martedì 31 maggio 2011

Yes,I am a slut

Riporto,di seguito,la traduzione di uno scritto di una donna che si fa chiamare Clementine Cannibal.
Dopo le affermazioni di un poliziotto che ha addebitato allo stupro di una donna il suo modo di vestire si è scatenato il cosìddetto fenomeno dello Slut Walking che invade le piazze canadesi ed europee.Questo è un intervento a sostegno di tale movimento.





Sì, sono una puttana.
perché ho tette grandi che strabordano da ogni camicia. perché mi piace mostrarle. perché mi facevo pagare 200 dollari all’ora e qualche volta io venivo e il mio cliente invece no perché mi piaceva troppo scopare. perché ho fatto sesso di gruppo. perché mi è piaciuto. perché a 13 anni un ragazzo mi ha tirato giù la maglietta e il reggiseno davanti a tutta la classe e al mio maestro e tutti mi hanno visto i capezzoli. perché gli è stato dato uno schiaffo sulla mano e a me è stato detto dal preside che in parte era colpa mia per via della maglietta che indossavo. perché in seguito ho cominciato a mostrare le tette ai ragazzi pensando di valere poco.
Perché quando avevo 19 anni un gruppo di ragazzi mi ha aggredito perché non mi depilavo le ascelle sentendo il bisogno di far saltar fuori le mie tette dalla maglietta. perché a 12 anni mio nonno mi ha costretto a far sesso con lui.



Sì sono una puttana.
perché mi piace succhiare il cazzo e mi faccio sborrare in faccia e sulle tette e in bocca. perché mi sbronzavo e mi scopavo tipi a caso tutto il tempo, anche in settimana. perché sono bisessuale e tutti pensano che le bisessuali siano un po’ puttane anche quando hanno un* compagn* fiss*. perché sono una femme queer e tutti pensano che le ragazze come me lo facciano solo per ‘attirare l’attenzione’ e siano disponibili agli uomini. perché la prima volta che sono stata baciata in un modo che mi piace, la mia ragazza e io siamo state definite ‘disgustose’ e che saremmo finite a bruciare all’inferno.



Sì, sono una puttana.
perché ho scopato il mio ragazzo nel culo con un dildo. perché lavoravo in un sexy shop. perché amo la notte. perché indosso minigonne. perché fumo erba. perché flirto. perché a volte sono andata nei locali da sola. perché ho pisciato nei vicoli. perché a volte mi piace il sesso. perché a volte non mi piace. perché mi hanno stuprato. perché sono femminista. perché sono una sopravvissuta. perché sono una ninfomane ingorda di sborra. perché posseggo giocattoli erotici. molti giocattoli. perché l’unica persona che mi fa venire sono io stessa e a me piace. perché mi sfrego la clitoride mentre mi scopano. perché ho lavorato via webcam. perché ho posato nuda per fotografie. perché mi piace masturbarmi. perché ho sempre amato masturbarmi. perché mi masturbavo guardando foto di donne nude quando avevo dieci anni e pensavo che ci fosse qualcosa di tremendamente sbagliato in me. perché non c’è niente di sbagliato in me.



Sì sono una puttana.
perché il mio ragazzo mi ha chiamato così. perché mi è montato addosso e me lo ha urlato in faccia. perché mi ha chiamato così il giorno del mio compleanno. perché diversi uomini mi hanno urlato puttana in faccia più volte di quante potessi contare nemmeno sedendomi per buttarne giù una lista. perché mi hanno chiamato brutta troia, dolcezza, tesoro, e altri nomignoli degradanti più di quanto potessi tenere il conto. perché mi hanno chiamato lesbica e mi hanno detto di depilarmi le ascelle e la fica e di perdere peso e di stare zitta e dire sempre sì al mio papa pedofilo. perché sono stufa di quello che mi viene detto e adesso sono io a parlare. sì sono una puttana. perché la mia fica è bella e insaziabile. perché amo il mio corpo. perché i vestiti che più mi piace indossare sembrano rendermi un bersaglio per stupri. perché quando mi hanno stuprata ero nel letto a casa mia. perché il mio corpo mi appartiene nonostante tutte le volte che lo hanno violato e il fatto che non fosse mai colpa mia.



