosi di amori che tutti ama,raccontandosi all'alba per reinventarsi al tramonto.
Apprendista della libertà,maestra di passione,artista della menzogna si muove come una "spia internazionale nella casa dell'amore",degli amori.Attrice,mai chiaro se per mestiere o per desiderio,ungherese di nascita trapiantata a New York.Ama l'aviatore che ha guardato negli occhi un uomo morire (condannato per questo all'infelicità),ama un pittore parigino,il cinico Donald,il percussionista africano Mambo,Philip la cui "bellezza di notte era come una droga".Ama loro e ama,di amore infinito,Alan,suo marito,quasi un padre,che l'attende tornare dalle sue turneè che altro non sono che prove e debutti erotici in alberghi a cinque isolati dalla loro casa.
Sovente,Sabina,dopo ebbre notti al Mambo's Cafè,si muove in città nell'orario limbo in cui la popolazione notturna rincasa e quella del giorno esce a lavorare."L'espressione di quelli che andavano al lavoro le sembrava un rimprovero".
Ossessionata di parlare nel sonno,di dimenticare le sue bugie,di dormire troppo profondamente,di giustificare la propria presenza in un luogo piuttosto che in un altro "compremette la verità in favore di un mondo fantastico".
Lei può far diventare un giardino un cortile sul retro,una villa un'appartamento in affitto,gioisce di un uomo che le rimbocca le coperte perchè"non si rimboccano le coperte ad una donnaccia".
Sabina finisce per vivere una tensione uguale a quella delle spie.Attraverso gli amanti,cerca "altre terre,visi sconosciuti,l'oblio,l'ignoto,la fantasia.."Insegue in molte peregrinazioni amorose "la libertà maschile nell'avventura,un piacere che liberi dalle ansie legate all'amore,dalla possibilità del dolore".
Sabina tocca il fondo,in una danza con le sue innumerovoli sè,provocata da un silenzioso personaggio che Anais Nin chiama Lo Scopribugie.Non ce la fa.Nell'affascinante dialogo conclusivo con la leggendaria Djuna Barnes dirà:"tenetemi,così che non continui a correre da un amore all'altro disperdendomi: mi sto spezzando..."Sembra il grido di una sconfitta,soltanto provvisoria.
"La vita di tutte le spie si era conclusa con una morte ignominiosa".Non la sua.




(Sabina,mentre leggevo,l'ho sempre immaginata come Bette Devis)

Blanche De Mercy,in arte "La Sciantosa"

Maria Francesca De Browne, Blanche De Mercy in arte la sciantosa, lasciava dietro di sé una scia di profumo e di mistero. Non si sapeva dove fosse nata. L'incontro fatale con Filippo Cifariello, scultore celebre, avvenne nel 1890 a Roma, dove l'artista napoletano era andato a inseguire la gloria. Maria-Blanche cantava nel teatro "Varietès" di via dei Due Macelli. Cifariello la inondò di fiori. Lei alternò sorrisi e rifiuti. Partendo per una tournée gli rese l'ultimo mazzo di rose, sibilando: "Il ridicolo uccide".Cifariello ci provò a dimenticarla.Bell'uomo, abbracciò altre. Ma quando la cantante, due anni più tardi, ritornò a Roma, decise che l'avrebbe avuta. La sciantosa tentennò, propose un mese di convivenza di prova a Napoli, infine diventò la signora Cifariello. Filippo non le fece mancare vestiti e gioielli. Sopportò la coabitazione con la suocera e una zia di Maria, amanti degli animali. Divise la casa con 35 fra gatti, gatti, cani, galline razzolanti nel salotto, topolini bianchi.
A Maria-Blanche non bastò.Cifariello scoprì appassionate lettere di tal Romeo Bonero, la moglie lo rabbonì con le moine.Roso dalla gelosia, lo scultore accettò un incarico in Germania, come direttore di una fabbrica di oggetti d'arte a Passau, e partì con lei. La suocera li seguì. Mise sul comò un ritratto della figlia, nuda, impegnata nella danza del ventre; diceva: "Questa era la vera vita di Maria". Dietro alla cornice, Filippo trovò altre due lettere ardenti. Decisero di separarsi per qualche tempo, la donna andò a Roma, ma tornò presto. Gli chiese il permesso di cantare in America. Pur di non perderla, Cifariello acconsentì. L'avventura americana fu un fallimento, Maria-Blanche sembrò pentita. Rientrarono a Roma.Il Comune di Bari commissionò allo scultore una statua del re Umberto; fu inaugurata nel 1905, in prima fila l'assessore Leonardo Soria, avvocato. Filippo, incauto, lo presentò alla moglie.Esausti anche economicamente, i Cifariello si trasferirono nella pensione "Mascotte" a Posillipo. Pochi giorni dopo, lo scultore vide uscire l'avvocato Soria dalla loro stanza, la numero 9, e capì. Ebbero un drammatico colloquio, Soria difese la purezza della signora, e ripartì. Ancora litigi. Maria acquistò una pistola col calcio di madreperla e la fece pagare al marito. Cifariello comprò una rivoltella.Così Maria-Blanche, che aveva lasciato la scena per amore, per amore deluso morì. Avvenne il 10 agosto 1905 nella pensione "Mascotte". Il marito irruppe, risuonarono cinque colpi. Soria fuggì in mutande, macchie di sangue su una coscia. La donna aveva un foro in faccia, due sulle braccia, uno squarcio in petto. Sul tavolino, dolci e due coppe di champagne. I periti settori, dopo l'autopsia, dissero che non avevano mai visto un corpo tanto perfetto. L'assassino disse: "Morta l'adoro più di prima". Su cartelli affissi alle porte di molti café-chantant di Napoli, dal Salone Margherita all'Eldorado, il giorno dopo l'uccisione di Blanche apparve una scritta. "Chiuso per lutto".


mercoledì 16 febbraio 2011

Lady Lindy,la first lady dell'aria.

