mercoledì 25 luglio 2012

Si tende tutto l'essere


Si tende tutto l’essere in un urlo 
di desiderio. Voglio la parola 
lancinante, assoluta, che cancelli 
scialbature di sempre. 
Quella freccia che infilza dritta il cuore 
mentre sorride l’Angelo, tremenda 
voglio quella parola (la pronuncia 
l’Angelo, ma oltre una vetrata) - 
l’ha sentita Teresa? Ogni parola 
al di qua della freccia è un’eresia. 
E’ assoluta la rosa se si fonde 
alla tua pelle – e le spine sul cuore.

Maria Luisa Spaziani

Per i morti

Ho sognato di chiamarti al telefono 
per dirti: Sii più dolce con te stesso 
ma eri ammalato e non hai risposto 
Lo spreco del mio amore prosegue in questo modo 
cercando di salvarti da te stesso 
ho sempre pensato ai residui 
di energia, di come l'acqua scorre da un colle 
dopo che le piogge si sono fermate 
o del fuoco che vuoi lasciare quando vai a letto 
ma senza riuscirci, che si consuma senza spegnersi, 
i carboni sempre più rossi, sempre più strani 
nel scintillare e nello spegnersi 
di quanto tu non lo desiderassi 
seduto lì a mezzanotte passata

Adrienne Rich

Nobuyoshi Araki

lunedì 23 luglio 2012

Lina Basquette








Sii dolce con me. Sii gentile.


Sii dolce con me. Sii gentile. 
E’ breve il tempo che resta. Poi 
saremo scie luminosissime. 
E quanta nostalgia avremo 
dell’umano. 
Come ora ne 
abbiamo dell’infinità. 
Ma non avremo le mani. 
Non potremo 
fare carezze con le mani. 
E nemmeno guance da sfiorare 
leggere.
Una nostalgia d’imperfetto 
ci gonfierà i fotoni lucenti. 
Sii dolce con me. 
Maneggiami con cura. 
Abbi la cautela dei cristalli 
con me e anche con te. 
Quello che siamo 
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei 
e affettivo e fragile. 
La vita ha bisogno 
di un corpo per essere 
e tu sii dolce 
con ogni corpo. 
Tocca leggermente 
leggermente poggia il tuo piede 
e abbi cura 
di ogni meccanismo di volo 
di ogni guizzo e volteggio 
e maturazione e radice 
e scorrere d’acqua e scatto 
e becchettio e schiudersi o 
svanire di foglie 
fino al fenomeno 
della fioritura, 
fino al pezzo di carne sulla tavola 
che è corpo mangiabile 
per il mio ardore d’essere qui. 
Ringraziamo. Ogni tanto. 
Sia placido questo nostro esserci - 
questo essere corpi scelti 
per l’incastro 
dei compagni 
d’amore. nei libri.

Mariangela Gualtieri
da "Bestia di gioia"

domenica 22 luglio 2012

Da un atlante del mondo difficile


So che stai leggendo tardi questa
poesia, prima di lasciare l' ufficio
con l'abbagliante lampada gialla e la finestra nel buio
nell'apatia di un fabbricato sbiadito nella quiete
dopo l'ora di traffico. 
So che stai leggendo questa poesia
in piedi nella libreria lontano dall'oceano
in un giorno grigio di primavera, fiocchi sparsi di neve
spinti attraverso enormi spazi di pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza dove tanto è accaduto che non puoi sopportare
dove i vestiti giacciono sul letto in cumuli stagnanti
e la valigia aperta parla di fughe
ma non puoi ancora partire. 
So che stai leggendo questa poesia
mentre il treno della metropolitana perde velocità e prima di salire
le scale
verso un nuovo tipo d'amore
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia ala luce
del televisore dove immagini mute saltano e scivolano
mentre tu attendi le telenotizie sull'intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d'attesa
Di occhi che s'incontrano sì e no, d'identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto la luce al neon
nel tedio e nella stanchezza dei giovani fuori gioco,
che si mettono fuori gioco quando sono ancora troppo giovani. 
So che stai leggendo questa poesia con una vista non più buona, le spesse lenti
ingigantiscono queste lettere oltre ogni significato però
continui a leggere perché anche l'alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia mentre vai e vieni accanto alla stufa
scaldando il latte, sulla spalla un bambino che piange, un libro
nella mano
poiché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia non scritta nella tua lingua
indovinando alcune parole mentre altre continui a leggerle
e voglio sapere quali siano queste parole.
So che stai leggendo questa poesia mentre ascolti qualcosa,
diviso fra rabbia e speranza
ricominciano a fare di nuovo il lavoro che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non rimane
nient'altro da leggere
là dove sei atterrato, completamente nudo.

