sabato 14 gennaio 2012

Neve,una fiaba di Yuko

Tutto cominciò per magia.
A quei tempi un samurai dell’imperatore, Soseki era il suo nome, aveva partecipato ad una battaglia molto violenta che si era conclusa con una brillante, bella ed imprevedibile vittoria.
Soseki tornava da vincitore.
Trionfante ma ferito: un soldato cui aveva tranciato la testa, prima di morire riuscì a ferirlo ad una spalla con un colpo di sciabola.
Il samurai non riuscì mai a dimenticare la visione di quell’uomo senza testa.
Era quanto di più terribile gli fosse mai capitato di vedere in tutta la sua vita.
Dopo la sciabolata, svenne.
Lo curarono ma delirò a lungo. La settimana seguente aveva ancora negli occhi l’orrore.
Quando ebbe recuperato le forze, prese la strada del ritorno; non voleva più combattere e non per la ferita che gli era stata inflitta quanto per il mero disgusto che provava nei confronti della guerra. Lui che aveva consacrato tutta la sua esistenza all’esercito si rendeva conto di non poter mai più uccidere.
Lasciò dunque l’esercito e si avviò a piedi a casa.
E fu allora che il miracolo si compì.
Intirizzito dal gelo, allo stremo delle forze, con ancora negli occhi l’orrore della guerra, solo nell’abisso dell’inverno, solo nella vertigine della sua solitudine, solo nel suo silenzio, laddove avrebbe dovuto morire cento volte di fame di freddo di stanchezza di disperazione, sopravvisse.
Sopravvisse perché ciò che vide era l’immagine più sublime e bella che mai gli fosse stato concesso di vedere in tutta la sua vita.
L’immagine era quella di una giovane donna in equilibrio su una fune, una giovane donna leggera come un uccello, una funambola che con la grazia di uno scoiattolo si esibiva sopra il fiume argentato. Era a più di sessanta piedi dal suolo e più che camminare sul filo, fluttuava nell’aria come per magia.
Guardandola scivolare soavemente nell’azzurro lassù, in piedi su un filo invisibile con un bilanciere tra le mani, la si sarebbe detta un Angelo.
Soseki si avvicinò lentamente a lei e la sua bellezza lo incantò. Si avvicinò ancora fino a trovarsi proprio sotto di lei…sembrava che volasse…sulla riva si era radunata una piccola folla per assistere alla strana apparizione.
Il samurai chiese ad un vecchio:
“Chi è?”
Il vecchio rispose con voce tremante:
“ E’ una funambola. Oppure è un uccello biondo che si è smarrito nell’aria.”

Era una funambola , e la sua vita seguiva una sola linea.
Retta.
Veniva dalla Francia e il suo nome era Neve. L’avevano soprannominata così perché aveva la pelle bianchissima, gli occhi di ghiaccio e i capelli color dell’oro; e anche perché quando guizzava in aria pareva leggera come un fiocco di neve.
Un giorno il suo cammino incrociò quello di un circo ambulante e scoprì che poteva sognare ad occhi aperti.
Incurante dei pericoli, decise di farne il proprio mestiere: iniziò con una fune tesa a pochi centimetri da terra fino a salire sempre più sia nell’altezza che nella maestria della sua arte.
Salita sulla fune, non ne era mai più discesa.
Neve era divenuta funambola per amore dell’equilibro; non si sentiva mai così a suo agio come quando camminava sul filo a mille piedi dal suolo.
Dritto davanti a sé.
Senza deviare mai d’un solo millimetro dalla rotta.
Era il suo destino.
Avanzare passo dopo passo.
Da un capo all’altro della sua vita.


