martedì 19 aprile 2011

Barnum: The Greatest American Showman

Di Phineas Taylor Barnum si è scritto di tutto e di più. Ancor oggi il nome di questo impresario, uomo di spettacolo e pubblicitario è sinonimo di meraviglia, originalità e di incredibili – quanto inverosimili – storie che a cavallo della seconda metà dell’ottocento incantarono il pubblico americano ed europeo. Nato a Bethel nel Connecticut il 5 luglio del 1810, P.T. Barnum ebbe una folgorazione nel 1834 a Filadelfia quando vide e comprò per mille dollari una schiava di colore, tale Joyce Heth, che fu pubblicizzata come la donna più vecchia del mondo - 161 anni di età, comprovati da un sedicente atto di compravendita datato 1727 - nonché balia di George Washington. Lo spettacolo funzionò così bene che Barnum presto guadagnò oltre millecinquecento dollari a settimana, fino a quando Joyce Heth morì. Vale la pena rammentare che in seguito ad un esame clinico post-mortem, la vecchia schiava risultò avere circa un’ottantina d’anni. Privo della donna più vecchia del mondo Barnum si arrangiò mettendo in piedi piccoli, e infruttuosi, spettacoli in giro per gli stati Uniti, fino a quando nel 1841 comprò – pur con un solo dollaro in tasca e promettendo di pagare di lì ad un anno il saldo – un vecchio museo, trasformandolo grazie alla pubblicità nel famoso Museo Barnum. La sua carriera di impresario fu ricca di colpi di scena ed incredibili storie di successo, basate per lo più sulla credulità popolare e su un uso moderno e spregiudicato della pubblicità e dei mezzi di comunicazione. Tra i colpi più famosi messi a segno da Barnum, l’uomo più piccolo del mondo (il Generale Tom “Pollice” Thumb), la Sirena delle Isole Fiji, la donna più alta del mondo – Jenny Lind – e il gigantesco elefante Jumbo.

Quello che segue è uno stralcio della sua autobiografia del 1855, “The Life of P.T. Barnum, Written by Himself”, e racconta di come uno strano animale impagliato, dalle sembianze di un mezzo pesce e di una mezza scimmia, divenne, grazie alla furbizia di P.T. Barnum e alla credulità della stampa newyorkese, la famigerata “Sirena delle Isole Fiji”.


All’inizio dell’estate del 1842, Moses Kimball, il noto proprietario del Museo di Boston, venne a trovarmi a New York per presentarmi quella che lui affermava essere una “sirena”. Mi raccontò che l’aveva ottenuta da un marinaio. Il padre di quest’uomo, un Capitano di un vascello salpato da Boston, l’aveva acquistata da alcuni navigatori giapponesi durante un viaggio a Calcutta nel 1817 - ritenendo che fosse un esemplare imbalsamato di una vera sirena. Pensando che questo animale avrebbe suscitato la curiosità di altri come era accaduto con lui e nella speranza di realizzare una qualche forma di speculazione da questa straordinaria meraviglia, il capitano si era appropriato di 6 mila dollari dalla cassa del proprio vascello per acquistarla e, lasciata la nave in mano a un suo ufficiale, era partito alla volta di Londra.
In Inghilterra il Capitano non realizzò i propri sogni e quindi tornò a Boston. La convinzione che quello che aveva comprato fosse l’esemplare di un raro animale e quindi estremamente prezioso, lo spinse a conservarlo con grande cura, ad assicurare il bene e infine a farsi nuovamente ingaggiare dai suoi vecchi armatori in un’altra nave per rimborsarli del denaro preso a Calcutta per comprare la sirena. Quando il Capitano morì non possedeva più nulla se non la sirena e il suo unico figlio ed erede, non credendo alla storia del padre, la vendette al signor Kimball che venne a New York per farmela esaminare.
Questa era la storia. Non fidandomi del mio fiuto in materie di questo tipo chiesi al mio naturalista una sua opinione sulla genuinità dell’animale. Mi disse che non era in grado di immaginare come fosse stato realizzato e che non conosceva alcuna scimmia con tali denti, braccia, mani né tantomeno aveva alcuna conoscenza di un pesce dotato di simili pinne.

“E quindi per quale ragione lei ritiene si tratti di un falso ?” domandai.
“Perché non credo all’esistenza delle sirene” mi rispose il naturalista.
“Questa non è per niente una buona ragione - conclusi - e dunque crederò nella sirena e la comprerò!”.

Questa era la parte più facile dell’esperimento. Come superare l’incredulità generale nell’esistenza delle sirene, e quindi risvegliare la curiosità di vedere con i propri occhi ed esaminare l’animale, era il punto fondamentale. Dovevamo ricorrere a mezzi eccezionali e pensai che non vi fosse soluzione migliore che “dare il via alle danze” spostando l’attenzione lontano dal centro di attrazione.
Dopo qualche tempo apparve missiva sul New York Herald, datata e inviata da Montgomery in Alabama, che dava notizia di quanto accadeva nella zona nel campo della politica, degli affari, dell’agricoltura e tra l’altro riferiva in un breve paragrafo di un certo Dottor Griffin di Pernambuco, agente del Lyceum of Natural History di Londra, che aveva tra le mani una vera meraviglia, un esemplare imbalsamato di una sirena, proveniente dalle Isole Fiji e conservata in Cina dove il Dottor Griffin l’aveva recuperata per portarla a Londra.

Una decina di giorni dopo una lettera dal tenore molto simile, datata e spedita da Charleston nel South Carolina, contenente altre notiziole locali oltre alla storia della sirena, apparve su un altro quotidiano newyorkese. Questa fu poi seguita da una terza lettera – proveniente questa volta da Washington D.C. – pubblicata su un altro giornale cittadino in cui oltre a dare notizia della storia della sirena lo scrivente esprimeva la speranza che i giornalisti di New York potessero vedere con i loro occhi questa meraviglia prima che il Dottor Griffin si imbarcasse alla volta di Londra.
Pochi giorni dopo la pubblicazione delle notizie sui tre quotidiani, un mio impiegato – il signor Lyman – si registrò in uno dei principali alberghi di Filadelfia con il nome di Dottor Griffin da Pernambuco in partenza per Londra. La sua affabilità, assieme ai modi gentili e alla buona educazione, gli fecero guadagnare facilmente un’ottima reputazione in quei pochi giorni fino a quando un pomeriggio si recò a pagare il conto dell’albergo preparandosi a partire per New York il giorno dopo e nel ringraziare il proprietario della squisita ospitalità lo invitò nella propria stanza. “Se passa a trovarmi nella mia camera – disse Lyman-Griffin – le permetterò di vedere qualcosa che la stupirà molto”. Così il proprietario dell’albergo poté vedere la più straordinaria meraviglia del mondo, la sirena. Fu così gratificato e incuriosito che presto il proprietario pregò il Dottor Griffin di concedergli il permesso di far vedere ad alcuni suoi amici, tra cui vari giornalisti, la sirena.
Il risultato che tale accadimento ebbe, è facile comprenderlo rileggendo gli articoli che uscirono nei due giorni seguenti sulla stampa di Filadelfia. Basti dire che il piano funzionò perfettamente, e che la stampa di Filadelfia aiutò quella newyorkese nel risvegliare un ampia e crescente curiosità tra il pubblico di vedere la sirena. (..) Così facendo, pur inconsapevolmente, i giornalisti di New York mi aiutarono non poco nel mio proposito di esporre davanti al grande pubblico la sirena.

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