Amelia Earhart era l'aviatrice più famosa al mondo quando nel 1937 decise di tentare una avventura senza precedenti, il giro del mondo in aereo.
Con un coraggio senza pari, soprannominata Lady Lindy, la Earhart era stata la prima donna a compiere la trasvolata in solitario dell'Atlantico. E questa nuova avventura richiamò l'attenzione di tutto il mondo.
Partì il 1 luglio, e il giorno seguente, il 2 luglio del 1937 scomparve misteriosamente con il suo aereo. La nave che seguiva il suo viaggio perse ogni contatto aereo con il suo Lockheed.
Le ricerche del velivolo, durate per due settimane, non diedero alcun risultato. Non furono rinvenuti nè i resti dell'aeroplano, nè il pilota. Fu concluso che era morta. Ma da allora si scatenò una ridda di ipotesi, tra le quali che il velivolo non si fosse inabissato nell'oceano, e che l'aviatrice finì i suoi giorni su un isola deserta, dopo un atterraggio di fortuna.
Ipotesi avvalorata dal ritrovamento, tre anni dopo la scomparsa, da parte di un funzionario britannico, di ossa umane accanto ad un accampamento di fortuna, nell'isola di Nikumaroro, a nord est dell'Australia.Nel 1997 la svolta: alcuni esami confermarono che le ossa appartenevano ad una donna. Ma, mistero nel mistero, le ossa scomparvero.


da "Mimì Bluette,fiore del mio giardino" [Incipit].

Perdette la sua verginità, la prima volta, una sera del mese d'Aprile, per uno di quei tanti casi accidentali che toccano alle vergini, le quali sono per natura destinate a non esserlo più. Quel giorno aveva circa diciott'anni; era bella, fresca, e si voleva bene. Si voleva tanto bene, che non le bastò la forza per impedire ad un altro di volerle bene insieme con lei. Quest'altro fu per avventura uno Studente in medicina, giovine magro e giallognolo, che portava occhiali. Portava inoltre una camicia quasi mai di bucato, con i polsini che sfilacciavano e lo sparato gonfio d'amido male insaldato. Presentava, cosi al primo vedersi, un aspetto confortevole d'etisia. Gli mancava un dente canino. Preparava la tesi di laurea in istile dannunziano. Quest'uomo, per lei, rappresentò l'amore; la forza irresistibile del primo amore. Nel mese d'Aprile, verso l'ora in cui le stanze dei quarti piani diventano buie guardando la primavera che tramonta sui tetti luminosi delle stupende città, v'è sempre qualche ragazza di diciott'anni che può innamorarsi d'uno studente in medicina. Sua madre non ne fu contenta. Sua madre viveva con la pensione d'un Banchiere stanco; regalava cravatte ad un Maestro di scherma; era nota per avere un bel seno, e, quando incontrava taluno che volesse pagarsi — anche a buon prezzo — il capriccio di verificarlo, non diceva di no. Sua madre aveva una sorella che aiutava le donne al termine del nono mese: qualche volta anche prima. Entrambe le consigliarono di rinverginire. In quei giorni lo Studente in medicina prese la laurea; si fece mettere un canino falso, e partì. Gli amanti si dissero addio sul pianerottolo delle scale, con un piccolo piccolo sorriso, come due persone pulite, fra le quali non fosse accaduto niente. Allora ella pensò dolcemente che sua madre aveva ragione. Si recò dalla Zia Levatrice, a piccoli passi, portando un mazzolino di mughetti nella fresca cintura, coprendosi l'amabile viso con un ombrellino da sole. Il Banchiere stanco allora sentì rinascere, per la figliuola di una tanta madre, l'intiepidito fuoco d'amore della sua passione giubilata. Era un uomo d'oltre cinquant'anni e sapeva che il denaro è la poesia della vita. Emise un vaglia su la propria banca, le fece fare un bel corredo, venne con un brillante in un astuccio, e si prese, con qualche fatica, la seconda sua verginità. Ma i banchieri talvolta fanno male i propri conti. Egli non aveva preso nulla... e la ragazza tornò vergine per la terza volta. Che brava bambina! Quest'ultima volta bisognava darsi ad un conoscitore; bisognava scegliere un uomo che potesse con eleganza, e per tutta la vita, rimanere « il suo primo amante ». C'era un Irresistibile. Questo Irresistibile si vestiva, quasi certamente, a Londra. Possedeva non meno di quattrocento cravatte; raccoglieva bastoni, bastoncini, mazzarelle di tutte le specie: portava l'occhialetto e si chiamava Conte. Non faceva nient'altro che fare l'Irresistibile. Tutte le belle cittadine avevano dormito con lui; qualcuna in verità, molte altre in sogno. Le ragazze da marito cercavano un fidanzato che somigliasse all'Irresistibile. Le mondane si davano per niente all'Irresistibile. Le signore attempate, quelle che frequentavano con assiduità l'Istituto di Bellezza, forse avrebbero pagato volentieri le grazie dell'Irresistibile. Ma egli era un uomo illibato; non accettava neanche un soldo. Anzi pagava sempre, con mazzi di fiori, E dava inoltre la propria fotografia. Con dedica.

Nella foto Anita Berber

martedì 15 febbraio 2011

Con un Cardo ed una Rosa.I Vattienti

Ci sono luoghi in cui il sangue scorre a rivoli macchiando i selciati, i portoni e le mani. Luoghi in cui per alcune ore all’anno il Medioevo sembra irrompere, cupo e imponente nel suo mescolarsi di religione e istinti pagani.

Quel luogo è Nocera Terinese, piccolo borgo calabrese in provincia di Catanzaro, in cui ogni anno durante la settimana santa si ripete il rito dei “Vattienti”, letteralmente i flagellanti.
Si tratta di un rito religioso cristiano ma in cui molti ravvedono sfaccettature pagane e altri ancora i segni della barbarie che contraddistinse l’epoca medievale. Certo è che le prime testimonianze storiche risalgono al 1618. Da allora il rito, che in molti altri paesi è scomparso, resiste, sfidando persino la Chiesa, la quale ne ha disposto più volte l’annullamento, anche tramite le forze di polizia. L’ultimo intervento in merito risale al 1958.

Il rito si svolge ogni anno durante il sabato che precede la Pasqua ed avviene contemporaneamente alla processione della Madonna Addolorata, un corteo a capo di cui è posto il gruppo ligneo raffigurante la madre di Cristo.
La tradizione vuole che la statua sia stata scolpita utilizzando il legno di un albero di pero selvatico e che lo scultore abbia perso immediatamente la vista per non potere più ripetere un simile capolavoro.
I flagellanti, che negli ultimi anni sono aumentati, sono coloro che hanno teoricamente qualcosa da espiare per sé stessi o per altri o che intendono con il loro sacrificio ottenere un voto.
Ai vattienti vengono fatti indossare dei pantaloncini rigorosamente scuri e corti per lasciare nude le gambe e le cosce, che saranno le parti flagellate, e viene loro posta sul capo una corona di spine. Intanto, viene fatto scaldare un infuso di rosmarino che successivamente viene energicamente massaggiato sulle gambe dei vattienti per facilitare il riassorbimento del sangue.
Gli strumenti con cui il vattiente dà luogo al rito sono il cardo e la rosa. Si tratta di dischi di sughero con i quali il vattiente si percuote. Uno ha inseriti sulla sua superficie tredici pezzi di vetro che simboleggiano i dodici apostoli e Cristo, l’altro è, invece, ben levigato e viene usato sia per preparare prima con i colpi la pelle a ricevere le ferite procurate dalle schegge di vetro sia, secondo alcuni, per macchiare con il sangue le mura e le porte delle case attraversate dalla processione.