Sì sono una puttana.
perchè sì, so fottutamente bene cosa significa questa parola e sì sono femminista e sì sono intelligente e sì decido di dire sì sono una puttana. perché il poliziotto che ha detto che le donne dovrebbero smetterla di vestirsi da puttane per non essere più vittime di violenze parlava di me e di te e di tutte noi. e perché se diciamo che qualcuna di noi se l’è cercata diciamo che è giusto che ci stuprino tutte. perché la carta della puttana può essere tirata fuori in qualsiasi momento e perciò non saprai mai quando verrà usata contro di te. perché può sempre essere usata contro di te, anche se hai cercato con tutta te stessa di fare le ‘scelte giuste’. perché noi tutte siamo puttane perché nella cultura dello stupro tutte le donne sono considerate intrinsecamente stuprabili. perché nessuna sarà libera da questa parola finché quelle che vorranno non saranno libere di usare questa parola. perché questa parola non perderà mai il potere di ferire finché permetteremo ad altri di controllarla. perché rispetto il diritto di una donna di autodeterminarsi e mi aspetto lo stesso rispetto in cambio. perché sto accogliendo il suggerimento delle mie sorelle queer che hanno lottato per riappropriarsi di parole come queer e lesbica, parole che significano così tanto nella nostra storia, lotta e resistenza.



Sì sono una puttana.
sì è un’identità complicata piena di debolezza e forza, lotta e resistenza. sì mi è stata cucita addosso e usata contro di me e sì, io e altre come me abbiamo trovato nuovi potenti modi di relazionarci a questa parola.
Sì siamo puttane.
perciò ascoltateci. ascoltate ciò che abbiamo da dire. Non diteci in maniera accondiscendente se siamo o meno puttane o se possiamo trovare forza o meno in questa scelta. Sì possìamo, sì lo facciamo, sì lo siamo.



http://grrrlvirus.tumblr.com/post/5568599230/yes-i-am-a-slut-by-clementine-




http://clementinecannibal.com/

lunedì 30 maggio 2011

Ieri sera era amore (A Ettore)


Ieri sera era amore,
io e te nella vita
fuggitivi e fuggiaschi
con un bacio e una bocca
come in un quadro astratto:
io e te innamorati
stupendamente accanto.
Io ti ho gemmato e l’ho detto:
ma questa mia emozione
si è spenta nelle parole.

Alda Merini (da "Destinati a morire")

Photo:Self Portrait with Dead Nude (1930) Man Ray

Il regno delle donne


Cè un regno tutto tuo
che abito la notte
e le donne che stanno lì con te
son tante, amica mia,
sono enigmi di dolore
che noi uomini non scioglieremo mai.
Come bruciano le lacrime
come sembrano infinite
nessuno vede le ferite
che portate dentro voi.
Nella pioggia di Dio
qualche volta si annega
ma si puliscono i ricordi
prima che sia troppo tardi.

Guarda il sole quando scende
ed accende d'oro e porpora il mare
lo splendore è in voi
non svanisce mai
perché sapete che può ritornare il sole.
E se passa il temporale
siete giunchi ed il vento vi piega
ancor più forti voi delle querce e poi
anche il male non può farvi del male.

Una stampella d'oro
per arrivare al cielo
le donne inseguono l'amore.
Qualche volta, amica mia,
ti sembra quasi di volare
ma gli uomini non sono angeli.
Voi piangete al loro posto
per questo vi hanno scelto
e nascondete il volto
perché il dolore splende.
Un mistero che mai
riusciremo a capire
se nella vita ci si perde
non finirà la musica.

Guarda il sole quando scende
ed accende d'oro e porpora il mare
lo splendore è in voi
non svanisce mai
perché sapete che può ritornare il sole
dopo il buio ancora il sole.
E se passa il temporale
siete prime a ritrovare la voce
sempre regine voi
luce e inferno e poi
anche il male non può farvi del male.


Alda Merini (Poesia donata per la fondazione Doppia difesa.)


Photo:Vintage pin-up gals 1920’s

lunedì 23 maggio 2011

Ricongiungimento



Se io capissi
quel che vuole dire
– non vederti più –
credo che la mia vita
qui – finirebbe.
Ma per me la terra
è soltanto la zolla che calpesto
e l’altra che calpesti tu:
il resto
è aria
in cui – zattere sciolte – navighiamo
a incontrarci.
Nel cielo limpido infatti
sorgono a volte piccole nubi
fili di lana
o piume – distanti –
e chi guarda di lì a pochi istanti
vede una nuvola sola
che si allontana.

