martedì 26 luglio 2011

Scriverti


Scrivere, scriverti, ritrarti. Impregnarti
i capelli di tutte le
parole trattenute, sospese nell'aria, nel tempo, in
quel ramo di cortés carico di fiori gialli la cui
bellezza mi fa rizzare i capelli quando scendo
sola per strada pensierosa. Definire il mistero, il
momento preciso della scoperta, l'amore, questa
sensazione d'aria compressa dentro il corpo sinuoso,
l'esplosiva felicità che mi fa piangere e mi colora
gli occhi, la pelle, i denti, mentre divento
fiore, edera, castello, poesia, tra le tue mani che mi
accarezzano e mi sfogliano, facendo sorgere parole,
sconvolgendomi tutta, grondante del mio
passato, della mia infanzia, di ricordi felici,
di sogni, di mare che si infrange
contro gli anni, sempre
più bello e più grande,
più grande e più bello.

Come posso ghermire l'illusione, stringerla tra le mani e
liberarla davanti a te come una colomba felice
che voli via
a scoprire la terra dopo il diluvio; scoprirti fin
nelle pieghe più sconosciute, impregnandomi di te
lentamente, come una carta assorbente,
perdendomi,
perdendoci tutti e due, nel mattino in cui
abbiamo fatto l'amore
con tutto il sonno, l'odore, il sudore della notte
salata sui nostri corpi, inzuppandoci d'amore,
facendolo grondare in grandi immense onde,
immergendoci nell'amore, bagnandoci con
l'amore che ci
soverchia.

-Gioconda Belli-

giovedì 21 luglio 2011

Indizi



Come spostando pietre:
geme ogni giuntura! Riconosco
l’amore dal dolore
lungo tutto il corpo.

Come un immenso campo aperto
alle bufere. Riconosco
l’amore dal lontano
di chi mi è accanto.

Come se mi avessero scavato
dentro fino al midollo. Riconosco
l’amore dal pianto delle vene
lungo tutto il corpo.

Vandalo in un’aureola
di vento! Riconosco
l’amore dallo strappo
delle più fedeli corde
vocali: ruggine, crudo sale
nella strettoia della gola.

Riconosco l’amore dal boato
- dal trillo beato -
lungo tutto il corpo!

