martedì 5 luglio 2011

Kolkata me genuit

BENTROVATI



Di ritorno da un viaggio in India per la realizzazione di un progetto legato alla documentazione dell'attuale condizione femminile,torno su queste pagine e trovo tanti passaggi,tanti volti nuovi,tante parole.Vi ringrazio e non posso che ri-accogliervi con le parole di una donna indiana.Lei è Arundhathi Subramaniam,poetessa,è nata e vive a Mumbai.

Riporto,di seguito,parte di una sua intervista:


Signora Subramaniam, cito alcuni suoi versi dalla sua seconda raccolta: “Dammi una casa / che non sia mia,/ dove possa entrare e uscire dalle stanze/ senza lasciare traccia,/ … / Una casa come questo corpo,/ così aliena quando provo a farne parte,/ così ospitale/ quando decido che sono solo in visita”. Può spiegare questa percezione di “distanza” dalla città in cui vive, pur essendone coinvolta?

Credo che il senso d’appartenenza non è collegato al luogo in cui si vive. E il mio secondo libro Where I live dice proprio di questa distanza, di questa separazione nel proprio luogo. Non posso appartenere ad una realtà in cui non mi riconosco, pur facendone parte. Non condivido l’indirizzo politico della mia città, ma la mia poesia non è politica. Scrivo della ricerca spirituale della provenienza e della meta da raggiungere. E tuttavia sono affascinata dalla mia città per la sua multiculturalità: riflette molte diversità, che sono una grande ricchezza.

Qual è quindi la sua appartenenza?

Io sono indiana. Ma mi sento indiana nelle dimensioni culturale e spirituale. Proprio per questo provo un senso d’ira rispetto alla cultura indiana, rispetto alle diffuse ingiustizie. Per anni ho desiderato di essere altrove, ma spiritualmente sono rimasta e rimango in India. Come nasce la sua poesia, fatta di realtà, di corpi, di pensieri, di illuminazioni? Ho subito molto presto, prima dei sedici anni, il fascino della poesia. Un’emozione fortissima a leggerla. Un’emozione ancora più grande a scriverla e sperimentare come la lingua assume schemi e forme. Proferire parole con valenza ritmica diventa una vera eccitazione. E non ho mai pensato che la poesia fosse un semplice passaggio verso la narrativa, che in India ha molto glamour commerciale e lo dimostra il grande succeso internazionale di molti autori indiani. Ho sempre scelto, e credo che andrò avanti così, la parola poetica. La poesia infatti è una forma di magia. Ai più può sembrare bizzarra o marginale, ma rimane sempre un’ “antica forma di magia”.

L’Occidente offre esempi di degenerazione anche in campo artistico in un processo di indebolimento generale degli stimoli culturali. L’India sta percorrendo a grande velocità il cammino dello sviluppo economico/sociale già vissuto dall’Occidente. Lei pensa che possa in qualche modo evitare di procedere verso lo stesso risultato degenerativo?

Prima di tutto bisogna dire cosa significa essere in India in questo periodo storico. A Bombay si vive a disagio perché si è dentro una situazione contraddittoria, con ritmi e ambivalenze non tutte chiare, quindi è necessario capire come porsi. La mia risposta è di forte critica, non si può essere in armonia rispetto alle contraddizioni che riguardano lo sviluppo economico, che porta benefici ma non a tutti, e le ingiustizie che non si riesce ad eliminare. Tuttavia vivere in città serve anche a trovare spazi, margini di allegria. Insomma, vivere in India oggi è interessante. Da una parte c’è la frenesia dell’accumulo (una classe media con “ingordigia da duty free”), dall’altra c’è l’ambizione di vivere da protagonisti questa fase di trasformazione. Tutto questo avviene con un grande frastuono; io invece preferisco il “sussurro”, anche come scelta politica oltre che letteraria. C’è chi sceglie di alzare la voce, c’è chi invece, come me, sceglie di abbassarla. My murmured voice”.

Si fa poesia sulle discrepanze e ingiustizie e le contraddizioni nel suo Paese. Si può fare, si deve fare, è impossibile?

Le distanze tra le diverse metropoli si stanno accorciando, come accade anche per la poesia. E spesso su argomenti del genere non so rispondere. Certo, so che c’è a Bombay, in India, una politica militante che non mi è congeniale. E mi irrita il fatto che qualcuno possa aspettarsi che un poeta indiano, soprattutto donna, per essere ritenuta valida debba occuparsi e scrivere di poveri, di mendicanti, di emarginati. No, io mi occupo d’altro: dello spirito e del suo rapporto con le cose, con la quotidianità.


Enigmi cittadini

Un giorno troverò un significato.
Nella sudaticcia congiunzione
di corpi rancidi e valigette.
Nel geroglifico
che la bava del tramonto disegna sui lampioni.
Nel benigno dentuto occhieggiare
di uomini dalle camicie sintetiche.
E nel miagolio liquefatto
del gatto invisibile
nelle viscere fumanti
del vicolo.

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