Antonia Pozzi


Foto:Francesca Woodman,Untitled

GUARDAMI: SONO NUDA



Guardami: sono nuda. Dall'inquieto
Languore della mia capigliatura
Alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non vi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
Palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
È la curva dei fianchi, ma i ginocchi
E le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m'inarco nuda, nel nitore
Del bagno bianco e m'inarcherò nuda
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra,starò,
quando la morte avrà chiamato.


Antonia Pozzi

(da Il canto della mia nudità)


Foto:MARTIN MUNKACSI “Sleeping-nude"

mercoledì 18 maggio 2011

Inno a Iside – La Scandalosa e la Magnifica


Perché io sono la prima e l’ ultima
Io sono la venerata e la disprezzata,
Io sono la prostituta e la santa,
Io sono la sposa e la vergine,
Io sono la madre e la figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli,
Io sono la donna sposata e la nubile,
Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito,
Io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo,
E fu il mio uomo che nutrì la mia fertilità,
Io sono la madre di mio Padre
Io sono la sorella di mio marito,
Ed egli è il mio figliolo respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono la Scandalosa e la Magnifica.

(III- IV secolo avanti Cristo,
rinvenuto a Nag Hammadi, Egitto.)


Nella Foto:Theda Bara

Suono Premonitore



Suono premonitore, da dieci giorni
ti aspetto sulla strada di Parsino
E ancora aspetto sotto la luna piena.
Suono premonitore, sei qui da qualche parte.
Cadi nella fertilità di una ferita aperta.
Perchè mi segui e ti nascondi?

Suono premonitore, per quanto grande
sia la mia colpa, grande è anche il tormento.
Quale orecchio ti ama come il mio?
Mi dice addio la luna piena.
Ma non ho un suono premonitore.
non ho un suono. Ma c'era prima?

Non dividerò con nessuno la mia luna,
e lei nessun altro amerà.
La vita scopre d'un tratto di essere in punto di morte.
Suono premonitore, eccomi
a giocare con la tua assenza sublunare.

Suono premonitore, perdonami.

-Bella Achatovna Achmadulina-

lunedì 16 maggio 2011

giovedì 12 maggio 2011

E IN ULTIMO TI DIRÒ:ADDIO




E in ultimo ti dirò: - Addio,
e non promettermi amore.
Perderò la ragione. O troverò
la sublime serenità della follia.

Come mi hai amato? Pregustando
l'offesa della fine. Ma non è questo...
Come mi hai amato? Offendendo i principi
dell'amore. Ma in modo così goffo...

Crudeltà del fallimento, io
non ti perdono. Vivo, cammino,
vedo il bianco mondo,
ma il corpo mio è deserto.

La mente vorrebbe ancora un piccolo
lavoro. Ma son deboli le mani.
E uno sciame di odori e di sapori
in volo sghembo si allontana da me.


Bella Achmadulina
(da “Tenerezza”, Guanda, 1971)


Nella foto:Katharine Hepburn, 1933

mercoledì 11 maggio 2011

Wislawa Szymborska (Senza Titolo)

Rimasero talmente soli,
così senza parole,
di miracolo degni per tanto disamore -
d'un fulmine in cielo, d'esser mutati in pietra.
Tirature a milioni di mitologia greca,
però non c'è salvezza né per lui né per lei.

Se ci fosse almeno qualcuno sulla porta,
qualcosa, un solo attimo, apparisse, sparisse
spassoso, triste, da ogni e nessun dove,
fonte di riso e amore.

Ma non accadrà nulla. Nessuna inattesa
inverosimiglianza. Come in un dramma borghese,
questo sarà un lasciarsi del tutto regolare,
senza neanche un apriti cielo a solennizzare.

Sullo sfondo fermo del muro,
penosi reciprocamente,
stanno di fronte allo specchio, in cui
c'è il riflesso sensato, e poi niente.