Aveva solo diciannove anni ma le sue prodezze raggiunsero ed incantarono tutte le principali piazze d’Europa; aveva percorso centinaia di chilometri sulla sua fune tesa, spesso rischiando la vita.
Non era una semplice funambola, lei procedeva nell’aria come per magia perché in realtà la cosa più difficile non era mantenersi in equilibrio e nemmeno dominare la paura e tanto meno camminare su quella fune infinita , su quel filo di musica intervallata da vertigini allucinanti.
La cosa più difficile, quando avanzava nella luce del mondo, era di non tramutarsi in un fiocco di neve.
Ormai la reclamavano da ogni angolo del mondo sicché se ne andò con la sua fune lungo le cascate del Niagara e il fiume Colorado.
Poi, senza quasi accorgersene, arrivò in Giappone nella terra dei samurai.
E un samurai la guardava e gia l’amava
Agli occhi di Soseki, Neve era al tempo stesso poesia, pittura , calligrafia, danza e musica.
Quando la bella straniera finì l’esibizione, il samurai le si avvicinò e nel farlo scoprì la finezza dei suoi lineamenti, il disegno della sua bocca, la linea delle sue sopracciglia e capì che non avrebbe mai più scordato quel volto incantato.
La guardò negli occhi e così fece anche lei.
Non ci fu bisogno di parole.
Neve sorrise e in quel sorriso Soseki perdette l’anima.
S’inginocchio, depose la sciabola ai suoi piedi e le disse:
“Voi siete ciò che sto cercando”
Neve invece non cercava nessuno ma il gesto del giovane samurai le parve di una tale bellezza che se ne deliziò.
E lo sposò.
I primi anni furono felici.
Un lieto evento venne a consolidare il legame della coppia: una femminuccia. Possedeva tutta la bellezza diafana della madre e i capelli neri del padre. La chiamarono Fiocco di Primavera.
La loro vita era fatta di pace e silenzio.
Giunse l’inverno.
Poi la primavera.
La bambina crebbe nell’estasi della luce.
Neve era felice: in una mano teneva l’amore di Soseki e nell’altra il proprio cuore, che offriva alla figlia.
E quel fragile bilanciere serviva a tenerla in equilibrio sul filo della felicità.
Ma un giorno l’equilibrio di quel bilanciere si fece così fragile da rompersi.
L’affetto dei suoi cari non le bastava più, la vita nell’aria le mancava terribilmente.
Chiese a Soseki il consenso su una sua ultima esibizione. Voleva tendere una fune da un monte all’altro nel cuore delle Alpi giapponesi.
Soseki reputava insensata l’idea di mettere in pericolo la sua vita ma, da vero samurai, s’inchinò ed acconsentì.
Neve si esercitò per ore nel giardino e Soseki non si stancava di guardarla: su quel filo sua moglie era così bella, così eterea.
Aveva i capelli biondi.
Aveva lo sguardo limpido.
E camminava nell’aria.
L’esibizione fu fissata i primi giorni dell’estate.
Neve aveva fatto arrivare dall’Europa due cavi d’acciaio: uno era corto e sottile mentre l’altro assai più spesso e lungo cinquecento metri.
Due servi furono incaricati del fissaggio dei cavi nei punti delle due vette più alte delle Alpi nipponiche.
Per assistere alle prodezze della giovane artista francese si radunò una numerosa folla; si narra che all’esibizione fu presente persino l’imperatore, accanto al samurai.
Quando Neve posò i piedi sul cavo, la folla rumoreggiò: lassù, così in alto, faceva venire le vertigini al solo guardarla…sembrava un piccolo punto bianco nello spazio, un fiocco di neve nell’immensità del cielo.
Munita del suo bilanciere, si esibì per più di un’ora e mezza. Sotto trattenevano il fiato.
Un passo falso ed era morte certa.
Ma Neve, padroneggiando perfettamente la sua arte, avanzava con grazia.

Passo dopo passo.

Silenzio dopo silenzio.

Soffio dopo soffio.

Di vertigine in vertigine.

Non inciampò mai.

Fu il filo che si ruppe.

Sicuramente mal fissato, il cavo si staccò dalla roccia.
Chi la vide scomparire laggiù, nel cuore delle Alpi, pensava ad un uccello che cadeva dal cielo.
Il suo corpo non venne mai più ritrovato, Neve era diventata neve e dormiva nel letto del suo candore.
Soseki non si riprese mai dalla perdita della moglie.
I due servi maldestri vennero licenziati all’istante senza altra forma di vendetta. Si seppe che qualche giorno dopo, si gettarono da una rupe dilaniati dal rimorso.
Soseki non reagì alla notizia; vedeva solo il proprio dolore.
Tornato a casa gettò via la sua divisa.
Mai più sarebbe stato samurai.
Mai più sarebbe stato ufficiale dell’imperatore.
Mai più avrebbe rivisto Neve.
Mai più avrebbe rivisto la sua bellezza.
Si sarebbe consacrato alla figlia e all’arte.
All’arte assoluta.
Fu così che Soseki, per amore di una donna, diventò poeta e musicista e calligrafo e ballerino.
E pittore. Perché la pittura era chiaramente il legame più fedele tra il volto perduto e l’arte assoluta, il mezzo più sicuro per ritrovare Neve.
Trascorse lunghi anni cercando di dipingere quella strana figura ma non era mai soddisfatto; i suoi quadri, benché splendidi gli sembravano troppo colorati, poco somiglianti.
Come poteva dipingere il candore?
Soseki continuò a tentare, giorno dopo giorno, notte dopo notte, senza mai stancarsi.
Poi cominciò a sentirsi vecchio.
La figlia, ormai adulta, si trasferì a Tokyo.
L’ormai anziano Soseki si ritrovò solo davanti alla tela. Si sfiniva la vista a furia di contemplare l’immagine che gli rimaneva della moglie scomparsa.
Un giorno, per via di quel lavoro incessante, perse la vista.
E fu proprio quel giorno che dagli abissi della sua cecità, Soseki dipinse il più bianco e il più bello di tutti i ritratti di Neve.
Il candore non è un colore, è un’assenza di colore.

Ci sono due specie di persone.

Ci sono quelli che vivono, giocano e muoiono.

E poi ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita.

Ci sono gli attori.

E ci sono i funamboli.