venerdì 15 novembre 2013

Er cortello

Ar mio, sopra la lama ch'e' rintorta 
C'e' stampata 'na lettra cor un fiore; 
Me lo diede Ninetta che m'e' morta, 
Quanno che me ce messi a fa' l'amore 
E quanno la baciai la prima vorta, 
Me disse: - Si m'avrai da da' er dolore 
De dimme che de me nun te n'importa, 
Prima de dillo sfonnemece er core. - 
 E da quer di' che j'arde el lanternino 
Davanti a la crocetta ar camposanto, 
Lo porto addosso come un abitino. 
E si la festa vado a fa' bisboccia, 
Si be' che ci abbi' tanti amichi accanto, 
Er mejo amico mio ce l'ho in saccoccia.

Cesare Pascarella


giovedì 18 luglio 2013

Patti Chiari,Amicizia Lunga

io non mi muovo 
io sto fermo
io non viaggio 
io sedimento 
io non vado 
io non vengo 
io sto 
 ho paura di viaggiare 
ho paura che mi perdo 
mi perdo nelle strade 
mi perdo nelle piazze 
mi perdo sopra i monti, 
in mezzo ai mari 
mi perdo dentro il bosco 
mi perderei anche in un bicchier d’acqua 
se ne esistesse uno tanto grande da contenermi 
 una volta mi son perso in casa mia 
hanno dovuto chiamare gli aiuti 
con i cani 
e mi hanno trovato che vagavo 
tra le poltrone del salotto 
 confondo i punti cardinali 
vado a nord 
arrivo a sud 
vado a est
 arrivo a ovest 
mi sembra di salire 
mi trovo sotto terra 
se voglio scendere 
sbuco sul tetto 
 l’estate io la odio 
che tutti partono 
per destinazioni lontane ed ignote 
e non paghi delle loro prossime avventure 
mi chiedono tutti, 
e tu dove vai? 
io? 
si, tu 
io? tu, si 
ah no, io no, io sto 
stai? 
sto 
dove? 
che domande, qui 
non sei triste?
 io no 
e loro non capiscono 
 io mai e poi mai potrei dire 
ho visto cose che voi umani 
tipo i bastioni di Tannoiser 
perché io sti viaggi verso l’ignoto, 
mai e poi mai, 
io che se il capitano Kirk mi offrisse un viaggio gratis sull’Interprais 
io gli direi, non grazie signor capitano Kirk 
che a me i luoghi sconosciuti dove nessun uomo è mai stato prima 
mi mette l’ansia 
 questa cosa, tra l’altro 
non mi facilita con le ragazze 
che alle ragazze, non ho capito perché, gli piace fare i viaggi 
io non ho la patente 
quindi manco a ballare posso portarle 
quindi patti chiari e amicizia lunga 
si sta a casa 
guardare la tele e fare l’amore

Guido Catalano

Nina Leen

venerdì 7 giugno 2013

Le tue mani ostinate

Poi a letto penso a te, 
la tua lingua metà oceano, metà cioccolata, 
alle case dove entri con disinvoltura, 
ai tuoi capelli di lana d’acciaio, 
alle tue mani ostinate 
e come rosicchiamo la barriera 
perché siamo due. 
Come vieni e afferri la coppa di sangue, 
mi ricompatti e bevi la mia acqua salata. 
Siamo nudi. 
Ci siamo denudati fino all’osso 
e insieme nuotando risaliamo il fiume, 
l’identico fiume chiamato Possesso 
e vi sprofondiamo insieme. Nessuno è solo. 

Then I think of you in bed, 
your tongue half chocolate, half ocean, 
of the houses that you swing into, 
of the steel wool hair on your head, 
of your persistent hands 
and then how we gnaw at the barrier 
because we are two. 
How you come and take my blood cup 
and link me together and take my brine. 
We are bare. 
We are stripped to the bone 
and we swim in tandem and go up and up the river, 
the identical river called Mine 
and we enter together. No one’s alone.

