giovedì 24 gennaio 2013

Lettera a un amica, di Clarice Lispector

Questa lettera scritta da Clarice Lispector nel 1947 a una cara amica è rimasta inedita fino a quando il famoso scrittore brasiliano Caio Fernando Abreu l’ha avuta dalle mani della destinataria e l’ha pubblicata nella sua rubrica sul supplemento letterario di un quotidiano di San Paolo, il 25 luglio 1994.


Clarice Lispector

Berna, 2 gennaio 1947

Cara,

Non pensare che una persona abbia tanta forza da condurre una specie di vita e continuare a essere la stessa. Perfino tagliare i propri difetti può essere pericoloso, non si sa mai quale sia il difetto che sorregge il nostro edificio intero. Non so come spiegarti la mia anima. Ma quello que vorrei dire è che le persone sono molte preziose, e che solo fino a un certo punto possono rinunciare a se stesse e consegnarsi agli altri e alle circostanze. Dopo che una persona ha perduto il rispetto verso se stessa e verso le proprie necessità — rimane una specie di straccio. Avrei tanto voluto essere vicina a te e chiacchierare e raccontare esperienze mie e di altri. Avresti visto che ci sono certi momenti in cui il primo dovere da compiere è in relazione a se stessi. Da parte mia, non avrei voluto raccontarti come sono oggi, perché mi pareva inutile. Volevo semplicemente raccontarti il mio nuovo carattere, un mese prima di tornare in Brasile, in modo che lo sapessi. Ma spero, sulla nave o sull’aereo che ci porterà di ritorno, di trasformarmi istantaneamente nell’antica che ero, e forse non sarebbe necessario raccontarlo. Cara, quasi quattro anni mi hanno trasformata molto. Dal momento in cui mi sono rassegnata, ho perso tutta la vivacità e ogni interesse per le cose. Hai mai visto come un toro castrato si trasforma in un bue? Lo stesso si può dire di me… e mi pesa il duro confronto… Per adattarmi a ciò che era inadattabile, per vincere le mie ripulse, ho dovuto tagliare le mie catene — ho tagliato in me la forma che avrebbe fatto male agli altri e a me. E con questo ho tagliato anche la mia forza. Spero che tu non mi veda mai così rassegnata, perché è quasi ripugnante. Spero, sulla nave che mi porterà di ritorno, al solo pensiero di vederti e di riprendere un po’ la mia vita — che non era meravigliosa ma era una vita — di trasformarmi interamente.



Un’amica, un giorno, mi ha fatto coraggio, così diceva, e mi ha domandato: “Eri molto diversa, no?”Lei mi trovava ardente e vibrante, e quando mi ha incontrata si è detta: o questa calma eccessiva è un atteggiamento o lei è cambiata tanto da apparire quasi irriconoscibile. Un’altra persona ha detto che io mi muovo con la lassitudine di una donna di cinquant’anni. Tutto questo tu non lo vedrai né avvertirai, così voglia Dio.



Non ci sarebbe bisogno di dirlo, allora. Ma non ho potuto far a meno di volerti mostrare ciò che può accadere a una persona che è scesa a patti con tutti, e che si è dimenticata che il nucleo vitale di una persona va rispettato. Ascolta: rispetta anche ciò che c’è di cattivo in te — per amor di Dio, non volere fare di te una persona perfetta — non copiare nessuna persona ideale, copia te stessa — è questo l’unico modo di vivere.

Giuro su Dio che, se è vero che esiste un cielo, una persona che si sia sacrificata per vigliaccheria — sarà punita e andrà all’inferno. Sempre che una vita tiepida non venga punita proprio per questa tiepidezza. Prendi per te quello che ti appartiene, e quello che ti appartiene è tutto ciò che la tua vita esige. Sembra una vita amorale. Ma ciò che è veramente immorale è avere rinunciato a se stessi. Spero in Dio che tu mi creda. Mi piacerebbe perfino che, a mia insaputa, tu mi vedessi e assistessi alla mia vita. Io sarei una lezione per me stessa. Vedere cosa può succedere quando si patteggia con la comodità d’anima.



Tua Clarice.

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