Solo il riflesso di due persone.
La materia sta bene attenta.
Per quanto lunga e larga, e alta,
in terra, in cielo e ai lati
vigila destini innati
- quasi per una cerbiatta improvvisa nella stanza
dovesse crollare l'Universo.

martedì 10 maggio 2011

Joyce Mansour



Ogni sera quando sono sola
Ti racconto la mia tenerezza
E strozzo un fiore.
Il fuoco lentamente si spegne
Placato dalla tristezza
E nello specchio dove dorme la mia ombra
Dimorano farfalle.
Ogni sera quando sono sola
Leggo il futuro ai moribondi
Fondo il mio fiato al sangue dei gufi
E il cuore corre in crescendo
coi folli.

L'amante Rafaela

Rafaela oltre ad essere la modella preferita di Tamara de Lempicka era la sua amante e per questo la pittrice amava ritrarla in pose sensuali e spesso nuda.


The Pink Tunic, 1927


La Bela Rafaela,1927


Rafaela sur fond vert,1927


Reclining Nude with Book. 1927

lunedì 9 maggio 2011

Tratto da "Mimì Bluette fiore del mio giardino" (Guido da Verona)

Quella bella ragazza, che allo Stato Civile figurava sotto il nome di Cecilia Malespano, un bel giorno, e non per sua colpa, divenne Mimi Bluette.Come c'era un Irresistibile, così c'era un Pittore. Uno di que' pittori che giornalmente stemperano un po' di poltiglia colorata sopra una tela cattolica od ortodossa,e per ciò solo divengon noti, qualche volta celebri.Questo pittore faceva il nudo a maraviglia. Era un maestro del nudo, e lo faceva in un suo modo particolare; tanto particolare, che bisognava nel caso dar torto alla Natura, non a lui. Un critico d'arte, fra quelli che vanno per la maggiore, e sono stati anche in Francia,aveva messo in voga il nudo, la tecnica del nudo, la pastosità del nudo, che adoperava questo Pittore. Le famiglie cospicue si pagarono il
privilegio di mettere nella propria galleria uno scarabocchio di questo Pittore.Le attrici alla moda — quelle che hanno inventata una maniera trascendentale per esprimere l'interiezione : Ah... — si recavano soavemente nel suo studio e gli tendevan la mano sfiduciata, chiamandolo : Maestro...
Le Americane, ragazze intraprendenti, noleggiavan transatlantici apposta e riempivano le stive con sacchi di dollari per venire a farsi mettere in cornice da lui. Con le ragazze Americane faceva il seminudo.
Questo Pittore parlava bene di Raffaele Sanzio da Urbino.
Portava un cappello così eccentrico da non potersi confondere con alcuno, e prendeva il bagno, una domenica sì, l'altra no, nella celebre vasca di marmo del suo celeberrimo appartamento. Questa vasca da bagno era fatta nientemeno che a somiglianza d'una cassa da morto. L'appartamento conteneva parecchie altre maraviglie di questo genere. Il Pittore si teneva in casa una trentenne arruffata, ch'era gelosa come una Eumenide, ma che gli amministrava un purgante con farmaceutica gioia tutte le volte che gli eccessi alcoolici gli sopprimevano l'appetito.
Il Pittore cercava modelle nei saloni patrizi, nelle case di tolleranza e nelle bottiglierie.
Questo era il solo criterio giusto che governasse la sua pittura.
Per l'Esposizione di Venezia egli stava preparando un certo quadro, molto più complicato de' soliti e più grande a vero dire, poiché misurava non meno di due metri per tre. Gli occorreva un certo seno speciale, assolutamente inedito, un seno come intendeva lui, per la figura della protagonista. Dopo aver visitato con benevolenza parecchie dozzine di esemplari difettosi, una sera, bevendo il gin, gli fu parlato in confidenza della eccellente struttura che avevano i seni di Cecilia Malespano.
Glielo disse un nottambulo assonnacchiato, che succhiava la sua bibita con un colore di febbre gialla, e che,dopo una tale confidenza, gli propose di giocarsi la bibita ai dadi.
Il Pittore fece nove.
Il nottambulo tre. Perdette.