-Marina Cvetaeva-

Madame La Voisin

Catherine Deshayes, detta La Voisin, vedova Montvoisin, fu un’avventuriera francese.
Chiromante, procuratrice di aborti, preparatrice di veleni e filtri d'amore, si dedicava anche alla celebrazione di messe nere.
I suoi clienti erano personaggi d'alto rango, prevalentemente donne, e vi fu anche Madame de Montespan, ex favorita del re Luigi XIV e da questo lasciata per Mademoiselle de Fontanges, che cercò di rientrare nei favori del re mediante sortilegi.
Giudicata con 36 complici, fu condannata a morte e bruciata sulla piazza di Grève.
Quanto alla sua cliente, Madame de Montespan, non fu inquisita per disposizione del re e continuò a frequentare la corte.
***
Catherine Deshayes, nasce nel 1640 circa in Francia. Sposa Monvoisin, gioielliere sfortunato. Catherine inizia a praticare la magia proprio per invocare ed attirare la fortuna e la ricchezza. Nell’acquisizione delle sue competenze magiche l’aiuta il sacerdote Etienne Guibourg, che celebrava Messe Nere (fenomeno molto in voga all’epoca e che deve la sua origine proprio nei registri dei processi della Santa Inquisizione), ed il suo amante, l'indovino Adam Lecouret detto Le Sage, con il quale distillava veleni nella cantina di casa. Secondo alcune fonti essi avevano accesso ai registri dell'Inquisizione e dagli atti dei processi estrapolarono le loro conoscenze magiche. Catherine diviene un’abile fattucchiera cartomante chiromante procuratrice di aborti e si merita il soprannome di la Voisin. Fra le sue clienti sia le donne del popolo che le nobildonne della corte parigina, delle quali diviene la confidente e che ne fanno una donna molto ricca. Fra queste Olympe Mancini, la contessa de Soissons, che si rivolse alla strega per avvelenare Louise de La Vallière, la signora de Gramont e Françoise Athénais, marchesa di Montespan, la favorita del re Luigi XIV, una donna di straordinaria bellezza e ambizione, che, nella speranza di divenire la prossima regina di Francia, chiede alla maga filtri d’amore da somministrare al Re per allontanarlo dal letto della moglie e non farlo più avvicinare ad altre donne. Ma Madame Montespan partecipa anche, offrendo il suo corpo nudo come altare, alle Messe Nere che la Monvoisin, il suo amante La Sage e il sacerdote Guibourg celebrano. Ho visto mia madre Catherine accompagnare una donna velata nel padiglione in giardino e aiutarla a stendersi nuda di fronte all’altare con le braccia aperte e un cero in ogni mano. Il prete, Étienne Guilbourg, recitò la messa al contrario in onore di Satana e depose sul ventre della donna il calice colmo del sangue tiepido di un bambino appena sacrificato. Ogni volta che avrebbe dovuto baciare l’altare, il prete baciava il corpo nudo che vi era steso davanti, consacrava l’ostia sui genitali e ve ne inseriva un pezzetto. Terminata la messa, Guilbourg possedette la donna e, dopo essersi bagnato le mani nel calice, lavò il sesso di entrambi (Confessione di Marguerite Monvoisin). Nel 1678 alla Voisin viene commissionata una Messa Nera per uccidere il Re e qualcuno dei suoi seguaci, fedele alla corona, sporge denuncia anonima lasciando un biglietto in una chiesa secondo l’usanza dell’epoca. Nicholas de La Reynie, luogotenente generale della polizia del Re arresta Catherine Monvoisin e altre 360 persone, complici della fattucchiera e del sacerdote. Secondo i documenti dell’epoca, nella casa della fattucchiera la gendarmeria rinviene i resti di ossa umane all'interno di un forno e vari oggetti magici. Sempre secondo gli atti del processo de La Reynie scopre, consultando i registri della fattucchiera che molte dame di corte commissionavano messe nere, si facevano prescrivere filtri d'amore, veleni, unguenti a base di grasso di neonato per restare giovani. Luigi XVI si adopera per salvare dallo scandalo la sua amante, la marchesa Montespan (la quale si convertita ad una vita pia, ossessionata dalla paura del buio, della solitudine e della morte, rimarrà a corte ancora qualche anno, ufficialmente come favorita in carica, ma nella realtà già sostituita da un'altra donna, finchè il Re non la costringerà a ritirarsi nelle sue tenute di campagna), accusata dall’indovina di tentato omicidio nei confronti di una bellissima nobildonna sua rivale, istituendo un tribunale speciale la cui sentenza non prevedeva appello, parallelo all'Inquisizione e segretissimo, presieduto da de La Reynie, chiamato la Camera Ardente perché i giudici si radunavano in una stanza con i muri ricoperti di veli neri ed illuminata da grossi ceri. Durante il processo e sotto tortura, La Voisin confessa di aver organizzato un lucroso mercato basato sui bambini: oltre a quelli abortiti perché prova di adulterio (si ritrovarono, secondo i documenti, i corpi di circa 2000 neonati ed embrioni sepolti nel giardino della casa della strega), i piccoli nati non desiderati, venivano o storpiati appena nati e venduti a mendicanti, oppure allevati per divenire gli amanti di qualche nobile e ricco pervertito. Dei processati ne furono condannati più della metà (alcuni alla deportazione, altri al carcere a vita, altri ancora a morte). Il prete Guibourg non venne mai formalmente processato, ma ritenuto responsabile di decine di omicidi rituali di bambini, ai quali aveva tagliato la gola per sacrificarli a Satana, venne rinchiuso nelle segrete di un castello dove rimase, incatenato ad una parete, fino alla morte avvenuta quattro anni dopo.
Catherine Monvoisin detta La Voisin venne condannata a morte e bruciata sul rogo nel 1681.
Fu coinvolta nell’Affare dei veleni.
***
L'Affare dei veleni fu un caso verificatosi a Parigi nel decennio 1670 – 1680 che scosse Parigi e la Corte di Francia.
Nel 1672 alla morte di un ufficiale di cavalleria di nome Godin de Saint-Croix, nei suoi incartamenti furono scoperti alcuni scritti che accusavano la sua amante, marchesa di Brinvilliers, d'aver avvelenato il proprio padre, i suoi due fratelli e sua sorella per impadronirsi delle loro parti di eredità. La marchesa di Brinvilliers fu sottoposta a processo e giustiziata nel 1676.
L'anno successivo l'inchiesta svelò che una certa Maria Bosse aveva fornito veleni ad alcune spose di membri del parlamento, le quali volevano sbarazzarsi dei rispettivi mariti. La Bosse denunciò la Voisin, altre persone di minore importanza ed un certo Lesage. Le rivelazioni degli accusati condussero a persone di alto rango. Fu istituita una commissione d'inchiesta speciale per giudicare, senza possibilità d'appello, gli accusati: la Camera Ardente. Furono quindi citati personaggi noti e di alto lignaggio, prevalentemente donne, quali: Madame de Vivonne, cognata della Montespan, Madame de La Mothe, le Mademoiselle des Œillets et Cato (succedute alla Montespan), Olimpia Mancini, contessa di Soissons, la contessa di Roure, la viscontessa di Polignac, il maresciallo di Luxembourg ed altri ancora.
Il luogotenente di polizia La Reynie condusse un'inchiesta accurata e ne venne fuori che all'accusa di avvelenamento si aggiungevano altri crimini. Morti di bambini durante le messe nere celebrate da preti spretati (fra i quali il tristemente celebre Stefano Guibourg), profanazione di ostie consacrate ed anche fabbricazione di moneta falsa. Ma lo zelo di La Reynie celò la lotta fra il ministro della guerra Louvois e Jean-Baptiste Colbert, ministro delle finanze: un'inchiesta segreta parallela disposta dal Luvois per conto del re rivelò che i più illustri accusati erano parenti od amici di Colbert.
La Camera Ardente pronunciò contro i personaggi secondari 36 condanne a morte, più altre alla galera. Molti condannati furono rinchiusi nella cittadella Vauban du Palais a Belle-Île-en-Mer. La Voisin fu condannata al rogo e giustiziata il 22 febbraio 1680 sulla piazza de Grève. Dopo l'esecuzione della madre, la figlia della Voisin chiamò in causa Madame de Montespan: quest'ultima aveva intrattenuto rapporti con la Voisin indubbiamente per ottenere dei preparati, lei credeva, idonei a risvegliare l'amore del re per lei. Inoltre aveva partecipato ad alcuni esorcismi. Tuttavia la Montespan, per disposizione del re, fu risparmiata ed i suoi accusatori rinchiusi nelle fortezze reali. La Montespan, madre di sei figli illegittimi, rimase a corte ma, caduta in disgrazia, fu relegata in un modesto appartamento di Versailles ove visse ancora per dieci anni e dove morì. La Camera Ardente fu sciolta nel 1682 per ordine del re.