Anne Sexton


sabato 11 maggio 2013

L'amore mio è buonissimo

L’amore mio è buonissimo 
infatti quando si ricorda 
si sforza sempre di farmi delle domandine 
per far vedere che si interessa a me 
l’amore mio poverino è commovente 
L’amore mio quando era bambino era timidissimo con le bambine 
anch’io quand’ero bambina ero timidissima con i bambini 
forse però l’amore mio un giorno mi avrebbe chiesto come ti chiami 
e dopo avrebbe giocato con me un po’ a palla 
L’amore mio quando era bambino 
chissà che grembiulini metteva 
e se era un bambino buono o così così 
l’amore mio quand’era bambino 
se sapevo dov’era me lo rubavo 
chissà se l’amore mio ci sarà 
quando sarò in punto di morte 
mi piacerebbe tanto di sì 
e che mi stesse vicino vicino 
tanto è l’ultima volta 
e che mi dicesse delle cose commoventi 
per esempio mi dispiace molto che tu muoia 
l’amore mio è cattivo 
infatti non legge le mie poesie 
e allora le mie poesie si sono malate 
ecco 
e poi sono morte 
sono morte tutte e quattrocento 
e quello che adesso scrivo già non c’è più a meno che nel vento

Vivian Lamarque

Vivian Maier

Osceno e sacro

Osceno e sacro l'amore delibera 
stessa sede per sé e per gli escrementi. 
Se non mi leghi io non sarò mai libera, 
né casta mai se tu non mi violenti. 
Ci dava la prigione del destino 
solo qualche ora d'aria per l'amore 
che per destino ha solo il suo declino. 
Si aspetta e si riaspetta e poi si muore. 
Dài, maledetto! Amore, dài, sii buono, 
rimetti insieme tutte le mie tessere 
per farmi essere quella che sono 
e che ancora non ho potuto essere 
Così: una e molteplice, infinita 
negli insiemi infiniti della mente, 
e cripta di reliquie in morte e in vita, 
io solo questo so: che non so niente

Patrizia Valduga


"Amanda-il gerundio in gonnella del verbo amare"- Messaggio Promozionle

E' con immenso onore che vi segnalo l'uscita del libro d'esordio di Sara Gabrieli.
Un libro che parla un pò di me,parecchio di te,e molto di quell'altro lì.
Semplice,delizioso,commovente.
Lo troverete a breve in libreria,anche da Feltrinelli per intenderci,subito on line.

Io ve lo consiglio. E con orgoglio auguro a mia sorella tutto il successo e l'amore che merita.



Copertina a cura di Michela Pierlorenzi



giovedì 4 aprile 2013

C'è chi

C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita. 
È tutto in ordine dentro e attorno a lui. 
Per ogni cosa ha metodi e risposte. 

È lesto a indovinare il chi il come il dove 
e a quale scopo. 

Appone il timbro a verità assolute, 
getta i fatti superflui nel tritadocumenti, 
e le persone ignote 
dentro appositi schedari. 

Pensa quel tanto che serve, 
non un attimo in più, 
perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio. 

E quando è licenziato dalla vita, 
lascia la postazione 
dalla porta prescritta. 

A volte un po’ lo invidio - 
per fortuna mi passa. 


 Wislawa Szymborska

Louise Broooks

venerdì 15 marzo 2013

Il Filosofo

E cosa sei mai tu che ti desidero 
da rimanere sveglia tante notti 
quanti i giorni che esistono 
a piangere per causa tua? 
 E cosa sei mai tu che se ti perdessi, 
nell’avanzare dei giorni 
resterei ad ascoltare il vento 
e a fissare la parete? 
Conosco un uomo più bello 
e altri venti ugualmente gentili. 
E cosa sei mai tu da diventare
 l’unico uomo del mio cuore? 
 Già, il fare delle donne è un fare sciocco 
i saggi diranno certamente, 
e cosa sono mai io, che dovrei amare 
in modo giudizioso e conveniente?

