lunedì 25 giugno 2012

Quanto piú puoi

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con le gente
con troppe parole in un via vai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea

Costantinos Kavafis

Dorothea Lange

martedì 19 giugno 2012

Ho paura del buio ma d’altra parte Leopardi aveva paura dei sottomarini

Mi imbatto nel poeta Azael e condivido con voi questa sua poesia nonchè il suo sito dove potrete leggerne di altre http://www.decubito.org/






























A parte questo
non ho paura di niente
l’uomo nero, no
la morte, no
la peste medievale, no
i ragni, anche pelosi, no
il buio, sì
ma d’altra parte Leopardi aveva paura dei sottomarini.
Della solitudine, no
anzi della solitudine ho il contrario di paura
qual è il contrario di paura?
Paura, sostantivo femminile, contrari: serenità, tranquillità, calma, coraggio, audacia
Coraggio?
Ho coraggio della solitudine
ho l’audacia della solitudine
e la tranquillità dell’uomo nero
ma del buio no
nemmeno se sono solo, al buio
perché nel buio le librerie confinano con l’ignoto
i grandi non hanno paura del buio perché sono pazzi,
quelle stesse librerie che normalmente confinano con l’armadio
ecco, al buio confinano con i lupi siberiani, con l’adolescenza e i cani, con le seppie e piselli
ma, soprattutto, col buio
l’infelicità del piede che sbatte
sta tutta nella delusione
pochissimo nell’alluce
le cose che succedono al buio nessuno le sa
la mamma, nemmeno la mamma, le sa
figuriamoci il dio degli eserciti
le librerie forse sì, ma come cazzo ci parli con le librerie?
Le librerie non hanno paura del buio perché sono pazze.
Vorrei confinare con un armadio
o un mare Adriatico
vorrei essere come la Slovenia, per una volta
e avere un profilo geografico certo
un altrove declinante a sud ovest
una forma accettabile
conosciuta, senza alluci sporgenti né progetti confusi
che se spegni la luce confini lo stesso
col domani Adriatico, il male Tirreno, il dopo stampato
sul mappamondo
la morte fissata tra Pula e Rovigno
avrei il coraggio di Pula e Rovigno, e dell’Istria tutta
ma non è così,
non è così
chiudi gli occhi e c’è il buio
ti ci metti le mani davanti e c’è il buio
pensi e c’è il buio
mangi le seppie e c’è il buio
gli alluci sono già pronti a partire per guerre tremende
il mondo finisce
uccidetemi adesso
appena finita questa poesia
sparatemi, davvero
sparatemi a morte
non ho mica paura
e nemmeno dei ragni, dei grilli, dei lupi,
ma di tutto quello spazio tra La Spezia e Piacenza, senza autostrade, senza i pallini delle città,
di quell’ignoto incresparsi orografico che mi resta da vivere
del buio, angoscia geografica, sì
io ho paura di dove confino, di dove finisco
di non parlare la vostra lingua
del buio
ma d’altra parte Leopardi aveva paura dei sottomarini.

lunedì 18 giugno 2012

Donna sola in cammino

Scomodo rischio è questo
in un mondo ancora tutto al maschile.
Dietro a ogni angolo ti aspettano
in agguato incontri vuoti.
E percorri vie che ti trafiggono
con sguardi curiosi.
Donna sola in cammino.
Essere inerme
è la tua unica arma.
Tu non hai mutato alcun uomo
in protesi per sostenerti,
in tronco d'albero per appoggiarti,
in parete - per rannicchiarti al riparo.
Non hai messo il piede su alcuno
come su un ponte o un trampolino.
Da sola hai iniziato il cammino,
per incontrarlo come un tuo pari
e per amarlo sinceramente.
Se arriverai lontano,
o infangata cadrai,
o diventerai cieca per l'immensità
non sai, ma sei tenace.
Se anche ti annientassero per strada,
il tuo stesso partire
è già un punto d'arrivo.
Donna sola in cammino.
Eppure vai avanti.
Eppure non ti fermi.
Nessun uomo può
essere così solo
come una donna sola.
Il buio davanti a te cala
una porta chiusa a chiave.
E non parte mai,
di notte la donna sola in cammino.
Ma il sole come un fabbro
schiude i tuoi spazi all'alba.
Tu cammini però anche nell'oscurità
e non ti guardi intorno con timore.
E ogni tuo passo
è un pegno di fiducia
verso l'uomo nero
col quale a lungo ti hanno impaurita.
Risuonano i passi sulla pietra.
Donna sola in cammino.
I passi più silenziosi e arditi sulla terra umiliata,
anche lei
donna sola in cammino.

Dalla raccolta Tempo inverso. Versi.Sofia, 1966
Blaga Dimitrova

La Perdita

Non so se mi ero innamorata di te.
Mi innamorai però di altre cose, lo so: 
di una stanza scomoda rivolta a nord, 
di una teiera che crepitava di sera. 

Degli alberi mi innamorai che toglievano spazio, 
dei solitari e soffocanti cinema di quartiere, 
dei dolorosi ricordi di prigione, 
di un muro ferito dalle bombe. 

Delle fermate del tram, delle foglie ricoperte di brina, 
di una calda tasca con castagne bruciate, 
della pioggia scrosciante, del suono del telefono, 
perfino della nebbia fonda color cenere. 

Di tutto il mondo mi ero innamorata, non di te. 
Lo scoprivo nuovo, interessante, ricco. 
Per questo soffro... Non per averti perso. 
Altro ho perduto - il mondo intero.