Ma il nottambulo condusse la bella ragazza il giorno appresso nello studio del Pittore, che affettuosamente le consigliò di spogliarsi.
Era la più bella creatura nuda che il Pittore avesse ancor mai veduta. Era perfettamente il seno come intendeva lui, quel seno di famiglia della madre Malespano, la quale regalava cravatte su cravatte al suo battagliero Maestro di scherma.
Que' seni le sbocciavano dal busto con impetuosa ertezza, lontanandosi l'un dall'altro, con una vasta e calma simmetrìa.Guardavano da tutte le parti, con dolcezza ma con vigore.La spalla tonda li portava, turgidi e limpidi, come due maravigliosi grappoli d'uva. Il Pittore si degnò concludere : — Va molto bene, mia cara piccina...
E siccome, dopo aver guardato il seno, si accorse che più giù e più su, di faccia e da tergo, si andava di bene in meglio, questo Pittore scrupoloso rifece tutta la figura principale, bestemmiando come un facchino perchè Cecilia non istava mai ferma. Oltre il prezzo di modella, per qualcosa ch'egli si volle accordare inoltre, le diede un bellissimo anello, che forse valeva poco, ma in compenso era molto originale.Pare avesse appartenuto nientemeno che ad un Papa del Seicento.
I pittori, nel dare un titolo ai propri quadri, talora incontrano quelle medesime difficoltà che mettono in gravi angustie le ballerine, le attrici e le divette, allorché stanno per scegliere un suggestivo nome da teatro.
II quadro doveva chiamarsi :"Lo Specchio della Felicità" — oppure : "La felicità di guardarsi nello specchio" — oppure, semplicemente : "Lo specchio".
Ma il Pittore leggeva per buona ventura tutte le novelle appassionanti che si pubblican nei giornali ebdomadari e quotidiani. Così la sua mente leonardesca tentava di abbracciare il movimento letterario contemporaneo.
In una di queste novelle, a protagonista parigina, egli trovò per avventura questo bel nome azzurro : Mimi Bluette.

giovedì 5 maggio 2011

Le terra

Senza immagine Dio vaga in paradiso
ma preferirebbe fumarsi un sigaro
o mangiarsi le unghie, e così via.

Dio è il proprietario del paradiso
ma agogna la terra, le grotticelle
assonnate della terra, l’uccellino
alla finestra di cucina, perfino
gli assassini in fila come sedie scassate,
perfino gli scrittori che si scavano
l’anima col martello pneumatico,
o gli ambulanti che vendono i loro
animaletti per soldi, anche i loro
bambini che annusano la musica
e la fattoria bianca come un osso,
seduta in braccio al suo granturco e anche
la statua che ostenta la sua vedovanza,
e perfino la scolaresca in riva all’oceano.
Ma soprattutto invidia i corpi, Lui che non l’ha.

Gli occhi apri-e-chiudi come una serratura
che registrano migliaia di ricordi,
e il cranio che include l’anguilla cervello
– tavoletta cerata del mondo -
le ossa e le giunture che si giungono
e si disgiungono – e c’è il trucco -, i genitali,
zavorra dell’eterno, e il cuore, certo,
che ingoia le maree rendendole monde.

Lui non invidia più di tanto l’anima.
Lui è tutto anima, ma vorrebbe accasarla
in un corpo e scendere quaggiù per farle
fare un bagno ogni tanto.

ANNE SEXTON


mercoledì 4 maggio 2011

Dal Diario di Ariadna Efron (all’età di sei anni) per la madre Marina Cvetaeva



"La mia mamma è molto strana. La mia mamma non assomiglia per niente a una mamma. Le mamme sono sempre contente della loro prole e specialmente dei bambini, però a Marina non piacciono i bambini piccoli. I suoi capelli sono rosso chiari, con dei riccioli dalle parti. Ha gli occhi verdi, il naso con una gobba e le labbra rosee. È alta, mi piacciono le sue mani. La sua festa preferita è l’Annunciazione. È triste, svelta, ama le poesie e la musica. Anche lei scrive poesie. È paziente, sopporta fino all’estremo. Si arrabbia e ama. Deve sempre correre da qualche parte. Ha un’anima grande. Una voce tenera. Cammina molto rapida. Marina ha sempre le mani con tanti anelli. Di notte Marina legge. Guarda sempre come se prendesse in giro. Non vuole che le si facciano domande stupide, altrimenti si arrabbia molto. Certe volte cammina come sperduta, ma improvvisamente si riprende come svegliandosi, comincia a parlare e di nuovo se ne va da qualche parte"



Nella foto Ariadna Efron e Marina Cvetaeva

Tratto da "Il Contrabbasso" (Patrick Süskind)