Edna St. Vincent Millay


martedì 12 febbraio 2013

da IL SIGNORE D'ORO e da IL SIGNORE DEGLI SPAVENTATI

IL SIGNORE DI FRONTE 
Era un signore seduto di fronte a una signora seduta di fronte a lui. 
Alla loro destra/sinistra c'era una finestra, alla loro sinistra/destra c'era una porta. 
Non c'erano specchi, eppure in quella stanza, profondamente, ci si specchiava. 

IL SIGNORE NEL CUORE 
Le era entrato nel cuore. 
Passando dalla strada degli occhi e delle orecchie 
le era entrato nel cuore. 
E lì cosa faceva? 
Stava. 
Abitava il suo cuore come una casa. 

IL SIGNORE SOGNATO 
Splendidissima era la vita accanto a lui sognata. 
Nel sogno tra tutte prediletta la chiamava. 
E nella realtà? 
La realtà non c'era, era abdicata. 
Splendidissima regnava la vita immaginata. 

IL SIGNORE INTOCCABILE 
Nei sogni baciabilissimo 
intoccabile come un filo scoperto nella realtà 
era quel signore. 
Allora come fare? 
Bastava confondere un poco sogno e realtà 
cancellare con una bianca gomma 
l'inutile linea di confine. 

IL SIGNORE ANDATO VIA 
Era un signore andato via. 
A lei qui rimasta tantissimo mancava. 
La traccia da lui lasciata segnava ovunque 
intorno a lei l'aria. 
Come un quadro spostato 
per sempre segna la parete. 

LA SIGNORA DEI BACI 
Una signora voleva tanto dargli dei baci 
non dico tanti, anche solo sette otto 
(mila). Invece era proibito perciò non glieli dava. 
Se però non fosse stato proibito glieli avrebbe dati tutti 
dal primo all'ultimo. 
A cosa servono i baci se non si danno? 

LA SIGNORA IN FRETTA 
Il persempre era ormai cortissimo diventato. 
Quanti Natali erano rimasti? 
Una manciata. 
Allora bisognava non sprecare nemmeno un minuto? 
Sì, bisognava spicciarsi, per questo lei, in fretta, 
lo adorava. 

LA SIGNORA DELL'ULTIMA VOLTA 
L'ultima volta che la vide 
non sapeva che era l'ultima volta che la vedeva. 
Perché? 
Perché queste cose non si sanno mai. 
Allora non fu gentile quell'ultima volta? 
Sì, ma non a sufficienza 
per l'eternità. 

Vivian Lamarque

Precipizio

Come in un film da ridere 
mi stai facendo la fotografia 
e mi dici di fare un passo indietro 
ancora uno ancora uno uno 
mentre mi spingi verso il precipizio 
ti sorrido fiduciosamente 
(forse hai agito innocentemente).

Vivian Lamarque


Il Volto Nuovo

Che un giorno io avessi 
un riso di primavera – è certo; 
e non soltanto lo vedevi tu, lo specchiavi 
nella tua gioia: 
anch’io, senza vederlo, sentivo 
quel riso mio 
come un lume caldo 
sul volto. 

Poi fu la notte 
e mi toccò esser fuori 
nella bufera: 
il lume del mio riso 
morì. 

Mi trovò l’alba 
come una lampada spenta: 
stupirono le cose 
scoprendo 
in mezzo a loro 
il mio volto freddato. 

Mi vollero donare 
un volto nuovo. 

Come davanti a un quadro di chiesa 
che è stato mutato 
nessuna vecchia più vuole 
inginocchiarsi a pregare 
perché non ravvisa le care 
sembianze della Madonna 
e questa le pare 
quasi una donna 
perduta – 

così oggi il mio cuore 
davanti alla mia maschera 
sconosciuta. 