Dalla raccolta A domani.Versi, Sofia, 1959 
Blaga Dimitrova


SALA D'ASPETTO


L'intero spazio della mia vita
fu una sala d'aspetto da soglia a soglia,
racchiusa da vetri con aria in cornici d'acciaio
sotto le picche incrociate
di lancette d'orologio.
Stare in ascolto. Sussurrare. Trattenere il respiro.
Attendere un qualche segnale.
Ritardo. E di nuovo.Ancora un poco.
Già domani.
un attimo di pazienza infinita.
Se sbattevo l'ala contro l'aria vitrea,
invece di infrangerla,
era l'aria a spezzare la mia ala.

Sono già trascorsi i miei secondi.

Non saprò aspettare. Ma confuso
come in un sogno apparve
attraverso i vetri sporchi,
quasi in uno specchio nella nebbia,
il mio volto riflesso.
Era il volto stesso dell'attesa,
giunto al punto di pietrificazione.
E ho capito, all'improvviso:
c'è sempre un'ultima scadenza
per infrangerlo col naso -
per smuovere quest'aria inchiodata.
Non arriverà più un treno da altri luoghi.
Non più.
Dovrò io stessa diventare
il fischio di un treno lontano,
e un ritmo affannoso
sempre più veloce, sempre più vicino,
sempre più qui!

L’imitation du cinéma (Imitation of cinema) by Léo Dohmen  


Blaga Dimitrova 
Dalla raccolta Spazi, Sofia, 1980

giovedì 14 giugno 2012

La preghiera del Clown

Noi ti ringraziamo nostro buon Protettore per averci dato anche oggi la forza di fare il più bello spettacolo del mondo.Tu che proteggi uomini, animali e baracconi, tu che rendi i leoni docili come gli uomini e gli uomini coraggiosi come i leoni, tu che ogni sera presti agli acrobati le ali degli angeli, fa' che sulla nostra mensa non venga mai a mancare pane ed applausi. Noi ti chiediamo protezione, ma se non ne fossimo degni, se qualche disgrazia dovesse accaderci, fa che avvenga dopo lo spettacolo e, in ogni caso, ricordati di salvare prima le bestie e i bambini.Tu che permetti ai nani e ai giganti di essere ugualmente felici, tu che sei la vera, l'unica rete dei nostri pericolosi esercizi, fa' che in nessun momento della nostra vita venga a mancarci una tenda, una pista e un riflettore. Guardaci dalle unghie delle nostre donne, ché da quelle delle tigri ci guardiamo noi, dacci ancora la forza di far ridere gli uomini, di sopportare serenamante le loro assordanti risate e lascia pure che essi ci credano felici. Più ho voglia di piangere e più gli uomini si divertono, ma non importa, io li perdono, un pò perchè essi non sanno, un pò per amor Tuo, e un pò perchè hanno pagato il biglietto. Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola, ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura. C'è tanta gente che si diverte a far piangere l'umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri. 




dal film "Il più comico spettacolo del mondo" di Mario Mattoli, del 1953

martedì 5 giugno 2012

Non so dove vado

Non so dove vado, ma so con chi vado.
Non so dove sono, ma so che sono in me. 
Non so che cosa sia Dio, ma Dio sa che cosa sono. 
Non so che cosa sia il mondo, ma so che è mio. 
 Non so quanto valgo, ma so non fare paragoni. 
Non so che cosa sia l’amore, ma so che godo della sua presenza. 
Non posso evitare i colpi, ma so come sopportarli. 
Non posso negare la violenza, ma posso negare la crudeltà. 
Non posso cambiare il mondo, ma posso cambiare me stesso, 
Non so che cosa faccio, ma so che sono fatto da ciò che faccio. 
Non so chi sono, ma so che sono colui che non sa. 

 (Da “La danza della realtà”) 

 Alejandro Jodorowsky

Paula Romo in El Topo

sabato 2 giugno 2012

Nella Moltitudine

Sono quella che sono. 
Un caso inconcepibile 
come ogni caso. 
In fondo avrei potuto 
avere altri antenati; 
e così avrei preso il volo 
da un altro nido; 
così da sotto un altro tronco 
sarei strisciata fuori in squame. 
Nel guardaroba della natura 
c’è un mucchio di costumi: 
di ragno, gabbiano, topo campagnolo. 
Ognuno calza subito a pennello
e docilmente è indossato
finché non si consuma. 
Anch’io non ho scelto, 
ma non mi lamento. 
Potevo essere qualcuno 
molto meno a parte. 
Qualcuno d’un formicaio, banco, sciame ronzante, 
una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento. 
Qualcuno molto meno fortunato, 
allevato per farne una pelliccia, 
per il pranzo della festa, 
qualcosa che nuota sotto un vetrino. 
Un albero conficcato nella terra, 
a cui si avvicina un incendio. 
Un filo d’erba calpestato 
dal corso di incomprensibili eventi. 
Uno nato sotto una cattiva stella, 
buona per altri. 
E se nella gente destassi spavento, 
o solo avversione, 
o solo pietà? 
Se al mondo fossi venuta 
nella tribù sbagliata 
e avessi tutte le strade precluse? 
La sorte, finora, 
mi è stata benigna. 
Poteva non essermi dato 
il ricordo dei momenti lieti. 
Poteva essermi tolta 
l’inclinazione a confrontare. 
Potevo essere me stessa – ma senza stupore, 
e ciò vorrebbe dire
qualcuno di totalmente diverso.

Piotr Zgodzinski
Wislawa  Szymborska