Il vattiente esce dalla propria casa con le braccia incrociate e impugnando il cardo e la rosa. Ma nella processione non è solo. Legato a lui con una corda c’è, infatti, l’ ecce homo. Si tratta in genere di un ragazzino che indossa soltanto un panno rosso che gli lascia scoperte le spalle e una corona di spine.
L’ecce homo, nel dialetto locale acciomu, trascina per tutta la processione una croce rivestita di rosso e rappresenta la figura e il sacrificio di Cristo.
I vattienti camminano per il paese battendosi prima davanti alla propria casa e poi davanti alle case di amici e parenti, i sagrati delle chiese e davanti alle icone votive. Nel loro percorso di espiazione sono accompagnati da parenti e amici che bagnano loro le gambe con infusi di vino e aceto. In questo modo, prevengono sia possibili infezioni che la formazione di coaguli e croste che oltre a provocare dolore renderebbero meno scenico il rito.
Così il sangue continua a sgorgare in forma liquida fino a che, giunti alla statua della Madonna dell’Addolorata, il vattiente, dopo aver pregato, ritorna nelle propria casa.

Dopo essersi rivestito si ricongiunge subito alla folla e segue, a sua volta, il percorso degli altri flagellanti.


http://www.noceraterinese.com/riti/

lunedì 14 febbraio 2011

Dora Maar

"Si avvertiva immediatamente quando ci si trovava in sua presenza che quella non era una donna comune. Non era bella in senso classico, ma era un tipo che non si dimenticava facilmente. C'era nei suoi occhi una luce, uno sguardo straordinariamente luminoso, limpido come il cielo di primavera. Aveva una bella voce, una voce singolare, unica. Non ho mai conosciuto nessun altro con una voce come la sua. Era come un gorgheggio nel canto degli uccelli."


Chi scrive è James Lord, lei è Henriette Theodora Markovich.Henriette, con la sua inseparabile rolleiflex, si muove sicura tra gli artisti e intellettuali che frequentano i bistrot lungo la vie lumiere. Siamo negli anni '30, anni di grandi fermenti. Lei è giovane, appena diciannovenne, e, con la famiglia, padre architetto croato e madre francese, è arrivata da poco a Parigi da Buenos Aires dove ha vissuto per anni. E' intelligente, colta, dotata di curiosità intellettuale ed è impegnata nel sociale. E' indipendente e anticonformista ed ha appena scelto la propria strada professionale. Dopo gli studi artistici tra lezioni di fotografia e pittura sceglierà la fotografia: suo nome d'arte, Dora Maar. Divide lo studio con altri artisti ed in pochi anni diventa una fotografa famosa e di grande talento. Si occupa di fotografie pubblicitarie e di moda utilizzando tecniche diverse: tagli prospettici e deformazioni, doppie esposizioni e collages, il tutto inframmezzato con immagini in cui ritrae angoli di città e scene di strada degradate con mendicanti e povertà e questa sarà sempre la sua personale e continua ricerca. Con fotomontaggi utilizza i personaggi delle foto di strada inserendoli in architetture ribaltate da rotazioni e deformate in camera oscura.
"Le sue fotografie mi ricordano le tele di De Chirico. Rappresentano spesso un lungo tunnel con in fondo la luce e un oggetto piuttosto difficile a identificarsi perché si trova in contro-luce ".Così Picasso descrive le fotografie di Dora a Franncoise Gilot.

Dora e Picasso si incontrano nel 1936, lei ha 25 anni, lui di anni ne ha 54. Per sette anni Dora sarà compagna e musa ispiratrice di Picasso e, senza alcun dubbio, vittima del suo genio creativo. Insieme passano un'estate felice, splendida, che si prolunga con un periodo molto ricco artisticamente. Picasso inizia Guernica e Dora è al suo fianco, solo lei può fotografarlo e lo fa di continuo,riprendendolo solo, mentre lavora, mentre sta con gli amici.
Dora fotografa tutte le fasi della lavorazione e della realizzazione di Guernica facendone un diario fotografico unico che costituisce ancora oggi un dossier famoso e molto prezioso. Contribuisce anche materialmente alla creazione dell'opera.


Anche lui la ritrae di continuo: la donna che piange, la donna con il gatto, il volto deformato da spigoli e diagonali, occhi sbarrati e spiritati. Lei dirà: "…sono la donna che piange,sono la donna verde dei quadri del genio , sono l'idea stessa del dolore: il mio, il suo, il dolore del mondo."
Lui afferma che è la donna che lo fa più ridere tra tutte quelle (diverse decine) che ha avuto e ciò nonostante la ritrae sempre come la donna che piange. "…ho migliaia di ritratti fatti da lui, ma nessuno è Dora Marr. Sono tutti Picasso."
Picasso la convince ad abbandonare la fotografia e a riprendere la pittura e lei lo fa subendo quotidianamente le sue critiche distruttive: "tanti segni per non dire niente ".Così il suo lavoro è deriso senza pietà, mai è all'altezza. Il loro rapporto attraversa una fase particolarmente dura e sofferta.Dora è distrutta ed arriva a dire: " …solo io so quello che lui è …è uno strumento di morte …non è un uomo, è una malattia "
All'orizzonte una nuova e giovane amante che esibisce in pubblico la sua gravidanza. Lei, Dora, è sterile "l'aridità, il deserto, io sono il luogo dove si getta il seme e non fiorisce ".La resistenza di Dora si spegne a poco a poco inghiottita dalla depressione.Da qui il ricovero in una clinica psichiatrica e gli elettroschok, poi la psicoanalisi con Lacan che le promette la guarigione."Tutti pensavano che mi sarei uccisa dopo il suo abbandono. Anche Picasso se lo aspettava. Il motivo principale per non farlo fu di privarlo della soddisfazione ".
Dopo due anni di analisi Dora ritrova il proprio equilibrio e con esso la forza di riprendere in mano la propria vita. Solo molti anni dopo, già anziana, a settant'anni, si riavvicina alla fotografia utilizzando materiali sempre diversi .
Muore sola nel 1997.
Nel ricovero in cui è ospitata nessuno sa chi sia. Non lascia eredi ed il suo immenso patrimonio di inestimabile valore viene messo all'asta.