Dalida
Antonia Pozzi
20 agosto 1933

martedì 29 gennaio 2013

Lettera a Diego (Lettera di Frida Kahlo a Diego Rivera - Città del Messico 12 settembre 1939. Mai spedita)

"La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me. Nel sonno mi sentiresti vicina e senza risvegliarti le tue braccia mi stringerebbero. La mia notte non porta consiglio. La mia notte pensa a te, come un sogno a occhi aperti. La mia notte si intristisce e si perde. La mia notte accentua la mia solitudine, tutte le solitudini. Il suo silenzio ascolta solo le mie voci interiori. La mia notte è lunga, lunga, lunga. La mia notte avrebbe paura che il giorno non appaia più ma allo stesso tempo la mia notte teme la sua apparizione, perché il giorno è un giorno artificiale in cui ogni ora vale il doppio e senza di te non è più veramente vissuta. La mia notte si chiede se il mio giorno somiglia alla mia notte. Cosa che spiegherebbe la mia notte, perché tempo anche il giorno. La mia notte ha voglia di vestirmi e di spingermi fuori per andare a cercare il mio uomo. Ma la mia notte sa che ciò che chiamano follia, da ogni ordine, semina-disordine, è proibito. La mia notte si chiede cosa non sia proibito. Non è proibito fare corpo con lei, questo, lo sa, ma si irrita nel vedere una carne fare corpo con lei sul filo della disperazione. Una carne non è fatta per sposare il nulla. La mia notte ti ama fin nel suo intimo, e risuona anche del mio. La mia notte si nutre di echi immaginari. Essa, può farlo. Io, fallisco. La mia notte mi osserva. Il suo sguardo è liscio e si insinua in ogni cosa. La mia notte vorrebbe che tu fossi qui per insinuarsi anche dentro di te con tenerezza. La mia notte ti aspetta. Il mio corpo ti attende. La mia notte vorrebbe che tu riposassi nell’incavo della mia spalla e che io riposassi nell’incavo della tua. La mia notte vorrebbe essere spettatrice del mio e del tuo godimento, vederti e vedermi fremere di piacere. La mia notte vorrebbe vedere i nostri sguardi e avere i nostri sguardi pieni di desiderio. La mia notte vorrebbe tenere fra le mani ogni spasmo. La mia notte diventerebbe dolce. La mia notte si lamenta in silenzio della sua solitudine al ricordo di te. La mia notte è lunga, lunga, lunga. Perde la testa ma non può allontanare la tua immagine da me, non può dissipare il mio desiderio. Sta morendo perché non sei qui e mi uccide. La mia notte ti cerca continuamente. Il mio corpo non riesce a concepire che qualche strada o una qualsiasi geografia ci separi. Il mio corpo diventa pazzo di dolore di non poter riconoscere nel cuore della notte la tua figura o la tua ombra. Il mio corpo vorrebbe abbracciarti nel sonno. Il mio corpo vorrebbe dormire in piena notte e in quelle tenebre essere risvegliato al tuo abbraccio. La mia notte urla e si strappa i veli, la mia notte si scontra con il proprio silenzio, ma il tuo corpo resta introvabile. Mi manchi tanto, tanto. Le tue parole. Il tuo colore.

Fra poco si leverà il sole."

giovedì 24 gennaio 2013

Lettera a un amica, di Clarice Lispector

Questa lettera scritta da Clarice Lispector nel 1947 a una cara amica è rimasta inedita fino a quando il famoso scrittore brasiliano Caio Fernando Abreu l’ha avuta dalle mani della destinataria e l’ha pubblicata nella sua rubrica sul supplemento letterario di un quotidiano di San Paolo, il 25 luglio 1994.


