mercoledì 16 febbraio 2011

da "Mimì Bluette,fiore del mio giardino" [Incipit].

Perdette la sua verginità, la prima volta, una sera del mese d'Aprile, per uno di quei tanti casi accidentali che toccano alle vergini, le quali sono per natura destinate a non esserlo più. Quel giorno aveva circa diciott'anni; era bella, fresca, e si voleva bene. Si voleva tanto bene, che non le bastò la forza per impedire ad un altro di volerle bene insieme con lei. Quest'altro fu per avventura uno Studente in medicina, giovine magro e giallognolo, che portava occhiali. Portava inoltre una camicia quasi mai di bucato, con i polsini che sfilacciavano e lo sparato gonfio d'amido male insaldato. Presentava, cosi al primo vedersi, un aspetto confortevole d'etisia. Gli mancava un dente canino. Preparava la tesi di laurea in istile dannunziano. Quest'uomo, per lei, rappresentò l'amore; la forza irresistibile del primo amore. Nel mese d'Aprile, verso l'ora in cui le stanze dei quarti piani diventano buie guardando la primavera che tramonta sui tetti luminosi delle stupende città, v'è sempre qualche ragazza di diciott'anni che può innamorarsi d'uno studente in medicina. Sua madre non ne fu contenta. Sua madre viveva con la pensione d'un Banchiere stanco; regalava cravatte ad un Maestro di scherma; era nota per avere un bel seno, e, quando incontrava taluno che volesse pagarsi — anche a buon prezzo — il capriccio di verificarlo, non diceva di no. Sua madre aveva una sorella che aiutava le donne al termine del nono mese: qualche volta anche prima. Entrambe le consigliarono di rinverginire. In quei giorni lo Studente in medicina prese la laurea; si fece mettere un canino falso, e partì. Gli amanti si dissero addio sul pianerottolo delle scale, con un piccolo piccolo sorriso, come due persone pulite, fra le quali non fosse accaduto niente. Allora ella pensò dolcemente che sua madre aveva ragione. Si recò dalla Zia Levatrice, a piccoli passi, portando un mazzolino di mughetti nella fresca cintura, coprendosi l'amabile viso con un ombrellino da sole. Il Banchiere stanco allora sentì rinascere, per la figliuola di una tanta madre, l'intiepidito fuoco d'amore della sua passione giubilata. Era un uomo d'oltre cinquant'anni e sapeva che il denaro è la poesia della vita. Emise un vaglia su la propria banca, le fece fare un bel corredo, venne con un brillante in un astuccio, e si prese, con qualche fatica, la seconda sua verginità. Ma i banchieri talvolta fanno male i propri conti. Egli non aveva preso nulla... e la ragazza tornò vergine per la terza volta. Che brava bambina! Quest'ultima volta bisognava darsi ad un conoscitore; bisognava scegliere un uomo che potesse con eleganza, e per tutta la vita, rimanere « il suo primo amante ». C'era un Irresistibile. Questo Irresistibile si vestiva, quasi certamente, a Londra. Possedeva non meno di quattrocento cravatte; raccoglieva bastoni, bastoncini, mazzarelle di tutte le specie: portava l'occhialetto e si chiamava Conte. Non faceva nient'altro che fare l'Irresistibile. Tutte le belle cittadine avevano dormito con lui; qualcuna in verità, molte altre in sogno. Le ragazze da marito cercavano un fidanzato che somigliasse all'Irresistibile. Le mondane si davano per niente all'Irresistibile. Le signore attempate, quelle che frequentavano con assiduità l'Istituto di Bellezza, forse avrebbero pagato volentieri le grazie dell'Irresistibile. Ma egli era un uomo illibato; non accettava neanche un soldo. Anzi pagava sempre, con mazzi di fiori, E dava inoltre la propria fotografia. Con dedica.

Nella foto Anita Berber

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