Kabaret

Un musical,non esattamente.La vita nei cabaret della Berlino anni 30,non solo.La storia d'amore tra una cantante americana col sogno di diventare un'attrice affermata come Lya De Putti e un goffo professore inglese,anche.
Kabaret è Berlino durante l'avvento del nazismo,è l'inizio delle persecuzioni agli ebrei,è il mito del cinema e la spietatezza dello show business.
Erotismo,travestitismo,omosessualità maschile.

La trama è molto semplice:

Berlino, 1931.Pur tra i divertimenti e la vitalità che la città offre,già si iniziano ad intravedere i presagi dell'avvento del nazismo e degli sconvolgimenti futuri.Sally Bowles (Liza Minnelli) è un'estroversa cantante americana che lavora in un cabaret – il cui spettacolo è condotto da un esuberante e scaltro presentatore (Joel Grey) – ma vorrebbe diventare un'attrice e per questo accetta la compagnia di diversi, più o meno laidi, sedicenti produttori.Sally è innamorata del timido Brian Roberts (Michael York), un professore d'inglese il quale, pur ricambiandola, non le dà certo quella tranquillità affettiva ed economica che lei vorrebbe. Tra di loro si intromette il ricco ed affascinante Max (Helmut Griem), che offre loro dei giorni indimenticabili nella sua casa lussuosa. Ambedue ne rimangono concupiti, per poi confessarsi a vicenda di avere ceduto alle sue offerte erotiche. E' un primo sussulto al loro rapporto, discontinuo e irrisolto, che ha il suo colpo di grazia quando Sally abortisce, perché in realtà nessuno dei due è convinto di volere un figlio. Parallela alla loro, c'è la storia di Natalia (Marisa Berenson), una ricca ebrea, e di Fritz (Fritz Wepper), il cui rapporto incontra molti ostacoli per le nascenti questioni razziali.


venerdì 11 febbraio 2011

"Tempo e controtempo".Valie Export in mostra a Bolzano.

La scelta di uno pseudonimo, quando si decide di dedicare la propria vita all'arte, è fondamentale. Connota la propria poetica e crea suggestioni immediate. Almeno quando il nome è azzeccato. Così è per Valie Export, "l'esportatrice di valori", colei che ha fatto della sua arte un modo di veicolare messaggi forti ed importanti. L'artista austriaca, nata a Linz nel 1940, è stata un'icona nella lunga battaglia femminista degli anni settanta, con i suoi video e foto ha spezzato conformismi ed ha attaccato una visione della donna riduttiva ed avvilente, di cui ancora oggi si sente il peso.Vera artista multimediale, ha esplorato ogni mezzo artistico, affermando che il mezzo non è il messaggio, e che non bisogna confondere le due cose. Le opere degli ultimi venti anni dell'artista arrivano a Bolzano, presso il Museion - Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, illustrando il suo complesso lavoro. La mostra, dal titolo “Tempo e Controtempo”, si sta attualmente tenendo presso il Belvedere di Vienna e al Lentos Kunstmuseum di Linz.Installazioni, fotografie, videosculture e sculture, disegni, insomma, tutto il mondo di Valie Export sarà visibile anche in Italia. La grande retrospettiva segue una logica ferrea, in cui il tempo è identificato con tutto ciò che l'artista ha prodotto nel corso degli anni, e il controtempo è reso tramite un collegamento tra le opere nuove e quelle del passato, sia dal punto di vista formale che ideologico. Infatti le sue opere continuano a scandagliare il ruolo della donna nella società, con un forte impatto emotivo, dovuto alla presenza di un corpo, lacerato, ferito, sfruttato. L'esposizione sarà accompagnata da contenuti visivi basati su tutti i lavori video realizzati dall'artista nel corso degli anni settanta.

Dal 19 febbraio al 1 maggio 2011
Museion - Museo d’Arte Moderna e Contemporanea
Via Dante, 6
Bolzano
Da martedì a domenica, dalle 10.00 alle 18.00
Giovedì dalle 10.00 alle 22.00
Ingresso 6 euro
Ridotto 3,50 euro
Per ulteriori informazioni:

giovedì 10 febbraio 2011

Tu non hai affatto capito

Tu non hai affatto capito,
mia coscienza esigente, che è solo per debolezza
se adesso ho bisticciato con te.
E non hai affatto capito,
quando con disprezzo ti sei vendicata,
che causa di debolezza
non impudenza fu - stanchezza.
E non mi hai capito,
e forse io non ho capito te,
quando ti ho porto la mano
e tu non mi hai porto la tua.
Ma molto bene hai capito
che è la disperazione a portarci
alla perdita del confine, fatale,
tra le forze del bene e del male...

(Evgenij Evtusenko)

"Addio,amici,vado verso la gloria!"

