venerdì 3 giugno 2011

Il “Popo” di Bezzecca

Una curiosa ricerca dello storico Danilo Mussi ha messo in luce le vicende di una dinastia di giganti, originari della val di Ledro. Per capire lo straordinario successo che ebbe il più famoso e il più smisurato tra loro,soprannominato “el Popo”, occorre fare cenno all’interesse maturato tra il Settecento e l’Ottocento. L’intramontabile interesse per le deformità misto di voyeurismo e di compassione – aveva infatti prodotto un’antropologia ai confini con il museo degli orrori. A quell’epoca diversi “mostri umani”, nani, giganti,obesi, androgini e altre anomalie note alla medicina, si esibivano al circo come fenomeni da baraccone. Il tendone del circo americano Barnum forniva al visitatore uno spettacolo in cui pareva che Dio si fosse divertito a sbagliare e a confondere le creature. C’erano Jojo,l’uomo-cane siberiano con il viso totalmente ricoperto di pelo. C’era la regina Mab che a vent’anni misurava cinquantasei centimetri e pesava nove chili. C’era la bella Francis O’Connor detta la Venere di Milo perché, come la statua classica, mancava delle braccia.C’erano diversi esemplari di fratelli e sorelle “siamesi” e John Merrick, il famoso “uomo elefante”.
La storia del gigante della Val di Ledro s’inquadra in questo panorama. Bernardo Gilli detto “el Popo”, nasce a Bezzecca nel 1726. A vent’anni misura due metri e sessanta, ed è forse l’uomo più alto del mondo. Il giovane colosso per qualche tempo rimane in paese, dove strabilia i compaesani caricandosi enormi slitte cariche di fieno sulle spalle. Nel 1745 viene notato da Giambattista Perghem, detto Carattà, un equilibrista di Nomi che torna carico di glorie al paesello nativo. Il Carattà intravvede subito il business, come si direbbe oggi, e si porta via “el Popo” per impartirgli sei mesi di apprendistato. Vestiti da turchi i due si esibiranno davanti a papi e regnanti. Quando il Carattà, a un certo punto, decide di rientrare, il gigante è ormai lanciato. Con due servitori viaggia da Madrid a Varsavia, da Roma a S.Pietroburgo,esibendosi in straordinarie prove di forza. Tanto che un signore di Venezia, sospettando un inganno, paga una bella somma per vederlo all’opera completamente nudo. Nonostante le proporzioni erculee, sappiamo da una testimonianza dell’epoca che il volto di Bernardo Gilli “non spicca ferocia, sibbene una tal quale bonarietà da montanaro”.
Il gigante aveva disposto nel testamento che i suoi nipoti utilizzassero il suo scheletro a futura memoria, per scopi scientifici. Il suo cadevere verrà quindi ceduto a un chirurgo di Riva del Garda, che provvederà a scarnificarlo. Il cranio e il femore del “Popo” finiscono poi al Museo Civico di Rovereto, con un ritratto a olio a grandezza naturale e una smisurata calza di seta. Nel 1872 in una sala del Museo roveretano viene allestita una vetrina con alcuni passaporti e altri documenti personali del gigante. Purtroppo, tutto andrà perduto durante la prima guerra mondiale, quando il Museo viene colpito da una bomba.

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