Clarice Lispector

Berna, 2 gennaio 1947

Cara,

Non pensare che una persona abbia tanta forza da condurre una specie di vita e continuare a essere la stessa. Perfino tagliare i propri difetti può essere pericoloso, non si sa mai quale sia il difetto che sorregge il nostro edificio intero. Non so come spiegarti la mia anima. Ma quello que vorrei dire è che le persone sono molte preziose, e che solo fino a un certo punto possono rinunciare a se stesse e consegnarsi agli altri e alle circostanze. Dopo che una persona ha perduto il rispetto verso se stessa e verso le proprie necessità — rimane una specie di straccio. Avrei tanto voluto essere vicina a te e chiacchierare e raccontare esperienze mie e di altri. Avresti visto che ci sono certi momenti in cui il primo dovere da compiere è in relazione a se stessi. Da parte mia, non avrei voluto raccontarti come sono oggi, perché mi pareva inutile. Volevo semplicemente raccontarti il mio nuovo carattere, un mese prima di tornare in Brasile, in modo che lo sapessi. Ma spero, sulla nave o sull’aereo che ci porterà di ritorno, di trasformarmi istantaneamente nell’antica che ero, e forse non sarebbe necessario raccontarlo. Cara, quasi quattro anni mi hanno trasformata molto. Dal momento in cui mi sono rassegnata, ho perso tutta la vivacità e ogni interesse per le cose. Hai mai visto come un toro castrato si trasforma in un bue? Lo stesso si può dire di me… e mi pesa il duro confronto… Per adattarmi a ciò che era inadattabile, per vincere le mie ripulse, ho dovuto tagliare le mie catene — ho tagliato in me la forma che avrebbe fatto male agli altri e a me. E con questo ho tagliato anche la mia forza. Spero che tu non mi veda mai così rassegnata, perché è quasi ripugnante. Spero, sulla nave che mi porterà di ritorno, al solo pensiero di vederti e di riprendere un po’ la mia vita — che non era meravigliosa ma era una vita — di trasformarmi interamente.



Un’amica, un giorno, mi ha fatto coraggio, così diceva, e mi ha domandato: “Eri molto diversa, no?”Lei mi trovava ardente e vibrante, e quando mi ha incontrata si è detta: o questa calma eccessiva è un atteggiamento o lei è cambiata tanto da apparire quasi irriconoscibile. Un’altra persona ha detto che io mi muovo con la lassitudine di una donna di cinquant’anni. Tutto questo tu non lo vedrai né avvertirai, così voglia Dio.



Non ci sarebbe bisogno di dirlo, allora. Ma non ho potuto far a meno di volerti mostrare ciò che può accadere a una persona che è scesa a patti con tutti, e che si è dimenticata che il nucleo vitale di una persona va rispettato. Ascolta: rispetta anche ciò che c’è di cattivo in te — per amor di Dio, non volere fare di te una persona perfetta — non copiare nessuna persona ideale, copia te stessa — è questo l’unico modo di vivere.

Giuro su Dio che, se è vero che esiste un cielo, una persona che si sia sacrificata per vigliaccheria — sarà punita e andrà all’inferno. Sempre che una vita tiepida non venga punita proprio per questa tiepidezza. Prendi per te quello che ti appartiene, e quello che ti appartiene è tutto ciò che la tua vita esige. Sembra una vita amorale. Ma ciò che è veramente immorale è avere rinunciato a se stessi. Spero in Dio che tu mi creda. Mi piacerebbe perfino che, a mia insaputa, tu mi vedessi e assistessi alla mia vita. Io sarei una lezione per me stessa. Vedere cosa può succedere quando si patteggia con la comodità d’anima.



Tua Clarice.

giovedì 3 gennaio 2013

PER UN ANNO CHE VIENE ,UN ANNO CHE VA



Paul Nougé - Sans Titre, ca. 1930


«Ho perso qualche dea per via dal Sud al Nord,

e anche molti dèi per via dall’Est all’Ovest.

Mi si è spenta per sempre qualche stella, svanita.

Mi è sprofondata nel mare un’isola, e un’altra.

Non so neanche dove mai ho lasciato gli artigli,

chi gira nella mia pelliccia, chi abita il mio guscio.

Mi morirono i fratelli quando strisciai a riva

e solo un ossicino festeggia in me la ricorrenza.

Non stavo nella pelle, sprecavo vertebre e gambe,

me ne uscivo di senno più e più volte.

Da tempo ho chiuso su tutto ciò il mio terzo occhio,

ci ho messo una pinna sopra, ho scrollato le fronde.



Perduto, smarrito, ai quattro venti se n’è volato.

Mi stupisco io stessa del poco di me che è restato:

una persona singola per ora di genere umano,

che ha perso solo ieri l’ombrello sul treno.»



(Wisława Szymborska, Discorso all’Ufficio Oggetti Smarriti)