Angela Isadora Duncan nacque a San Francisco nel 1877. Da bambina crebbe in un ambiente familiare molto povero, ma anche molto creativo, nel quale si respirava una forte atmosfera artistica.
La madre, separata dal marito, aveva infatti introdotto i suoi quattro figli (Isadora era la più piccola) alla musica classica, alla poesia, alla letteratura e all’arte.
Durante l’adolescenza Isadora si spostò frequentemente da Chicago a New York con alcuni membri della sua famiglia, esibendosi come ballerina in diverse produzioni, che però non ebbero grande successo, tipo Mme Pygmalion (la signora Pigmalione) o Midsummer’s Night Dream (Sogno di una notte di mezza estate).
La sua carriera professionale iniziò nel 1896, a Chicago, quando incontrò il produttore Augustin Daly. Subito dopo Isadora si unì alla sua compagnia teatrale e cominciò a viaggiare in Europa.
Giunta a Londra Isadora trovò un suo palcoscenico naturale esibendosi durante le feste private di persone piuttosto altolocate. Il suo successo fu enorme e questo le permise di esibirsi poi nei migliori palcoscenici d’Europa.
La Duncan aprì la sua prima scuola di danza a Grunewald, in Germania, nel 1904, scegliendo i suoi allievi dalle classi sociali più povere e mantenendoli completamente con le sue risorse, sia per quanto riguardava i loro bisogni materiali, sia per lo studio delle altre materie correlate alla danza (musica, arte, letteratura ecc.).
A questa scuola in Germania ne seguirono altre in Russia e a Parigi: i costi erano davvero rilevanti e per questo Isadora non poteva esimersi dal fare tourneés per guadagnare i denari necessari al loro mantenimento, lasciando la sorella Elizabeth ad occuparsi delle scuole e degli allievi.
L’artista tornò negli Stati Uniti nel 1908 per fare delle tourneés, ma le sue esibizioni non furono inizialmente apprezzate dai critici, che non accettavano la danza su basi musicali non appositamente create per il balletto.
Questo difficile tour americano si concluse tuttavia con un crescente successo e, quando la Duncan tornò in Europa nel 1909, era famosa in tutto il mondo. Sebbene non fosse una patita della casa e della famiglia, Isadora ebbe una figlia da Edward Gordon Craig e un figlio dal milionario Paris Singer, l'industriale di macchine per cucire. I due bambini, Deidre e Patrick, morirono tragicamente in un incidente che fece precipitare la loro auto nella Senna, nel 1913. Gli anni che seguirono non furono facili per Isadora, che per un po’ smise anche di danzare.
Alla fine di un periodo di depressione riuscì tuttavia a ritrovare la forza e l’energia per tornare alle sue scuole ed ai suoi allievi, divenuti ormai i ‘sostituti’ dei suoi due figli. Di questi allievi ne adottò addirittura sei, che furono poi ribattezzati dalla stampa come gli "Isadorables", quando cominciarono ad esibirsi con lei. Nel 1922 sposò il poeta russo Sergej Esenin, da cui si separò l’anno successivo; visse poi in povertà e nell'oblio generale a Parigi, città nella quale si esibì per l'ultima volta poco prima di morire.
La Duncan morì tragicamente,nel 1927, strangolata dalla sciarpa che indossava, le cui frange si erano impigliate nei raggi delle ruote della Bugatti sulla quale era appena salita, salutando gli amici con una frase che rimarrà famosa: "Addio, amici, vado verso la gloria!".
Isadora fu una donna molto anticonvenzionale, la cui vita fu segnata da molti successi ma anche da molte tragedie: per questo motivo è diventata un mito nel mondo dell’arte ed in particolare della danza.
Si ribellò per prima ai canoni del balletto tradizionale, portando una vera rivoluzione in quest’arte e per questo oggi è riconosciuta come la creatrice della danza moderna.
Sosteneva che ‘le cose devono essere come sono’ ed esprimeva le sue idee con grande passione, rompendo con tutte le convenzioni. Isadora concepiva la danza come un’arte sacra, come lo era per gli antichi Greci: con questa idea sviluppò movimenti liberi e fluttuanti, ispirati a fenomeni naturali come le onde e il vento, all’arte greca, alle danze popolari, usando il plesso solare come la forza generatrice di tutti i movimenti da eseguire.
Messo in soffitta il classico tutù, Isadora si proponeva sulla scena con tuniche e chitoni ellenizzanti, capelli sciolti, piedi nudi e sciarpe colorate che le pendevano dalle spalle.
Oltre che danzatrice fu avventuriera, rivoluzionaria, critica della società moderna, della cultura, dell’educazione, sostenitrice dei diritti femminili e dello spirito poetico, che ambiva vedere realizzato nella vita di tutti i giorni.

mercoledì 9 febbraio 2011

La Réincarnation de Sainte Orlan

Artista inquietante e controversa, Orlan è assurta a notorietà internazionale grazie ad alcune "perfomances" estreme, esibizioni che hanno collocato l'artista francese fra i protagonisti (se non all'avanguardia) di quella che viene definita arte post-organica o post-umana. Per capire le punte estreme a cui il discorso estetico di Orlan è andato incontro basta sfogliare la voce dedicata a lei apparsa nel "Dizionario del teatro e dello spettacolo" pubblicato da Baldini e Castoldi, in cui il suo lavoro viene così sintetizzato: "Orlan sta attuando su se stessa una metamorfosi fisica e di identità tra le più radicali e controverse nel panorama artistico contemporaneo". Nata il 30 maggio 1947 a Saint-Etienne (Francia), Orlan ha insomma scelto come materiale per le sue performance non una qualche lega o metallo ma il suo stesso corpo, se stessa e la sua identità (salvo il fatto che Orlan contesta proprio il fatto che l'identità sia data dall'involucro-corpo).
Dal maggio 1990 difatti si è sottoposta ad una serie di operazioni chirurgiche, dal titolo "The Reincarnation of Saint Orlan", con lo scopo di trasformarsi in un nuovo essere simile ai modelli classici come Venere, Diana, Europa, Psyche e Monna Lisa. Orlan rivendica in sostanza la possibilità di riprogettarsi oltre le imposizioni restrittive del controllo legale (uno dei problemi da affrontare è considerato da Orlan quello della propria identità giudiziaria e del cambiamento di registrazione all'anagrafe, che nel 1997 ha affrontato con la polizia danese) e di riflettere e far riflettere in modo problematico sugli orizzonti di cambiamento del mondo alla luce dei cambiamenti indotti dalla tecnologia e dalla nuove possibilità chirurgiche. Di lei è stato detto che "combinando insieme l'iconografia barocca, la tecnologia medica e informatica, il teatro e le reti di comunicazione di massa, il suo lavoro sfida la concezione tradizionale di bellezza e il concetto occidentale di identità e alterità". E' del 21 novembre 1993 a New York la sua settima operazione chirurgica-performance nel corso della quale si è fatta apporre due impianti di silicone al lato della fronte, che creano così due visibili protuberanze simili a piccole corna. Fra le "opere" che Orlan normalmente commercializza vi sono anche le videocassette delle riprese delle sue operazioni o i reperti organici che le operazioni stesse inevitabilmente producono e che, inseriti in appositi contenitori di varie dimensioni, lei chiama"reliquiari". Orlan ha iniziato le sue prime performances nel 1964, al principio con alcune bizzarre operazioni estetiche (come quella di misurare spazi cittadini con il suo corpo, facendosi cioè trascinare per terra. L'unità di misura inventata da lei era proprio in "orlan"). La sua prima performance chirurgica risale invece al 1978, un'operazione d'urgenza metodicamente filmata in video. Nel 1982 fonda "Art-Accès", la prima rivista d'arte contemporanea e di creazione presente su Minitel, la rete telematica francese presente su scala nazionale. Nel 1983 viene incaricata dal Ministère de la Culture di preparare un rapporto sull'Arte-Performance e nel 1984 insegna all'Ecole Nationale des Beaux-Arts de Dijon. Nel 1998 prepara (in collaborazione con Pierre Zovilé) delle fotografie con il computer e alcune installazioni video interattive a partire dalle trasformazioni del corpo presso i Maya e gli Olmechi. Artista ormai nota in tutto il mondo, le sue performance sono ormai sostenute anche dal Ministero francese della Cultura e da quello degli Affari Esteri.