martedì 19 luglio 2011

La rivale



Se la luna sorridesse, somiglierebbe a te
tu lasci lo stesso sapore
di qualcosa di bellissimo, ma che annichilisce.
Sia tu che lei siete grandi seccatori.
La sua bocca a O si addolora sul mondo. La tua è immobile
e il tuo primo dono è pietrificare ogni cosa
Lì c'è un mausoleo. Qui ci sei tu,
picchietti il marmo del tavolino con le dita, cerchi le sigarette,
maligno come una donna, ma non così nervoso,
e muori dalla voglia di dire impertinenze.
Anche la luna umilia i suoi sudditi,
ma di giorno è ridicola.
I tuoi malumori, d'altra parte,
arrivano per posta con un'adorabile regolarità,
bianchi e vani, espansivi come il monossido di carbonio.
Non vi è un solo giorno al riparo da tue notizie,
forse a spasso da qualche parte in Africa, ma sempre pensando a me.


Sylvia Plath

lunedì 18 luglio 2011

ABC di Wislawa Szymborska

Ormai non saprò più
cosa di me pensasse A.
Se B. fino all’ultimo non mi abbia perdonato.
Perchè C. fingesse che fosse tutto a posto.
Che parte avesse D. nel silenzio di E.
Cosa si aspettasse F., sempre che si aspettasse qualcosa.
Perchè G. facesse finta, benchè sapesse bene.
Cosa avesse da nascondere H.
Cosa volesse aggiungere I.
Se il fatto che io c’ero, lì accanto,
avesse un qualunque significato
per J. e per K. e per il restante alfabeto.



