martedì 23 agosto 2011

La Strega


Riporto di seguito parte dell'introduzione de La Strega,opera di Jules Michelet pubblicata il 1 Dicembre del 1862 ed acquistata da me,rovistando qua è là,i primi giorni di agosto a Venezia alla Libreria dell'Acqua Alta,libreria che merita una visita almeno una volta nella vita;la La Mecca dei lettori.

Prima del 1500, Sprenger dice: "Bisogna parlare di eresia delle streghe, non degli stregoni; questi contano poco". E qualcun altro, al tempo di Luigi XIII: "Per ogni stregone, diecimila streghe".

"La natura le ha fatte streghe". È la vera indole della donna, il suo temperamento. Nasce fata. In ricorrenti celebrazioni, è sibilla e, in amore, maga. Per scaltrezza e malizia (spesso capricciosa e benefica), è strega che svela il destino e magari placa o evita i malanni.

Viaggiando, vediamo che ogni popolo primitivo ha uguale inizio: l'uomo caccia e combatte, la donna s'ingegna, immagina, crea sogni e divinità. Certi giorni è veggente, padrona delle immense ali del desiderio e della fantasia. Per meglio prevedere il tempo, osserva il cielo. Ma non ha meno a cuore la terra. Volgendo gli occhi sui teneri fiori, anche lei giovane fiore, li conosce intimamente e, come donna, a loro chiede di guarire chi ama.

Semplice, commovente avvio di religioni e scienze. In seguito, ogni cosa si separa e vediamo giungere lo specialista: il giullare, astrologo o profeta, negromante, prete o medico. Tuttavia, in principio la donna è tutto.

Il paganesimo greco, religione potente e vitale, comincia dalla sibilla e finisce con la strega. La prima, vergine bella e luminosa, lo cullò circondandolo d'una magica aureola. Più tardi, deluso, malato, nelle tenebre medievali, per deserti e boschi, la strega lo protesse e, pietosamente, gli diede il nutrimento che lo tenne in vita. Così, per le religioni, la donna è madre, custode amorosa e nutrice fidata. Gli stessi dèi, come gli uomini, nascono e muoiono sul suo grembo.

[...]

Unico medico del popolo fu, per mille anni, la strega. Imperatori, re, papi, i più ricchi baroni avevano qualche dottore di Salerno, qualche moro o ebreo; ma la grande massa, un po' tutti e d'ogni condizione, consultavano solo la Saga o Saggia-donna. Non guarendo, la insultavano e le dicevano strega. Ma di solito, per rispetto e anche timore, la chiamavano Buonadonna o Belladonna: lo stesso nome dato alle fate.

Le capitò quanto ancora capita alla sua pianta preferita, la belladonna, e alle pozioni benefiche da lei usate, rimedi dei grandi flagelli del medioevo. Il ragazzo e l'ignaro passante maledicono queste livide erbe senza conoscerle. I colori indefiniti li terrorizzano. Arretrano, s'allontanano. Eppure si tratta solo di lenitivi (solanacee) che, somministrati con misura, hanno spesso guarito e alleviato molti mali.

Li trovate nei luoghi più sinistri, solitari e pericolosi, tra macerie e ruderi. Anche in questo somigliano a chi li utilizzava. Dove se non in lande selvagge avrebbe potuto vivere quell'infelice così perseguitata, quella maledetta, reproba, avvelenatrice che guariva e salvava? La sposa promessa del diavolo e del Male in persona, colei che ha fatto tanto del bene, come dice il gran dottore del Rinascimento Paracelso: che, nel 1527, fece a Basilea un falò di tutta la medicina, dichiarando di non sapere niente oltre a quanto appreso dalle streghe.

Meritavano un premio. L'ebbero. Le compensarono con torture e roghi. S'escogitarono appositi supplizi, inediti strazi. Venivano giudicate in massa e condannate per una parola. Mai ci fu più spreco di vite umane. Per non dire della Spagna, classica terra di roghi dove non c'è moro né ebreo senza strega, se ne contano settemila a Trèviri e non so quante a Tolosa. A Ginevra, cinquecento in tre mesi (1513); ottocento a Würzburg, quasi in un'infornata; e millecinquecento a Bamberg (due piccolissimi vescovadi). Ferdinando II in persona, il bigotto e crudele imperatore della guerra dei trent'anni, fu costretto a controllare i suoi bravi vescovi: non avrebbero risparmiato un solo suddito. Nella lista di Würzburg trovo uno stregone undicenne, uno scolaro e una strega di quindici anni; a Bayonne due di diciassette, per loro disgrazia graziose.

[...]

Neppure i moderni hanno troppo studiato la cronistoria morale della stregoneria. S'attardano eccessivamente sui rapporti tra medioevo e antichità. Rapporti reali, ma labili e di poco conto. La vecchia maga, la veggente celtica e quella germanica non sono ancora la vera strega. Le innocue Sabasie (da Bacco Sabasio), modesti sabba campestri continuati nel medioevo, niente hanno in comune con la messa nera del XIV secolo, questa grande, solenne sfida a Gesù. Tali terribili concezioni non provengono dalla tradizione. Uscirono dall'orrore del tempo.

A quando risale la strega? Rispondo senza esitare: "Ai tempi della disperazione". Della profonda disperazione causata dal mondo della Chiesa. Senza esitare, dico che "la strega è il suo delitto".

Nemmeno mi soffermo su ipocrite spiegazioni che vorrebbero minimizzare: "Debole, fragile era la creatura, facile alle tentazioni. La concupiscenza l'ha spinta al male". Ma, nell'indigenza e nella carestia dell'epoca, come poteva una passione portarla alla furia diabolica? Se la donna innamorata, trascurata e gelosa, se la ragazza scacciata dalla matrigna o la madre malmenata dal figlio (vecchi temi di leggende), hanno avuto la tentazione d'invocare lo spirito maligno, tutto questo non è la strega. Che queste povere creature invochino Satana, non significa che vengano accettate. Sono ancora lontane, ben lontane, dall'essere pronte per lui. Non hanno l'odio di Dio.

Per capire un po' meglio, leggete gli odiosi registri tramandati dall'Inquisizione non negli estratti di Llorente e Lamothe-Langon, ma in ciò che resta degli originali di Tolosa. Leggeteli nella loro piattezza, nella loro lugubre aridità così spaventosamente feroce. Bastano poche pagine, per sentirsi gelare. Vi assale un freddo crudele. La morte, la morte, la morte: ecco cosa si sente a ogni riga. Siete alfine nella bara, o in una stretta cella di pietra dai muri ammuffiti. I più fortunati vengono messi a morte. La cella, l' in pace, è l'orrore. Tale formula ricorre all'infinito, come una campana d'infamia che suoni e risuoni per avvilire i morti in vita. Sempre la stessa parola: Murati.

Orrifico sistema per annientare e opprimere, spietata pressa per schiacciare l'anima. Un giro di vite dopo l'altro, strozzata, zoppicante, schizzò dal marchingegno cadendo nell'ignoto. La strega, al suo apparire, non ha padre né madre; non ha figli, marito, famiglia. È un mostro, una meteora giunta chissà da dove. Chi, gran Dio, oserebbe avvicinarla?