Anna May Wong.La diva del silenzio.

Il film èThe Red Lantern (1919) con Alla Nazimova, uno di quei polpettoni sull'Oriente misterioso, tanto in voga sia a Hollywood che a Berlino in quegli anni. Trecento cinesine con in mano le lanterne rosse devono sfilare dinnanzi alla macchina da presa: tra queste vi è la piccola Wong Liu, quattordici anni. È la prima volta di colei che diventerà più nota come Anna May Wong, qualche anno dopo, quando, diciottenne, impersonerà la schiava mongola in un film che avrà un grande successo, The Thief of Baghdad (1924), con uno scatenato Douglas Fairbanks.Per la prima volta un'attrice cinese diventava una star del cinema americano, allora assolutamente selettivo, dove gialli, neri, indiani, ma anche i «latins», molte volte, erano relegati a ruoli marginali, ed in genere raffiguravano personaggi negativi.Dopo il film con Fairbanks, che fece conoscere Anna al di là e al di qua dell'oceano, l'attrice interpretò un'eschimese in The Alaskan (1924); in Peter Pan (1924) fu Tiger Lily, capo-tribù indiana, mentre in Forty Winks (1925) fu una seducente vamp orientale. Pur se costretta in film dove i personaggi, cinesi o giapponesi che fossero, erano calati in storie di uno stucchevole esotismo, Anna ebbe un'attività cinematografica intensa, anche se limitata al ruolo di antagonista.In Mr. Wu (1927) e The Crimson Cíty (1928), dove avrebbe dovuto essere la protagonista, si preferì truccare da cinese Renée Adorée nel primo e Myrna Loy nell'altro, e a lei venne affidato il ruolo in seconda. Fu questo il motivo che spinse Anna a mandare a quel paese ulteriori offerte del genere e venirsene in Europa. Prima tappa, la Germania. Richard Eichberg, che si apprestava a girare Song (1929) ed aveva bisogno di una protagonista che potesse impersonare una ballerina malese, le aveva mandato un invito. Il film venne accolto con buon successo e Eichberg la diresse ancora in Grossstadtschmetterling e poi in un film sonoro in tre versioni, una tedesca, Hai-Tang, una francese, L'Amour maître des choses, e una inglese, The Flame of Love (1930).Anna, che nel frattempo s'era anche esibita al New Theatre di Londra nella commedia The Circle of Chalk, con un giovanissimo Laurence Olivier, interpretò tutte e tre le versioni, con perfetta padronanza delle tre lingue.Dopo altri due film in Gran Bretagna, Elstree Calling e Piccadilly (entrambi del 1930), se ne tornò a Hollywood per essere nel cast di Shangai Express al fianco di Marlene Dietrich, due ambigui personaggi su di un treno che corre verso un ignoto destino. Fu la sua ultima interpretazione di rilievo, perché quanto venne dopo e fino al ritiro negli anni Quaranta, fu solo una oscura galleria di figure equivoche dagli sguardi crudeli e dal comportamento misterioso, in ossequio alla ben nota teoria del «pericolo giallo».Anna ebbe comunque il merito di aprire per prima gli schermi americani a una non caucasian. E non fu un'impresa da nulla.

Sofija Jakovlevna Parnok

Sofija Jakovlevna Parnok nacque nel 1885 a Taganrok (Mar d'Azov) in una famiglia di origine ebraica.
La morte della madre e il secondo matrimonio del padre resero insopportabile la vita nella casa paterna e nella cittadina natale. Motivo di ulteriore incomprensione e distacco dalla mentalità provinciale fu l'omosessualità, di cui ella sin dalla prima giovinezza non fece mistero.
L'amore per la poesia fu una scoperta precoce. I primi versi risalgono agli anni del ginnasio.
Terminati gli studi, partì per l'estero. Negli anni 1904-1905 viaggiò tra la Svizzera e l'Italia.
Nei primi anni del secolo sperimentò molto. Nel 1906 pubblicò le prime poesie su riviste. Si mise alla prova in vari generi: poesie e poemi, favole e racconti, articoli di critica, pieces e libretti per opere. Purtroppo molti di questi testi sono andati persi.
Al settembre 1907 risale il matrimonio con V. Volkenštejn, critico letterario e poeta. Uomo colto e raffinato, ebbe un'enorme influenza sulla poetessa: guidava le sue letture, discuteva con lei dei nuovi componimenti, la indirizzava verso redazioni di riviste. Ma ben presto iniziarono i dissapori e i due si separarono dopo pochi mesi.Uno degli avvenimenti principali fu l'incontro con Marina Cvetaeva nel 1914. Nacque un rapporto intenso e burrascoso. La Cvetaeva la descrisse come donna fatale: una "giovane tragica Lady", che ricordava "tutte le eroine shakesperiane". Le dedicò il ciclo "Podruga" [Amica], che per molti anni non fu pubblicato in Russia.
Nel 1916 la Parnok pubblicò "Stichotvorenija" [Poesie], la sua prima raccolta.
L'estate dell'anno dopo lasciò Mosca per Sudak, Crimea, dove trascorse cinque anni. Tra i motivi della partenza v'era la salute: era affetta da tubercolosi polmonare.
Il soggiorno in Crimea fu molto duro (la guerra civile, gli assedi, la fame), ma rappresentò comunque un periodo di intensa attività letteraria. Frequentò saloni letterari, incontrò pittori, compositori, letterati. Qui scrisse alcune tra le liriche migliori e il libretto d'opera "Almast", basato su una leggenda armena.
Dopo il ritorno a Mosca, pubblicò le due raccolte "Rozy Pierii" [Rose di Pieria] (1922) e "Loza" [Vite] (1923).
Le raccolte "Muzyka" [Musica] e "Vpolgolosa" [Sotto voce], uscite rispettivamente nel 1926 e 1929, passarono praticamente inosservate.
Nella seconda metà degli anni venti la Parnok si dedicò molto alla traduzione, che diventò il suo unico mezzo di sostentamento. Non era più in grado di lavorare. Tradusse autori francesi: Barbus, Marat etc.
Tra la fine del 1931 e il 1932 avvenne l'incontro con Nina Vedeneeva, che illuminò gli ultimi anni di vita, resi tetri dall'aggravarsi della malattia e dall'isolamento. A lei la poetessa dedicò i due ultimi cicli "Bol'šaja medvedica" [Orsa maggiore] e " Nenužnoe dobro " [Bene inutile], che rimasero inediti.
Morì nel 1933 a Karinskoe, nei pressi di Mosca, dove trascorreva l'estate.
Triste il destino di questa poetessa: fu pubblicata poco, fino ad essere emarginata dalla scena letteraria. Dopo la sua morte non si conservò memoria di lei nell'URSS. Solo le pazienti ricerche della filologa Sofija Poljakova (1914-1994) hanno impedito che andassero perduti i testi e i manoscritti della poetessa. A metà degli anni '70 la studiosa raccolse le poesie della Parnok in un volume, pubblicato negli USA (Ardis, 1979). L'edizione russa è apparsa solo nel 1998.