Adrienne Rich
Studying Radioside, c. 1944 

venerdì 20 luglio 2012

Sciogli la treccia,Maria Maddalena. L'incipit

Dopo il primo e unico romanzo letto prima d'ora che ha dato vita anche al mio pseudonimo Mimì Bluette (uno dei tanti) torno tra le pagine di Guido da Verona tristemente,e a torto, detto il D'Annunzio dei Poveri.
La sua fu considerata letteratura proibita,fu lo scrittore di un'Italia povera ,ossessionata dal peccato e reduce da una guerra che la lasciava senza molte cognizioni politiche e geografiche.
Tra il 16 ed il 30 ebbe un 'immensa fama che andò via via nebulizzandosi.
"Sciogli la treccia,Maria Maddalena" viene considerato uno dei romanzi,dopo "Mimì Bluette,fiore del mio giardino",di maggior successo all'epoca.
Parliamo di uno scrittore "alla moda", il "D'Annunzio delle dattilografe e delle manicure" come venne definito.
La critica fece il suo dovere,e lo criticò.I suoi testi non vengono ristampati da anni.Peccato,dico io.
Di seguito l'incipit di "Sciogli la treccia,Maria Maddelena"


San Sebastiano, Settembre 1912

 Brassaï
Fino ad oggi, nella regale città di Maria Cristina, in questa gloriosa capitale del Nord, sul divino Atlantico, la cosa che più m'interessava era - lo confesso - l'imbecillissimo gioco del «trente et quarante». Ma questa sera ho incontrata una donna, che i miei calmi occhi di navigatore forse non potranno dimenticare mai. Eravamo seduti così presso, alla tavola del «trente et quarante», che un sottile velo di cipria, staccandosi dal suo braccio seminudo, impolverava leggermente la mia manica nera. Giocava con febbre, giocava con irritazione, spingendo sul tavoliere, ad ogni colpo, senza nemmeno contarli, grossi mucchi di gettoni e di denaro. C'era in lei, nella luce della sua carne, forse nel colore de' suoi lineamenti, un non so che di pericoloso e d'innocente, una bellezza perfetta e funesta, torbida e scintillante, che formava, tra la luce de' suoi capelli, un'aureola di splendore, la isolava dalla folla, quasi cancellava intorno al suo volto la confusione di tutte l'altre fisionomie. Poichè la guardavo con fissità, ella d'un tratto si volse; parve cercasse qualcosa, o volesse chiedermi qualcosa, pur seguendo con occhi attenti la mano veloce del mazziere, che andava rivolgendo le carte. Vinse il colpo; le sue ciglia dorate brillarono. Forse le mancava esattamente un fiammifero per accendere la sigaretta, una piccola fiamma rossa per mandare la vita in fumo. Era una bellissima creatura, lunga, snodata, sottile, con una capigliatura di mogano scintillante, un profilo rettilineo ma soave, le mani così prive di colore che parevan quasi vecchie nella sua trasparente gioventù. L'abito che portava, il fino intreccio di piume del Paradiso che si arruffavano intorno a' suoi capelli veramente gloriosi, gli anelli che opprimevano le sue leggere dita, i braccialetti che le avvolgevano il polso, ed il profumo doloroso, eccessivo, irritante, che mandava la sua fina cipria, la sua fina seta, il respiro de' suoi labbri dipinti, la visibile forma della sua nudità, in quella sala calda, gremita, nel rumore del gioco, sotto il peso dei lampadari accecanti, nel brillare del tappeto, nella febbre del vincere, mi stordivano, mi esasperavano, e quasi mi pareva che in lei sola fosse l'origine di tutta questa concitazione. Quando avvicinò alle mie dita le labbra, per accendere la sigaretta, i suoi occhi risero, tutto il suo volto rise; non mi ringraziò, scosse indietro la fronte, pose ancora denaro sul mucchio di gettoni che le appartenevano - ed aspettò. Aspettò immobile, quasi godesse la voluttà perversa di quel lungo tormento, l'irritazione meravigliosa che le sue vene proverebbero, vincendo, perdendo, sopra una carta imprevedibile. Chi era? Da che luogo era giunta? Chi mai possedeva le sue labbra così calde e così limpide? L'elettricità rompeva in mille arcobaleni quasi verdi la sua triplice collana di perle; perle tutte d'un colore, che pareva tenessero imprigionato nella loro splendente anima un raggio di sole. Era - io pensavo - una donna del Nord, nata fra i bianchi silenzi delle nebbie settentrionali, forse in una casa grigia, in una piccola strada, in un remoto villaggio delle vecchie contee. Veniva dal Nord; l'amore le aveva dato que' gioielli, quel riso, quella sua bellezza inesorabile. Aveva la mano costrutta per bene immergersi nelle ricchezze altrui; aveva un corpo fatto per regalare qualche ora di voluttà costosa e indocile a chi potesse permetterle di giocare sopra una carta fortuita il denaro che paga per un anno la fatica di numerosi operai.
[...]

giovedì 5 luglio 2012

La città - Costantinos Kavafis

Hai detto: "Per altre terre andrò, per altro mare.
Altra città, più amabile di questa, dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento,
dove il mio cuore come un morto sta sepolto,
ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?
Dei lunghi anni, se mi guardo attorno,
della mia vita consumata qui, non vedo
che nere macerie e solitudine e rovina".

Non troverai altro luogo non troverai altro mare.
La città ti verrà dietro. Andrai vagando
per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.
Imbiancherai in queste stesse case. Sempre
farai capo a questa città. Altrove, non sperare,
non c'è nave non c'è strada per te.
Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto
tu l'hai sciupata su tutta la terra.



TESTAMENTO

Cercami nelle parole 
che non ho trovato 

17 novembre 1994 

- Dalla raccolta Sull'orlo, 1996 -
Blaga Dimitrova

 Marie-Thérèse Lelio, 1955 
Ida Kar