“Perché un’orchestra, deve immaginare, è e dev’essere una struttura articolata secondo una severa gerarchia, e in quanto tale rappresenta l’umana società. Non un’umana società in particolare, ma semplicemente l’umana società. Su tutti domina il direttore stabile, quindi c’è il primo violino, poi il secondo violino, poi il secondo primo violino, gli altri primi e secondi violini, viole, violoncelli, flauti, oboe, clarinetti, fagotti, l’ottone – e buon ultimo il contrabbasso. Dopo di noi c’è ancora soltanto il timpano, ma solo in teoria, ma perché il timpano è solo e ha un posto più in alto, in modo che tutti possano vederlo. A parte questo, ha una potenza sonora anche maggiore. Quando subentra il timpano, si sente fin nell’ultima fila, e tutti dicono, ecco il timpano. Nel mio caso nessuno dice: ecco il contrabbasso, perché io mi perdo nella massa. Quindi in pratica il timpano è superiore al contrabbasso. Sebbene il timpano non sia uno strumento in senso stretto, con le sue quattro note. Però esistono a soli di timpano, ad esempio nel quinto concerto per piano di Beethoven, ultimo tempo, nel finale. Lì tutti quelli che non guardano il pianista notano il timpano, in un grande teatro sono almeno milleduecento, millecinquecento persone. Tante persone così non mi notano in tutta una stagione. Non deve pensare che io sia invidioso. L’invidia è un sentimento che mi è estraneo, perché so quello che valgo. Ma ho il senso della giustizia, e nell’attività musicale ci sono molte grosse ingiustizie. Il solista è travolto dagli applausi, oggi gli spettatori pensano che se non potessero più applaudire sarebbe una punizione personale; vere e proprie ovazioni sono rivolte al direttore d’orchestra; il direttore stringe la mano almeno due volte al primo violino; talvolta tutta l’orchestra si alza in piedi….- Un contrabbassista non può neppure alzarsi come si deve. Il contrabbassista - perdoni l’espressione – è a tutti gli effetti l’ultima delle pezze da piedi. Per questo dico che l’orchestra è un rappresentazione dell’anima della società. Perché in entrambi i casi quelli che già fanno il lavoro più schifoso sono per giunta disprezzati dagli altri. L’orchestra è persino peggiore della società, perché nella società avrei la speranza – siamo alla teoria – di risalire prima o poi attraverso la gerarchia per poter guardare un giorno, dalla cima della piramide, quei vermi sotto di me….Avrei la speranza, dico….

Abbassa la voce

…Ma nell’orchestra non c’è speranza. Lì regna la crudele gerarchia del potere, la terribile gerarchia della decisione già presa, la spaventosa gerarchia del talento, l’immutabile gerarchia fisico-naturale delle vibrazioni e delle note, non entri mai in un’orchestra!....”

Nella foto:non è un contrabbasso

lunedì 2 maggio 2011

JOYCE MANSOUR: Il mio corpo brucia dalla nascita

Da “GRIDA”, 1953

Mi piacciono le calze che rassodano le tue gambe.
Mi piace il busto che sostiene il tuo corpo tremante
Le tue rughe i tuoi seni ballonzolanti la tua aria affamata
La tua vecchiaia contro il mio corpo teso
La tua vergogna davanti ai miei occhi che sanno tutto
I tuoi vestiti che odorano del tuo corpo marcio.
Tutto questo alla fine mi vendica.
Degli uomini che non hanno voluto saperne di me

Vuoi il mio ventre per nutrirti
Vuoi i miei capelli per sfamarti
Vuoi le mie reni i miei seni la mia testa rasata
Vuoi che muoia lentamente lentamente
Che mormori morendo parole infantili.

Mi piace vedere i loro visi paurosi
Non ci tengono a scrutare la morta
Vogliono rinchiuderla in fretta lontano dalla pausa.
E ancora vestiti a lutto
Faranno l’amore per seppellire meglio
Il suo ricordo disfatto.

Voglio mostrami nuda ai tuoi occhi melodiosi.
Voglio che tu mi veda mentre urlo di piacere.
Che le mie membra piegate sotto un carico troppo pesante
Ti spingano a gesti blasfemi.
Con i capelli lisci della mia testa offerta
Rimangano sospesi alle tue unghie ricurve di furore.
Che ti tenga in piedi cieco e devoto
Guardando dall’alto il mio corpo spiumato.