Canzone zigana alla Maksakova

So per chi vagheggi, caro,
E per chi sospiri:
Ti ho avvampato
Con questo freddo afoso.
Non celarti, non prodigarti,
Comunque verrai di nuovo,
Ci ha punti nel cuore
L'amore zigano.
Sono allegra questa sera,
Sono come una tempesta di maggio...
Ricorderai queste spalle
E gli occhi strabici!

-Sofija Jakovlevna Parnok-

martedì 8 febbraio 2011

LILITH E I DEMONI FEMMINILI

Nella figura di Lilith troviamo un esempio di ‘Dea furiosa’ particolarmente signi­ficativo per due aspetti: per la sua naturale relazione con Eva, il suo doppio, coppia archetipica su cui si è costruita buona parte dell’immagine femminile nella cultura occidentale, e per il suo aver attraversato i secoli, mutando forme e particolari ma non sostanza, fino a tempi molto vicini a noi.Di Lilith, Dea-uccello del neolitico, destinata a ricomparire in varie epoche successive come simbolo perenne della femminilità indomabile e perciò minac­ciosa per l’uomo abbiamo l’immagine assai nota di una terracotta del 2.000 a.C., che la ritrae nuda, con ali e artigli, circondata da civette e cani. Alle origini di Lilith, negli antecedenti pre biblici, troviamo i demoni mesopotamici Lilithu-ArdatLili e Lamashtu-Lamme, figure femminili predatrici notturne che fanno parte di un gruppo, un insieme complesso di figure demoniache. La Lilitu mesopotamica era una diavolessa che, in compagnia della consorella Ardat-Lili e del dèmone Lilu, formava una potentissima triade.La radice comune del nome dei tre dèmoni era lil, che significava spirito, soffio, vento. Erano tutti e tre dèmoni aerei, alati, apportatori di tempeste; Lilitu e Ardat-Lili, in particolare, sovrintendevano alle tempeste dei sensi. Esse colpivano durante la notte gli uomini sposati, ispirando loro violenti desideri sessuali, senza mai soddisfarli. Le due diavolesse non risparmiavano neppure i bambini, ma questi, essendo impuberi, non potevano essere fagocitati da loro; allora Lilitu li soffocava nel sonno, mentre Ardat-Lili li rapiva, sempre addormentati, e poi li divorava. Lamashtu, anch’essa diavolessa mesopotamica, colpiva le sue vittime con violente febbri. Essa aveva fattezze disgustose: il suo volto era pallido, la sua testa leonina, il suo corpo era peloso, i suoi denti e le orecchie erano quelli di un asino e aveva una sorta di membro simile a quello di una fiera. Reggeva nelle mani spire di serpenti e sbavava dalle fauci. Ai suoi seni nudi erano raffigurati attaccati un cane nero e un maiale.Ella faceva abortire le donne incinte strappando il feto dal loro ventre.
A Lilith appartiene, nelle sue origini babilonesi come nelle sue parentele greche una natura ‘plurale’. Ogni demone è infatti qui una moltitudine, confusa e oscura, come accadrà poi con la moltitudine dei ‘diavoli’ cristiani.Non esiste dunque ‘una’ Lilith, ma più Lilith,una schiera. Frammenti molteplici dai tratti simili.
Comune a tutte le figure tipo Lilith è il suo comportamento divoratore, vampiresco, volto all’esaurimento delle forze vitali della vittima, in particolare uomini, bambini neonati e donne partorienti – vale a dire il maschile e l’aspetto generatore e fecondo del femminile, cui si contrappone, altra caratteristica essenziale delle Lilith, come già accennato, la sua sterilità. Seduzione, potere e oscurità sono altri attributi importanti. Siamo ovviamente nel tempo posteriore alla separazione fra l’aspetto seduttivo e quello generativo della Dea, in una cultura, quella ebraica come quella cristiana poi, in cui la fecondità – e la maternità – viene esaltata e la capacità erotico-attrattiva invece svilita e demonizzata.


Lilith come alter ego di Eva, Lilith la prima donna, ha un curioso sviluppo. Nel­la Bibbia infatti Lilith è citata una sola volta, nel paesaggio del caos iniziale cui torna la Terra dopo il regno di Edom e in cui si dice Lilith troverà dimora con iene, satiri e gatti selvatici. Lilith prende invece moltissima importanza nella tradizione cabalistica di esegesi dei testi biblici. Donna-demone alato dal volto femminile, essa trova qui un’origine, un mito che ne fa la ‘prima donna’ di Adamo,che si trova in disaccordo con lui riguardo ai reciproci diritti nella coppia. In particolare Lilith rivendica l’uguaglianza della donna con l’uomo richiedendo l’alternanza della posizione ‘sopra’ nell’incontro sessuale, cosa che Adamo rifiuta dichiarando che l’unica posizione ammessa è quella in cui l’uomo è ‘sopra’ e la donna sotto. Lilith non si adegua , invoca il nome dell’Ineffabile e riceve per questo un paio di ali, con le quali vola via, verso l’esilio e il suo destino di maledetta, compagna del demone-diavolo Samaele-Adam-Belial, signore degli angeli decaduti.
Della coppia Lilith-Eva Lilith è dunque l’aspetto oscuro, malefico e, come vedremo in Ereshkigal, avverso femminile, di cui ghermisce e uccide i figli neonati.
Nel mito della ‘prima Eva’ si gioca chiaramente la struttura di una società pri­ma egualitaria, di pari ‘diritti’ dell’uomo e della donna e in seguito patriarcale, di donne sottomesse all’uomo. L’incarnazione del ‘diritto’ originario, per esorcizzare il senso di colpa, diviene quindi demone. Dell’originario immenso potere della Dea, l’aspetto del potere di seduzione femminile viene a attribuito a Lilith, il demone. Il potere di attrarre e disporre dell’uomo, un tempo tipico della Grande Madre, può sussistere solo nella rinuncia all’aspetto materno.In questo modo è possibile ‘contene’ la portata della seduzione femminile, comprendendola come potere malvagio e oscuro, tentazione diabolica da cui è possibile per l’uomo difendersi – è anzi un dovere - coltivando la purezza e facendosi scudo con gli opportuni segni e parole.
In Lilith convivono quindi la sconfitta, l’esilio e l’invidia per il femminile sottomesso ma fecondo, per il volto luminoso della Dea, a lei negato. Nemica soprattutto delle donne, agli uomini sottrae solo il seme, mentre alle gravide e ai loro neonati toglie la vita. La ‘temperatura’ della rabbia è in Lilith fredda, tinta della sconfitta subita un tempo, del dolore continuo e dell’impotenza, dell’impossibilità di prevalere mai definitivamente. La sua figura nella cultura giudaico-cristiana è sia depotenziata – la Dea ridotta a demone - che interamente negativa, posta sotto il segno della condanna maschile.