Pal Funk Paul Angelo - Nus, vers 1925

domenica 17 luglio 2011

Il mattino ha LORO in bocca


Sunday Morning Self Portrait "Sunrise"


Sunday Morning Self Portrait "Please,don’t turn the light"


Sunday Morning Self Portrait "Stop or continue"

sabato 16 luglio 2011

Non è il tuo amore che domando


Non è il tuo amore che domando.
Si trova adesso in un luogo conveniente.
Stanne pur certo, lettere gelose
non scriverò alla tua fidanzata.
Però accetta dei saggi consigli:
dalle da leggere i miei versi,
dalle da custodire i miei ritratti,
sono così cortesi i fidanzati!
E conta più per queste scioccherelle
assaporare a fondo una vittoria
che luminose parole di amicizia,
e il ricordo dei primi, dolci giorni...
Ma allorché con la diletta amica
avrai vissuto spiccioli di gioia
e all'anima già sazia d'improvviso
tutto parrà un peso,
non accostarti alla mia notte trionfale.
Non ti conosco.
E in cosa potrei esserti d'aiuto?
Dalla felicità io non guarisco.

Anna A. Achmatova

(Nella foto:Nude,c.1930 by Bruno Schultz)

giovedì 14 luglio 2011

Voices of Indian Women_Anteprima

“Voci di donne Indiane” (Voices of Indian Women) è un progetto nato con la speranza di documentare la visibile condizione di minorità delle donne a confronto con la società sciovinista in India.
Ogni giorno in India le donne vengono sfruttate, vendute, abusate e costrette ad una vita di violenza.
Un gran numero di organizzazioni non governative, insieme ad alcuni progetti governativi, lavorano per aiutare le vittime,che sono sia bambine che adulte.
Le loro voci non vengono mai ascoltate.
Voices of Indian Women è un progetto nato con lo scopo di ascoltare queste voci,senza tramiti o filtri.
Io (Marta Gabrieli) e Francesca Zoppi siamo le fondatrici del progetto.Durante il nostro viaggio in India nel mese di Giugno 2011, in città come nelle zone rurali, abbiamo dato parola alle donne indiane,con rispetto e senza forzature,ascoltando quello che spontaneamente avevano voglia di confidarci,collaborando al fine di far arrivare in Occidente le loro storie e i loro messaggi.Abbiamo esplorato quell’universo femminile dove i diritti umani vengono negati, documentando questa condizione attraverso interviste,fotografie, e video.
Domani,presso la libreria Tuba Bazar a Roma,che gentilmente ci ospiterà,si terrà una piccola anteprima del lavoro svolto.



L'ANTEPRIMA DEL PROGETTO SI TERRA' DOMANI 15 LUGLIO A ROMA,AL TUBA BAZAR (Via del Pigneto,19)ALLE ORE 19.30

giovedì 7 luglio 2011

Non dedicarmi troppo tempo


Non dedicarmi troppo tempo,
non pormi tante domande.
Non sfiorare la mia mano
con i tuoi occhi buoni, fedeli.

Non seguirmi in primavera
lungo le pozzanghere.
Lo so: una volta ancora, nulla
verrà fuori da questo incontro.

Forse pensi: è per superbia
che non mi vuole amico.
Non la superbia-l'amarezza
tiene così alta la mia testa.


Bella Achatovna Achmadulina


(Photo:Night Thoughts. Woman with Cigarette, c.1940)

mercoledì 6 luglio 2011

Esorcismo (1960)



Non piangete la mia morte - vivrò ancora
in un'allegra mendicante, in una buona ergastolana,
nella donna del sud che gela al nord,
nella pietroburghese tisica e malvagia
al sud malarico - vivrò.

Non piangete la mia morte - vivrò ancora
nella zoppa uscita sul sagrato,
nell'ubriaco accasciato sul tavolo,
e nel povero imbrattatele
che dipinge la Madonna - vivrò.

Non piangete la mia morte - vivrò ancora
nella bimba che impara a scrivere,
che in un futuro indecifrabile, arrossendo
della mia frangetta, i miei versi ripeterà
come una sciocca - vivrò.

Non piangete la mia morte - vivrò ancora
nella più misericordiosa delle suore,
nell'estrema assurdità della guerra,
e alla luce della mia chiara stella
in qualche modo, comunque - vivrò.




Bella Achmadulina (Dal libro Poesia)

martedì 5 luglio 2011

Kolkata me genuit

BENTROVATI



Di ritorno da un viaggio in India per la realizzazione di un progetto legato alla documentazione dell'attuale condizione femminile,torno su queste pagine e trovo tanti passaggi,tanti volti nuovi,tante parole.Vi ringrazio e non posso che ri-accogliervi con le parole di una donna indiana.Lei è Arundhathi Subramaniam,poetessa,è nata e vive a Mumbai.