Ti piace dormire nel nostro letto disfatto
Non ti disgustano i nostri antichi sudori
Le lenzuola sporche di sogni dimenticati
Le nostre grida che risuonano nella camera buia
Tutto questo esalta il tuo corpo affamato
La tua brutta faccia alla fine s’illumina
Perché i nostri desideri di ieri sono i tuoi sogni di domani

(Traduzione di Mauro Conti dalla rivista “Poesia”, Crocetti)



DA “LACERAZIONI”, 1955

Invitami a trascorrere la notte nella tua bocca
Raccontami la giovinezza dei fiumi
Premi la mia lingua contro il tuo occhio di vetro
Dammi a balia la tua gamba
E poi dormiamo, fratello mio,
Perché i nostri baci muoiono più veloci della notte.

C’è del sangue sul giallo d’uovo
C’è dell’acqua sulla piaga della luna
C’è dello sperma sul pistillo della rosa
C’è un dio in chiesa
Che canta e s’annnoia

Non ci sono parole
Soltanto peli
Nel mondo senza verzura
Dove i miei seni sono re.
E non ci sono gesti
Soltanto la mia pelle
E le formiche che brulicano tra le mie gambe untuose
Portano le maschere del silenzio lavorando.
Viene la notte e la tua estasi
E il mio corpo profondo questo polipo senza pensiero
Ingoia il tuo sesso agitato
Durante la sua nascita.

Un nido di viscere
Sull’albero secco che è il tuo sesso
Un cipresso nero piantato nell’eternità
Fa la veglia ai morti che alimentano le sue radici
Due ladroni crocifissi su costolette d’agnello
Se la ridono del terzo che, a missione compiuta,
mangia la sua croce di carne arrostita.

Il nero mi circonda
Salvatemi
Gli occhi aperti sulla vuota disperazione degli orizzonti marittimi
Mi scoppiano nella testa
Salvatemi
I pipistrelli dai corpi ammuffiti
Che vivono nei cervelli torturati dei monaci
S’attaccano alla mia lingua cremosa
La mia lingua gialla di donna accorta.
Salvatemi, voi che capite
E i vostri giorni saranno moltiplicati
Malgrado i peccati che non vi hanno perdonato
Malgrado lo spessore delle notti nelle vostre bocche
Malgrado i vostri bambini iniziati al male
Malgrado i vostri letti.

( traduzione di Carmine Mangone da “Fiorita come la lussuria”)





Photo:My Legs do not have Fire,Self Portrait

Il posto di una donna




Devi stare attenta alla bocca,soprattutto
se sei una donna. Un sorriso
va soffocato con l’orlo del sari.
Nessuno deve vedere la tua serenità incrinata,
neppure dalla gioia.
Se ogni tanto hai bisogno di urlare, fallo
da sola, ma di fronte a uno specchio
dove puoi vedere la forma strana che prende la bocca
prima che la strofini via.


Imtiaz Dharker


(Foto:Laura Salvinelli)

Sempre


Sempre questa sensazione di inquietudine
Di attesa d’altro.
Oggi sono le farfalle e domani sarà la tristezza inspiegabile,
la noia o l’ansia sfrenata di rassettare questa o quella stanza,
di cucire, andare qua e là a fare commissioni,
e intanto cerco di tappare l’Universo con un dito,
creare la mia felicità con ingredienti da ricetta di cucina,
succhiandomi le dita di tanto in tanto,
di tanto in tanto sentendo che mai potrò essere sazia,
che sono un barile senza fondo,
sapendo che “non mi adeguerò mai”,
ma cercando assurdamente di adeguarmi
mentre il mio corpo e la mia mente si aprono,
si dilatano come pori infiniti
in cui si annida una donna
che avrebbe voluto essere uccello, mare, stella,
ventre profondo che dà alla luce Universi splendenti stelle nove…
e continuo a far scoppiare palamitas nel cervello,
bianchi bioccoli di cotone,
raffiche di poesie che mi colpiscono tutto il giorno
e mi fanno desiderare di gonfiarmi come un pallone per contenere
il Mondo, la Natura, per assorbire tutto e stare
ovunque, vivendo mille e una vita differente…

Ma devo ricordarmi che sono qui e che continuerò
ad anelare, ad afferrare frammenti di chiarore,
a cucirmi un vestito di sole,
di luna, il vestito verde color del tempo
con il quale ho sognato di vivere
un giorno su Venere.

(Gioconda Belli)