lunedì 7 febbraio 2011

Tentativo di gelosia,Marina Cvetaeva

Ditemi: come va con l'altra
Meglio? meno grane? - Mano ai remi!
Vana linea costiera s'assottiglia,
scompare la memoria estrema
di me, isola fluttuante
(per cielo, non per mare...)
Anime, anime: sorelle!
amiche - mai più amanti!
Come vi va con la creatura
semplice? Senza divinità? E poi?
Voi, sceso dal trono, voi
che avete deposto la regina,
come vivete? Non c'è male? Non più
beghe? E bevete - quanto, adesso? E la cucina?
Il dazio della mediocrità immortale
come lo pagate, poveretto?
"Basta con le scenate, con gli eccessi -
cambio casa, vado via!"
Con la qualunque - come state
di che vivete, voi - mio eletto?
Mangiate - e dopo pranzo un sonnellino?-
Non lamentarti quando sarai sazio!...-
Con il simulacro come state
voi che avete dissacrato
il Sinai? Come vivete con la donna
terrestre? Per la costola vi piace?
Non vi frusta la fronte la vergogna?
La briglia di Giove vi dà pace?
E la salute? E i nervi? Senza
problemi? A letto tutto bene?
L'immortale piaga della coscienza
come la curate, poveretto?
Troppo cara la vita? Vi assilla
l'alto prezzo? Dopo i marmi di Carrara
che ve ne fate del tritume
di gesso? (E' in pezzi
il dio scolpito nell'argilla...)
Come ci state con la milleunesima
voi - che avete conosciuto Lilith?
Già v'annoia l'ultima trovata
della moda? Sottratto all'incantesimo,
dite,come ve la passate
con l'umana senza il sesto senso?
In coscienza - sei felice?
No? In quel disastro senza dei
come stai, amore? E' dura? Sì?
Come per me con l'altro?




"Troppo corte per graffiare"
Self Portrait




Una Rara Orchidea Tigrata



Photo:Marta Gabrieli



sabato 5 febbraio 2011

Zelda Boden


Zelda Boden fu una delle principali performer del circo Barnum & Bailey.Sul suo conto si sa ben poco.Siamo nei primi anni 20.Il suo look,il suo sguardo e la sua personalità ispirarono l'attrice Theda Bara per la creazione dei suoi personaggi.Nella vita come nel cinema.

giovedì 3 febbraio 2011

Da "A Asja",Marina Ivanovna Cvetaeva

Ho un fiore appuntato sul petto,
Chi ce lo mise, - non me lo ricordo.
Insaziata è la mia fame
Di tristezza, amore e morte.
Col violoncello, o lo stridìo di porte,
Col tintinnìo di bicchierini,
Sferragliando gli sproni, o anche con l’urlo
Dei treni nella sera,
Con schioppettate di doppiette
O bubbole di troike —
Ma chiamatemi, chiamate,
Non amati da me!
E c’è ancora una delizia:
Sto aspettando chi per primo
Farà centro, fulminandomi
Come deve — a bruciapelo.


Michael Cinque - from total strangers, nyc,1987

Da "A Anna Achmatova",Marina Ivanovna Cvetaeva

Violinista fu un qualche mio antenato,
Cavallerizzo, e ladro anche, per giunta.
Non per nulla ho l’istinto della zingara
E i miei capelli odorano di vento!
Non è lui, l’olivastro, che dal carro
Ruba con la mia mano le albicocche,
Il ricciuto e camuso responsabile
Del mio destino passionale?
Guardava sbalordito il contadino,
Rigirando una rosa fra le labbra.
Fu un cattivo compagno, – ma un amante
Focoso e tenerissimo!
Passionista di pipa, luna e barche,
E di tutte le giovani vicine...
E in più, mi sa, sia stato un bel vigliacco
Quel mio antenato occhiogialluto.
Che per un soldo via! l’anima al diavolo,
Non andasse per tombe, a mezzanotte!
E mi sa pure che nello stivale
Portasse dietro tanto di coltello.
Che spesso e volentieri lui sbucasse,
Agile come un gatto, da qualche angolo...
Chissà perché mi sono resa conto
Che non suonasse affatto il violino!
Per lui le cose non valevan nulla
Quanto la neve di dicembre a luglio!
Tale violinista fu il mio avolo.
Tale son diventata io poeta.


The Way by Francis Bruguière (1929)

Da "A Anna Achmatova",Marina Ivanovna Cvetaeva

Son lieta che voi siate malato non di me,
Son lieta d’essere io malata non di voi,
Che mai il pesante globo della terra
Si staccherà da sotto i nostri piedi.
Son lieta di potermi divertire,
Lasciarmi andare – e non giocar con le parole,
E non diventar rossi e soffocare
Per essersi sfiorati con le maniche.
Son lieta anche che voi, davanti a me,
Tranquillamente v’abbracciate un’altra;
Che non merito il fuoco dell’inferno
Perché bacio non voi; che giorno e notte,
Che il mio dolce nome, mio tenero,
non ricordate né di giorno nè di notte - invano...
Che mai nel silenzio di una chiesa
canteranno sopra di noi: Alleluja!Vi ringrazio con il cuore e con la mano
per il fatto che voi - senza saperlo!- così
mi amate: per la mia tranquillità notturna,
per la rarità degli incontri alle ore del tramonto,
per le nostre non-passeggiate sotto la luna,
per il sole non sopra le nostre teste,
per il fatto che voi siate ammalato-ahime!-non di me,
per il fatto che io sia ammalata - ahimé!-non di voi.


Alla Nazimova and Rudolph Valentino in Camille, 1921, photo by Arthur Rice