Riporto,di seguito,parte di una sua intervista:


Signora Subramaniam, cito alcuni suoi versi dalla sua seconda raccolta: “Dammi una casa / che non sia mia,/ dove possa entrare e uscire dalle stanze/ senza lasciare traccia,/ … / Una casa come questo corpo,/ così aliena quando provo a farne parte,/ così ospitale/ quando decido che sono solo in visita”. Può spiegare questa percezione di “distanza” dalla città in cui vive, pur essendone coinvolta?

Credo che il senso d’appartenenza non è collegato al luogo in cui si vive. E il mio secondo libro Where I live dice proprio di questa distanza, di questa separazione nel proprio luogo. Non posso appartenere ad una realtà in cui non mi riconosco, pur facendone parte. Non condivido l’indirizzo politico della mia città, ma la mia poesia non è politica. Scrivo della ricerca spirituale della provenienza e della meta da raggiungere. E tuttavia sono affascinata dalla mia città per la sua multiculturalità: riflette molte diversità, che sono una grande ricchezza.

Qual è quindi la sua appartenenza?

Io sono indiana. Ma mi sento indiana nelle dimensioni culturale e spirituale. Proprio per questo provo un senso d’ira rispetto alla cultura indiana, rispetto alle diffuse ingiustizie. Per anni ho desiderato di essere altrove, ma spiritualmente sono rimasta e rimango in India. Come nasce la sua poesia, fatta di realtà, di corpi, di pensieri, di illuminazioni? Ho subito molto presto, prima dei sedici anni, il fascino della poesia. Un’emozione fortissima a leggerla. Un’emozione ancora più grande a scriverla e sperimentare come la lingua assume schemi e forme. Proferire parole con valenza ritmica diventa una vera eccitazione. E non ho mai pensato che la poesia fosse un semplice passaggio verso la narrativa, che in India ha molto glamour commerciale e lo dimostra il grande succeso internazionale di molti autori indiani. Ho sempre scelto, e credo che andrò avanti così, la parola poetica. La poesia infatti è una forma di magia. Ai più può sembrare bizzarra o marginale, ma rimane sempre un’ “antica forma di magia”.

L’Occidente offre esempi di degenerazione anche in campo artistico in un processo di indebolimento generale degli stimoli culturali. L’India sta percorrendo a grande velocità il cammino dello sviluppo economico/sociale già vissuto dall’Occidente. Lei pensa che possa in qualche modo evitare di procedere verso lo stesso risultato degenerativo?

Prima di tutto bisogna dire cosa significa essere in India in questo periodo storico. A Bombay si vive a disagio perché si è dentro una situazione contraddittoria, con ritmi e ambivalenze non tutte chiare, quindi è necessario capire come porsi. La mia risposta è di forte critica, non si può essere in armonia rispetto alle contraddizioni che riguardano lo sviluppo economico, che porta benefici ma non a tutti, e le ingiustizie che non si riesce ad eliminare. Tuttavia vivere in città serve anche a trovare spazi, margini di allegria. Insomma, vivere in India oggi è interessante. Da una parte c’è la frenesia dell’accumulo (una classe media con “ingordigia da duty free”), dall’altra c’è l’ambizione di vivere da protagonisti questa fase di trasformazione. Tutto questo avviene con un grande frastuono; io invece preferisco il “sussurro”, anche come scelta politica oltre che letteraria. C’è chi sceglie di alzare la voce, c’è chi invece, come me, sceglie di abbassarla. My murmured voice”.

Si fa poesia sulle discrepanze e ingiustizie e le contraddizioni nel suo Paese. Si può fare, si deve fare, è impossibile?

Le distanze tra le diverse metropoli si stanno accorciando, come accade anche per la poesia. E spesso su argomenti del genere non so rispondere. Certo, so che c’è a Bombay, in India, una politica militante che non mi è congeniale. E mi irrita il fatto che qualcuno possa aspettarsi che un poeta indiano, soprattutto donna, per essere ritenuta valida debba occuparsi e scrivere di poveri, di mendicanti, di emarginati. No, io mi occupo d’altro: dello spirito e del suo rapporto con le cose, con la quotidianità.


Enigmi cittadini

Un giorno troverò un significato.
Nella sudaticcia congiunzione
di corpi rancidi e valigette.
Nel geroglifico
che la bava del tramonto disegna sui lampioni.
Nel benigno dentuto occhieggiare
di uomini dalle camicie sintetiche.
E nel miagolio liquefatto
del gatto invisibile
nelle viscere fumanti
del vicolo.